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Tutto e Nulla o forse solo eroicomico
Andrea Cortellessa, La Stampa - Tuttolibri, 09.07.2005
«Non v è nulla che rievochi maggiormente il Nulla come il Tutto». Una frase come questa potrebbe averla detta l oscuro Alonso Barrulho, che negli Anni Trenta strologa da una certa città spagnola, dal passato favoloso e dalle coordinate imprecisate. Perceber è la città della quale Barrulho dice, infatti (in un cartiglio recuperato, a Roma, quasi settant anni dopo): «Ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome».
La pillola di gnosi non troppo vagamente borgesiana è una delle chiavi – così numerose da scoraggiarne l uso – del «romanzo eroicomico» (così il settecentesco sottotitolo) col quale esordisce il trentacinquenne Leonardo Colombati. Il titolo è proprio il nome di quest Anti-Roma immaginaria; la quale a sua volta si battezza da una storpiatura ispano-germanico-lusitana del latino percipere («assumere i dati della realtà mediante i sensi » – si rinvia il lettore a p. 46 per l oggetto-sineddoche della realtà). Effettivamente Tutto e Nulla stanno – nel mondo fittizio quanto in quello cartaceo che lo evoca – in un rapporto dialettico: di mutua causalità. Per questo la minuziosa rete di rinvii alla cosmologia cabalistica – sottesa al set dei diversi quartieri romani come all ordinamento di un simbolico Corpo Astrale –, a dispetto delle mani messe avanti in abbrivo («della struttura del nostro libro potrete agilmente disfarvi. La forma ci è servita per scrivere, non è indispensabile per leggere»), è tutt altro che accessoria. Di fatto è ossessivamente ribadita, tanto dal doppio apparato di note (in coda al volume e – francamente di troppo – in calce a ciascun episodio) che dalle sterniane didascalie a ogni capitolo.
Nella cosmogonia ebraica, infatti, Dio dà luogo al Creato sottraendo spazio alla Propria Infinita Essenza: dalle sue emanazioni, le Sefiroth, discendono Tutte Le Cose. Possiamo far esperienza, insomma, solo di un Meno, non di un Più. A questa dialettica infinita alludono almeno due dei sotto-intrecci: quello della gamba amputata da un tram a un tipo di passaggio (e che un certo Complotto vorrebbe riappiccicargli, appunto, in parodia del Tikkun cabalistico) e quello dell onnisciente avvocato in pensione che matura il progetto di cartografare ogni minimo dettaglio di Roma (Piano degno di Musil, impossibile per il noto paradosso di Borges: quella mappa perfetta dovrebbe riprodurre anche se stessa, e se stessa dentro se stessa – all infinito). Entrambe Metafore del Testo: il quale si conclude, infatti, con l intenzione di «cominciare a scrivere».
Quanto detto finora non è, non può essere, un riassunto della trama del libro. Il quale di trame ne ha una quantità debordante – finendo, dunque, per non averne alcuna (Tutto e Nulla, ancora). C è chi ha scritto che così non si fa un romanzo, bensì «un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudoculturali». Col che diremmo addio a Ulisse, all Uomo senza qualità, al Maestro e Margherita e all Arcobaleno della gravità. Non che il libro di Colombati abbia le doti di controllo – l insolente virtuosismo – di questi capolavori. La luciferina volontà di riempire tutte le caselle del suo metafisico Gioco dell Oca fa sì che l autore, più volte, imbastisca episodi che si rivelano al di là delle sue forze, o che poco s ingranano nell economia complessiva del testo; ben altra penna richiederebbe, poi, l emulazione del pluristilismo joyciano.
Tuttavia l ardimento di un simile esordio va indubbiamente incoraggiato. Tanto per sottolineare l ascendenza più discussa, è rimarchevole la fattura del calco da Pynchon. Non solo i temi-tormentone (l Antimondo o Zona, la Cartografia, l Entropia) e la struttura a montaggio antilineare, che allude al pluriverso descritto (in un modo che Gabriele Frasca ha definito «tardoariostesco »), ma persino i tic più idiomatici (dalle Maiuscole araldiche alle risibili Canzoncine), sono riprodotti con fanatismo genuino. E, ove appunto non si prescriva un ritorno al novel più tradizionale (come ha detto Colombati in un ragionevole intervento sullo stesso giornale che poi l ha stroncato), proprio il nuovo romance patafisico e macaronico di Pynchon è conseguimento, fra i tardonovecenteschi, meno prescindibile di altri.
Col ritardo dovuto anche alle more delle traduzioni maggiori, l enzima Pynchon ha del resto prodotto, da noi, più d un risultato interessante. Se nessuno ha eguagliato il gradiente stilistico del pastiche di Tommaso Ottonieri in Crema Acida (Lupetti e Manni 1996), quête con protagonista «Nunzia Orfica Di Vaj n» (omaggio alla Oedipa Maas dell Incanto del lotto 49), vi ha lasciato tracce in Occidente per principianti di Nicola Lagioia (Einaudi 2004) nonché, prima e a più alta saturazione, nel trascurato quanto notevole La Verità Vadovunque di Roberto Moroni (Baldini Castoldi Dalai 2000); e ora La ragazza che non era lei, l ultimo romanzo di Tommaso Pincio (un nome che è un omaggio a priori), per molti versi si rivela come un allusivo controcanto a Vineland – il più «politico», ed emotivo, dei libri di Pynchon.
Proprio Vineland (leggo in un suo saggio pubblicato su Nuovi argomenti) non piace a Colombati. Non stupisce scoprire, allora, che il suo fraterno sponsor Alessandro Piperno riscontri in lui la propria medesima «difficoltà a indignarsi» (mentre proprio un accorata protesta è quella che, di là da tutte le maschere, risuona in ogni libro di Pynchon). Nel risvolto di Perceber, Piperno rassicura il lettore come allo «stile […]sofisticato fino al virtuosismo» faccia da contrappeso «un realismo sconcertante ». Quale esempio di questo «realismo» esorcisticamente evocato addurrei la scena clou del libro: un Volgare Ristoratore che, scoperto in «Orribile Carriola» con certa Steatopigia Dipendente, issofatto vien punito da un granchio balzato fuori dal suo acquario: una Grancevola che, saldamente abbrancata l Arma dell Adulterino Delitto, attacca a rimproverarle, cantarellando salaci couplets, tutte le sue Colpe. Realismo, come ognun vede, della più bell acqua. Ecco: un bel passo avanti sarebbe se gli Scrittori Lodevolmente Ambiziosi si vergognassero meno di quel che fanno. O Provano A Fare.
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