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Borghesi piccoli tra fobie e deliri
Renato Barilli, TTL - supplem. de La Stampa, 30.07.2005
E‘ solo una riedizione, quella degli otto racconti riuniti da Giulio Mozzi sotto il titolo Questo è il giardino, già comparsi presoo Theoria nel 1993, quando l‘autore aveva da poco passato i trent‘anni di età. Ma appare molto utile averlo fatto, dato che allora Mozzi non veva attirato molta attenzione su di sé, e dunque quella esile raccolta passò quasi inosservata. Poco dopo sarebbe esploso il caso a tinte forti della "Gioventù cannibale", di narratori in erba che sembravano insistere su una problematica nera come più non si poteva, sullo sfondo di efferati delitti, e dunque appare possibile costituire un antitodo attraverso il "buonismo" del nostro scrittore. Basta infatti riflettere sull‘umanità che Mozzi presentava già allora e che poi avrebbe confermato in succesive raccolte via via più fortunate, con un identikit d‘altronde non molto distante da una sua propria autobiografia: giovani di ambo i sessi, impiantati nella provincia veneta, uscenti da una borghesia piccola piccola ai confini col proletariato, ed essi stessi avviati a un incerto destino, tra disoccupazione e piccoli impieghi marginali. E tanta attenzione per il prossimo, ivi compresa la componente sessuale, m anche in questo caso vissuta ambiguamente, in situazioni al limite, tra attrazione e ripulsa. E dunque grigiore, mezze tinte, casistiche complessa e sventagliata, in luogo delle forti emozioni concesse dai "cannibali" come Ammaniti, Nove, Scarpa. Però, a pareggiare i conti, a indicare un profilo generazionale più unitario di quanto può apparire a prima vista, c‘è anche in Mozzi un incalzare di degenerazioni patologiche, di foie, di deliri pisichici e somatici, che attendono dietro l‘angolo le sue scialbe esistenze.
Basta proprio andare a rileggere questi otto racconti per verificare un simle arco sentimentale. Indicativa la "Lettera accompagnatoria" che apre la sfilata, e che è, come recita il titolo, il lungo, tormentoso scritto con cui un ladro molto in erba, molto incerto di sé, fa giungere alla vittima di un furto i documenti asportati dalla borsa fatalmente aperta, nella speranza di alleviare, così, il crimine commesso, e di stabilire perfino un rapporto di vicinanza, forse di affetto, con la derubata, spiata a lungo per sorprenderne i lati deboli. Quasi un modo per inserirsi in punta di piedi in un‘esistenza estranea ed ottenerne un momento di solidarietà, di dialogo.
Il senso di vita precaria avvertito da personaggi di questa natura si esplica anche in un irrequieto nomadismo, effettuato ovviamente con i mezzi più poveri e dimessi che siano oggi a disposizione. Da qui il valore centrale del racconto "Treni", cosa c‘è infatti di meglio che affidarsi alle lunghe marce di treni, beninteso a lunga percorrenza e con tante fermate intermedie, cosicché la metà, e l‘esistenza che ci attende, e con cui vorremme stabilire qualche rapporto decisivo, si allontana, svanisce quasi nel nulla. O se invece siamo abbarbicati a una qualche residenza fissa, anch‘essa umile e fatiscente, cosa ci sarà di meglio se non il collezionarne pazientemente ogni briciola, ogni frammento? Da qui il paziente esercizio epifanico affidato a “Vetri”, che è proprio il recupero dei vetri dell’abitazione andati rotti nel tempo, le cui scaglie luccicano come pietre preziose nel cortile di casa. Ma incalza, come si diceva, la soglia del patologico, del mostruoso, dell‘abnorme, anche se si presenta pur sempre in veste umile e quotidiana. Succede a Tana, la ragazzina che si sente incompresa dai genitori e desidera una bella febbre per attirare su di sé qualche cura. Ma intanto, per strada, incontra un angelo, simile a un cane randagio, smarrito, infreddolito come lei, bisognoso di cure, e se lo porta in camera, lo nasconde nel proprio letto, attratta dalle sue piume, dalla sua carne tiepida, sperimentando anche in questo caso uno stato sospeso tra la voglia sessuale, il ribrezzo, il bisogno di vivere esperienze salvifiche.
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