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Una cattedrale neogotica
Elio Paoloni, Via Po. Inserto settimanale del quotidiano CISL Conquiste del Lavoro, 07.06.2005
Ho letto Perceber . Ammesso che la contemplazione dell’insieme, le caute esplorazioni, i coraggiosi affondi, gli studiati carotaggi, possano definirsi lettura. Perché questa è la domanda: un monumento è leggibile anche nel senso proprio del termine? Non mi riferisco all’attento esame a cui critici avveduti lo sottoporranno. Intendo: sedersi e lasciare che lo sguardo proceda con una discreta continuità sulla pagina mentre da qualche parte, nella corteccia cerebrale, immagini si formano e concatenazioni avvengono. Mi sembra operazione impossibile per il lettore medio (quell’astrazione statistica che reca euro per nulla astratti agli spacciatori di Faletti) ma ho dubbi anche sulle capacità del lettore “forte”: il mio procedere nell’elementare funzione della lettura è stato ostacolato più volte. E a compiere il placcaggio non sono state tanto le pause necessarie alle consultazioni e alle torsioni di orientamento. No, il mio sguardo si impigliava ai cancelli delle maiuscole, decine, centinaia di maiuscole per pagina.
Maiuscole che alludono all’obbligo di considerare che la Cosa di cui si parla non è una cosa qualunque, ma l’Idea stessa della Cosa. Immagino. Forse ci saranno spiegazioni più suggestive per chi avrà la passione necessaria a ripercorrere poi tutti i fili, riflettere sulle simbologie, impadronirsi della cabala come un Gershom Scholem, compulsare le cartine dei rioni, dei quartieri, accertarsi che non sia casuale l’accostamento di una ricetta di cucina a una dissertazione dotta e immediatamente dopo a una canzoncina. Sempre continuando a disincagliare lo sguardo dalle maiuscole. Quanto tempo ci vorrà? Che genere di organizzazione della giornata? Posseggo libri che vanno letti come breviari. Ma sono libri i cui i vari brani – più o meno oracolari – hanno un senso compiuto. Qui non è permesso. Tutto rimanda ad altro. La pluralità di senso non è a strati, a cascata, con la possibilità di leggere a diversi livelli per diversi lettori (o per lo stesso lettore in successione). Non c'è, per intenderci, un primo livello: si è subito nei livelli di approfondimento, ogni rigo ti rimanda a decine di altri che devi già aver letto (e memorizzato, possibilmente annotato su apposito brogliaccio).
Questo libro cala come una nemesi: ci si è tanto lamentati in questi ultimi tempi del semplicismo minimalista che ci si ritrova con un monumento alla strutturazione. Tutto qui è iperstrutturato. Tanto strutturato che la sostanza da strutturare è ormai, se non evaporata, nascosta nel più intricato dei puzzle. E’ una chela d’aragosta, da affrontare con apposito arnese e tanta esperienza.
Di recente mi era capitato di dire che, come nel campo delle arti figurative, gli scrittori non creano più gruppi scultorei ma installazioni, lucenti vuoti a perdere dentro il quale il fruitore è invitato ad aggirarsi meravigliato per un po'. Padiglioni da smantellare. Suggestioni che non puoi incartare e portare a casa. Ebbene, questo libro è la realizzazione fisica di quella che voleva essere una metafora. E’ un’opera borgesiana. Non per lo stile (Borges sapeva proiettarci negli universi con una fionda di quattro pagine) ma perché è una di quelle opere escheriane che Borges amava immaginare.
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