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Giulio Mozzi: ritornano i giovani autori
Paolo Pegoraro, Letture, 01.11.2002
È cominciata una nuova stagione per i giovani autori italiani. Ne è convinto Giulio Mozzi, fondatore della Piccola scuola di scrittura creativa a Padova, scrittore a sua volta, nonché curatore del bollettino on line vibrisse (vibrisse.bollettino@libero.it) e della collana indicativo presente per Sironi Editore, ramo diversificato di Alpha Test. «Dopo un certo interesse negli anni ’90 attorno a scrittori come Silvia Ballestra, Aldo Nove o Tiziano Scarpa» conferma, «c’è stata una grande caduta. Oggi ci si sta riaccostando loro. Anche Rizzoli ha cominciato una bella collezione di autori italiani, Sintonie, poco dopo l’avviamento del nostro progetto». Progetto ambizioso: i titoli previsti entro la fine del prossimo anno raggiungono la ventina. Di prossima uscita Laura Pugno e Alberto Garlini, ma già annunciati per il 2003 anche Bregola, Casadei, Gardini e Bernelli.
Vi siete proposti di raccontare l’Italia così com’è, o s’immagina di essere: com’è nata l’idea?
«Da un lato c’era Alpha Test, casa editrice universitaria, dove Gianluca Barbera ha proposto di scommettere sulla letteratura. E ha convinto il responsabile Massimiliano Bianchini. L’altro pezzo di storia è che a me succede da diversi anni di fare il talent scout. Dopo aver fatto con Silvia Ballestra l’antologia Coda. Undici “under 25” nati dopo il 1970 e aver lavorato per due anni nella casa editrice Theoria, mi sono inventato questo mestiere di insegnare a scrivere e a raccontare, cosa che mi ha portato inevitabilmente a entrare in contatto con molta gente. Ho accettato perché mi piaceva l’idea di andare a caccia di libri che raccontassero storie del mondo presente.»
Già nel suo intervento al convegno di Letture (dicembre 1997) affermava che «La verità è nella storia. Non la si dice, ma la si racconta». Perché proprio storie del mondo presente?
«Se la letteratura deve servire a qualcosa, cosa di cui sono convinto, è anche per parlare di ciò che c’è. Si può parlarne attraverso la finzione, e in alcuni casi può essere conveniente, ma si può parlarne anche non attraverso la finzione: e a volte conviene di più. Dipende dalla situazione e dall’oggetto, per cui non ne farei una questione semplicemente di “storie”, nel senso che a me interessano le storie, ma interessa anche il modo. Le soluzioni formali ti permettono di dire delle cose che altre forme non si riescono a dire. Se pubblico il diario on line di Giuseppe Caliceti, lo faccio perché la forma diaristica, che si è persa negli ultimi cinquanta anni, sa dire cose uniche.»
Infattiindicativo presente si distingue per i generi inusuali: il dialogo, il reportage, addirittura l’agiografia...
«Non ne posso più di romanzi. L’idea che la letteratura si sia ristretta ai racconti di finzione significa tagliarle le ali, escludere molte cose dalla sua potenzialità. Nella tradizione non è così: tutti noi abbiamo studiato libri passati come letteratura che sono tutto fuorché finzione: dal Principe di Machiavelli, alle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, fino alle cronache nere di Buzzati. Visto questo, perché dobbiamo essere costretti a pensare che letteratura equivale a finzione?»
E l’esperienza di vibrisse?
«Che sia completamente al di fuori del mercato è una cosa piacevolissima. E poi è fondamentale fin dal principio vivere la scrittura come relazione con un altro. Se non scrivo a qualcuno, a cosa serve quello che faccio?».
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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