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Lotta partigiana impopolare e mistica
Paolo Pegoraro, Letture, 01.12.2003
A sessanta anni dall’inizio della Resistenza e quaranta dalla morte di Fenoglio, sarà mai popolare come altri, questo romanzo? Sarà mai popolare dopo aver doppiato il capo delle 800 pagine, indugiando per metà su una vita rurale lirica senza miserabilismi neorealisti, ma schivo nel descrivere la lotta armata e i reciproci crudelismi tra partigiani e tedeschi? Sarà mai popolare per noi così scettici verso ogni eroismo e ogni epica, coi suoi dialoghi ritualizzati, col suo testo ricamato di citazioni bibliche, latino da messa e manzonismi, fitto di preti, arcipreti e abati che vanno su e giù per le pagine?
Perché Franco è un novizio benedettino che lascia il monastero per essere contadino come tanti della Campanella. Tiene una corrispondenza col suo maestro, e gli racconta il nuovo noviziato presso la terra, maestra sincera quanto esigente, e presso la gente più semplice, il padre in primis, il mugnaio Giuliano e Rondine, l’amico dei morti. La guerra entra in punta di piedi, portandosi dietro il fratello Piero, ufficiale medico, per poi resistituirlo coi piedi semicongelati dall’inverno greco. Alla caduta del fascismo seguirà l’armistizio dell’8 settembre e l’occupazione tedesca: la storia chiama all’appello e saranno in molti, non Franco però, a rispondere. Ma «il grande avvenimento» non cesserà di tormentarlo anche dopo la sua conclusione, perché Franco sa che la Parola parla negli eventi, e vuole condurlo a qualcosa di preciso...
Popolare o no, nel libro di Bianchi palpita un amore per la realtà che ha radici robuste, quella tradizione che dallo Sh’ma Israel all’Obsculta fili invita l’uomo a mettersi in ascolto della Parola nella storia che ne svela il senso. Esercizio duro, che necessita di allenamento con la quotidianità più spicciola per saper dare il giusto peso a svolte improvvise e radicali; esercizio che costringe al silenzio e all’umile riconoscimento di non sapere dove la vita ci conduce. La ritrosia di Luisito Bianchi verso ogni esasperato espressionismo deformante si spiega così, sguardo all’essenza, desiderio di non sminuire la dignità dell’uomo e della storia perché inconsapevoli portatori di una Storia di salvezza più grande. Rimanere uditori senza difese della Parola, non suoi padroni e interpreti, resistere in questa posizione anche nella lunga notte dell’assurdo è, parafrasando Dufay, la vera messa dell’uomo disarmato.
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