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Non leggere, ma sfogliare
Masolino D Amico, Giudizio Universale, 04.07.2005
Perceber è una cittadina spagnola i cui abitanti a quanto pare sin dai tempi dell Inquisizione parlano ossessivamente, senza riprendere fiato: nel Romanzo eroicomico (alla Henry Fielding, che modellò ironicamente Tom Jones sui poemi antichi) di Leonardo Colombati, questo luogo semileggendario compare ogni tanto, sia attraverso il racconto di qualche personaggio erudito, sia direttamente, còlto in qualche momento della sua storia fantastica. Per esempio, il divino Marchese de Sade vi visita a un certo punto un bordello, compiendovi un orgia dove le feci, presenza frequente per quanto sommessa in questo libro, scorrono torrenziali celebrando una specie di trionfo.
Perceber non è tuttavia al centro della trama, se di trama si può parlare per un opera ostentatamente straripante in tutte le direzioni: il tema fondamentale e puntiglioso è un altro luogo, ossia la città di Roma, dove si svolge la stragrande maggioranza dei quarantuno episodi. Con puntiglio joyciano infatti Colombati si prefigge di visitare, nel corso di un unico volume se non di un unica giornata (le date in cui si svolgono i fatti sono variabili ancorché sempre specificate nelle note), tutta l Urbe, ovvero ciascuno dei suoi ventidue rioni più quindici quartieri: non per nulla uno dei peripatetici protagonisti è impegnato nell immane compito di fotografarli sistematicamente, non senza incappare in qualche disavventura durante l operazione.

Sempre come in Ulysses, il romanzo ha inoltre una struttura profonda e simbolica. Lì ogni momento della narrazione alludeva a un analogo dell Odissea; qui il filo conduttore occulto è dato dalla cabala ovvero dalle fasi varie della creazione in essa indicate, secondo un progresso di ascesa a ciascun momento del quale corrispondono lettere dell alfabeto (Alpeh, Mem, Shin, Beth...), elementi e funzioni (Aria, Acqua, Fuoco, Vita, Potenza, Vista, Udito...), organi (Cuore, Ventre, Testa...), pianeti, ecc. ecc.
Joyce tenne inizialmente per sé il suo essersi ispirato al poema omerico, limitandosi a dare qualche dritta ad amici aspiranti commentatori. Colombati invece, fierissimo della propria architettura, la esibisce in continuazione. Al lettore dice nella premessa che può anche fare a meno di tenerla presente, ma poi lo aviluppa di informazioni sulla propria ingegnosità. non solo correda il volume di tavole con gli schemi delle corrispondenze, e poi di molte pagine di note in cui illustra ogni allusione - non solo alla cabala, beninteso, ma a buona parte dello scibile umano, dalla filosofia greca alle canzonette di Fregoli; ma appone anche all inizio di ciascun episodio un riassunto-spiegazione del medesimo. I riferimenti sono ardui da cogliere, quindi l autochiosa ha una sua funzione. Ma è una funzione decostruttiva più che costruttiva. Presi in sé, i singoli episodi sono di solito poco rilevanti, a volte i personaggi fanno poco più che camminare raccontandosi qualcosa. Anche quelli di Joyce, si potrebbe dire. Però Joyce, sia pure nella suprema bravura stilistica, è meno preoccupato di fare ammirare continuamente il virtuosismo o la stravaganza dell espressione.
Joyce, come Gadda, altro modello, non ammicca mai a chi legge, ma lascia che l oggetto si imponga con la forza della propria esistenza. Colombati non si mette mai da parte. Raccontare, paradossalmente, non lo interessa; nel senso che anche quando imposta una situazione, è poi sempre pronto a accantonarla per lanciarsi in una divagazione eterogenea, e prima che obbiettiamo, a chiuderci la bocca comunicandoci che il capriccio è in realtà giustificato da riferimenti sottilissimi e raffinatissimi. Che fatica seguirlo! Ma ne vale poi la pena? Scrivere il tomo è stato indubbiamente uno sforzo (durato, ci dicono, sette anni), però illuminato dalla passione dell autore per la propria cultura talvolta insolita. Se il lettore non la condivide, peggio per lui. Colombati fa poco per venirgli incontro. Lo farò dunque io, consigliandogli di non leggere, ma di sfogliare. Sepolte nell autocompiacimento ci sono pagine, e per la verità non poche, piene di felicità anche descrittive; una certa stralunata Roma di oggi ogni tanto viene pur fuori. Prenderei a campione proprio quelle della zona intorno a piazza Vittorio. Qui l evocazione di degrado urbano è vivida, l elenco dei rifiuti dell ex mercato diventato strano miscuglio di etnie è da antologia.
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