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Mozzi: ricomincio dal mio funerale
Cristina Taglietti, Corriere della sera, 17.06.2005
Aveva voglia di un bel funerale. Un funerale a se stesso, che permettesse agli altri di dire: "Sì, senz‘altro, ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, è stato un po‘ generoso e un po‘ carogna, ma comunque una buona cosa l‘ha fatta". Per Giulio Mozzi quella cosa buona ha un titolo: Questo è il giardino. E una anno di nascita: il 1993.
In mezzo, in questi 12 anni, ci sono state molte altre cose: libri come La felicità terrena, Il male naturale, Fantasmi e fughe, Il culto dei morti, Fiction, il lavoro editoriale, i laboratori di scrittura, l‘attività di animatore culturale in Rete. Ma oggi, a 45 anni, lo scrittore padovano sente il bisogno di ripartire da lì, da quando era un giovane, promettente esordiente. Per questo ha deciso di ripubblicare, nella collana che cura per l‘edizione Sironi (pagine 124, euro 13,50), quella sua prima opera, accompagnata da una nota in cui spiega al lettore la sua morte e la sua rinascita. Una raccolta di otto racconti, la cui qualità letteraria, come scrisse all‘epoca Enzo Siciliano, "non ha ombre", uscita la prima volta da Theoria, poi negli Oscar Mondadori, e ora quasi esaurita. Ma non è certo questo il motivo che ha spinto Mozzi a riproporla. "Può succedere di avere l‘impressione di avere imboccato una falsa direzione - spiega - . E‘ quelo che è successo a me. Il lavoro con i libri successivi mi ha dato l‘impressione di essere arrivato a un punto morto. E a volte bisogna saper fare un passo indietro". Mozzi l‘ha fatto, si è allontanato da quei libri che considera buoni, ma che, dice, non hanno mantenuto le promesse rispetto a un esordio che aveva ricevuto odi e incoraggiamenti.
Una ripartenza scaturita anche dalla piega presa dal suo lavoro, quello editoriale, e quello dedicato al nuovo libro che tra quindici giorni consegnerà all‘editore Mondadori. "Non so che cosa sarà questo nuovo romanzo - spiega Mozzi -. Mi sono venute da scrivere quasi duecento pagine piuttosto monomaniacali, che non sono un romanzo, ma credo che riuscirò a far passare per un romanzo (io direi: si tratta di una prosa; ma quale editore mai, specie se industriale, si adatterebbe a pubblicare un malloppo di duecento pagine scrivendoci sotto anziché "romanzo", "prosa"). Celebrare il suo stesso funerale per Mozzi non è una cosa negativa. Piuttosto ha a che fare con una sensazione di ritorno provata mentre si dedicava alla scrittura di questo libro che si intitolerà Discorso intorno a un sentimento nascente. "Il ritorno di qualche cosa che c‘era già nel 1991 (anno in cui scrisse i primi racconti ndr) e nel 1993, che di tanto in tanto negli anni si è rifatta viva", ma che ammette, si è rifatta viva solo di tanto in tanto, volubilmente. Che il nuovo libro sia, in qualche modo, la prosecuzione ideale di quel primo, tuttavia, non è cosa certa, anche perché, dice Mozzi con amara autocritica, "manca il segnale più forte" e cioè "quella felicità che mi apparve nel 1991 e che io qualche tempo dopo gettai via".
Un‘operazione chirurgica con qualche rischio, ma necessaria, che prende l‘inizio e lo salda all‘oggi "saltando e seppellendo tutto quello che c‘è in mezzo", buttando via anche un po‘ di bambino insieme con l‘acqua. Ma in fondo, dice Mozzi, "non si fa un bel funerale senza rimmeterci qualcosa".
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