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I racconti di Mozzi - Un microscopio sulle cose minime
Cesare De Michelis, Corriere del Veneto, 30.06.2005
Uno dei racconti che compongono Questo è il giardino (Sironi, pp.128, euro 13,50), il libro di Giulio Mozzi, pubblicato una prima volta da Theoria nel 1993 e ora riproposto con pochi ritocchi da Sironi, si intitola paradossalmente Per la pubblicazione del mio primo libro, ed è al tempo stesso un’apologia e un’abiura: lo scrittore si immagina alle prese col pubblico di una presentazione, quando il libro sarà finalmente stampato,e, mentre invoca il silenzio, si confessa con candida astuzia. "Nella vita - dice disarmato - mi sento costretto a starci e vorrei rimanerci nascosto". Da sempre "scrivevo e non pubblicavo": cosicché, ora che il libro c’è, tutto il suo ordinato universo di riservatezza ne esce inevitabilmente sconvolto.
Di sé Giulio Mozzi diceva molte cose con ostinata e arrendevole reticenza, raccontava tutto, il giorno e l’ora della telefonata di Lodoli, l’indirizzo dell’editore della rivista che aveva pubblicato il primo racconto e quello di casa sua, ma nascondeva con discrezione e pudore idee e sentimenti. Anzi, tutto il libro era costruito così contrapponendo a un realismo descrittivo, allo stesso tempo puntuale e minimale, una irresistibile diffidenza ad andare oltre i fatti e le cose nei segreti del cuore e del pensiero.
Mozzi era "fattorino in un negozio di libri" e considerava davvero il suo lavoro una "cosa vitale", perché - lui che aveva fatto altri mestieri, lavorando "addirittura" nell’ufficio stampa di un sindacato - era finalmente soddisfatto di obbedire "su cose minime", un ‘obbedienza "non giusta, ma sopportabile".
"Preferisco proteggere la mia vita mantenendola tutta al mio interno", suggeriva sornione dopo aver confessato di non essere (più?) "un ribelle"; e i suoi racconti rendono fedelmente testimonianza di questo interiore distacco dalla vita quotidiana, disegnano lo spazio irreale di un’altre vita segreta e immaginaria, nella quale finalmente non c’è obbedienza che conti, obbligo che tenga, ordine che resista.
I racconti, dunque, costituiscono delle "ristrutturazioni" dell’Universo esistenziale, ad esso direttamente si ispirano, ripetendone fatti e situazioni, ma poi ne capovolgono il senso - la direzione e il significato - persino rispetto alla sua stessa esperienza.
E’ questo il miracolo della scrittura di Mozzi, questo spazio di libertà che sin dall’inizio riesce a conquistarsi tra memorie e fantasia, tra cronaca e invenzione; uno spazio che improvvisamente dilata gli avvenimenti minimi in altrettante significative metonimie della vita.
Davvero, dicendo una cosa e l’altra i racconti di Mozzi sono la riprova che la scrittura non è "altro che il battito nascosto della verità, l’intonazione di una vita" come aveva ben scritto Lodoli nel risvolto della prima edizione.
Basterebbe leggere il più bello dei racconti del libro, quello che si intitola L’apprendista, per restarne ancora ammaliati: la giornata di lavoro del ragazzo che vuole imparare un mestiere è ricostruita con precisione cronometrica, istante per istante, con una partecipazione così intensa che la sua progressiva stanchezza piega pian piano ogni nostra resistenza.
C’è sempre qualcosa da fare, piccole cose faticosamente insignificanti, un pacco da confezionare e un altro da portare (ritorna l’epica del fattorino ), ma soprattutto l’ansia di essere un apprendista, una figura che "non ha un’esistenza precisa nel presente" che "è una persona per così dire futura".
Il destino del ragazzo si consuma nella fretta del suo agire quotidiano nell’attesa del suo divenire: ci sono gesti, comportamenti; silenzi e parole che rivelano lo stato d’animo dell’apprendista con singolare e pregnante evidenza. Tutto è sempre riinviato al giorno in cui anche lui sarà adulto e diventerà un uomo e un operaio.
Lo sguardo d’intesa con una ragazzetta resta sospeso in attesa di quel cambiamento definitivo, l’indipendenza di un gesto è rinviata perché intanto bisogna imparare a obbedire. Il lavoro è una punizione, ma una punizione che ci fa contenti, nell’attesa di essere uomini.
Poi, un giorno, l’apprendista scopre di essere condannato a restare tale per sempre, di non essere affatto destinato a diventare operaio e vede così consumato d’un tratto tutto il suo futuro, la sua spasmodica attesa, la sua ansia di trasformarsi; questo è il senso del vivere - sembra dire Giulio Mozzi -, questo è l risultato di ogni sforzo, persino dello scrivere, ma rassegnarsi è dolorosamente terribile, pateticamente comico, almeno n po’.
Allora, per consolarsi, la delusione di vivere è bastato imparare a raccontarla, è bastato segnarla su di una pagina che una volta stampata va incontro a nuove avventure, e per Questo è il giardino è giunto il tempo di una nuova edizione.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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