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Addio al padre, addio al Novecento
Roberto Carnero, l ‘Unità, 05.07.2005
Anatomia della battaglia , ultimo libro di Giacomo Sartori, è un romanzo sulla figura del padre e sulla difficoltà dei rapporti familiari. Un libro intenso, vibrante, che procede in una scrittura asciutta ed essenziale, sfrangiando la sequenzialità temporale della narrazione su una pluralità di piani, pronti a intersecarsi continuamente tra loro. Voce narrante è quella del figlio, un figlio alle prese con una figura paterna complessa e ingombrante. Il padre ha cresciuto la sua prole all insegna di un ideologia "eroica" che non ammette tenerezze né cedimenti. A poco a poco apprendiamo le tappe attraverso cui si è forgiato il suo carattere: cresciuto in un collegio per i figli degli eroi della prima guerra mondiale (tale era stato suo padre, ovvero il nonno del protagonista, partito a diciott anni per la grande guerra), si arruola come volontario durante la seconda guerra mondiale, per poi covare negli anni a venire il senso di un tradimento che avrebbe determinato la sconfitta italiana.
Fascista prima e durante la guerra, lo rimarrà anche nell Italia democristiana del dopoguerra.

Essere fascista per lui significa essere pronto a combattere, sempre e comunque, quella battaglia cui allude il titolo, che non è un momento della guerra bensì la vita stessa. C è una dose di masochismo e di rabbia contro se stesso in questo padre, atteggiamenti che riversa sui figli: "Mio padre era fermamente convinto che la gente essendo ABITUATA TROPPO BENE fosse TROPPO DELICATA. Essere troppo delicati voleva dire per esempio avere freddo, o avere fame. Secondo lui alla fame e al freddo e alla sofferenza si poteva e si doveva resistere. Secondo lui quelle erano cose sulle quali se si aveva la forza di volontà necessaria si poteva avere la meglio. Bisognava RESISTERE, saper resistere: il segreto della vita era quello" (maiuscoli dell autore).
Perciò il protagonista quattordici anni si stacca ideologicamente dai genitori (più sbiadita la figura della madre), compiendo una scelta che ha il senso della rivolta, della ribellione, della presa di distanza generazionale. Diventerà militante in un gruppo di estrema sinistra e poi si darà alla lotta armata. Una collocazione che in seguito rifiuterà, trovando il modo di allontanarsi dal nostro Paese per lavorare, nell Africa del Nord, in un centro di lotta contro la desertificazione.
La seconda parte del romanzo racconta la malattia del padre (pur senza rinunciare a salti memoriali nel passato): un cancro, di cui l uomo si è ammalato forse anche a causa della spavalderia con la quale, in barba ai divieti e alle raccomandazioni degli esperti, ha continuato a cibarsi della verdura fresca del suo orto nei giorni immediatamente successivi al disastro di Chernobyl. Anche quello, allora, fu un modo per sottolineare la propria fermezza di carattere, per ingaggiare una sfida con il destino. La malattia e la consunzione fisica finiscono con il cambiare l uomo, facendo cadere le sovrastrutture ideologiche e rendendolo a tratti capace di una comunicazione più autentica con le persone, sebbene, anche in limine mortis , sembri non volersi aprire ad alcuna dimensione spirituale. Sono, queste, pagine molto dure, capaci di guardare in faccia il dolore inenarrabile della perdita. E nella duplice dimensione storica e personale, l addio al padre è, in fondo, il congedo dal Novecento, un secolo rivistato nelle sue guerre, nei disastri ambientali, negli odi e nelle tensioni più o meno recenti.
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