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A tu per tu il vecchio fascista montanaro e il figlio terrorista
Sergio Pent, TTL La stampa, 04.06.2005
un confronto generazionale fra due figure forti: il dialogo interrotto dalle lontananze, geografica e ideologica, si ricompone quando una grave malattia colpisce il padre, un pellegrinaggio verso la morte in pagine strazianti
E’ dal 1999 di Tritolo che non avevamo notizie di Giacomo Sartori. Con quel suo primo selvatico, crudele - ma anche umanamente malinconico - romanzo di frontiera si presentava come un possibile epigono del grande Thomas Bernhardt, operando con angoscia nelle zone occulte delle psicologie di riserva, nelle geografie del paradosso e dell'emarginazione, in quello spicchio di mondo in penombra da cui le anime solitarie guardano scorrere il tempo. Ritroviamo Sartori con un romanzo, Anatomia della battaglia, che tanto allegro non è, incuneandosi alla perfezione in una serie di altre opere che, in questi ultimi mesi, hanno affrontato argomenti mortiferi ed estremi. Potrebbe - e dovrebbe - essere un testo generazionale, poiché si parla di padri e di figli - di un padre e di un figlio - ma si accenna anche alla figura marginale di un nonno che avrebbe forse contribuito ad aiutare il nazismo nel genocidio dell'Olocausto. Usiamo il condizionale poiché la componente generazionale un po' si perde e si smarrisce quando l'io narrante affronta le prove di ricordo del proprio passato relativo all'estremismo di sinistra, che accidentalmente gli farà lasciare una vittima sul selciato della rivolta armata.
Chiariamo meglio: ci sono due figure forti e irrisolte, quella del genitore aspro e solenne, amante del vino e della montagna, fascista convinto fino al midollo, uomo di frontiera che non accetta altre visioni della vita oltre la sua; l'altra figura è quella del figlio, che rifiuta l'assolutismo provinciale dell'educazione paterna e si rifugia nella lotta armata per poi scappare a lavorare nell'Africa del Nord, dove conosce Nora, la donna algerina che per qualche tempo accompagnerà la sua vita. Il dialogo interrotto dalle lontananze, quella geografica e quella ideologica, si ricompone necessariamente quando il padre si ammala di cancro: nella sua caparbia autarchia familiare, l'uomo ha continuato a divorare le insalate del suo orto in quantità industriali dopo il disastro di Cernobil. Il suo fisico forte, allenato, gli consente di combattere con fierezza la battaglia contro il male, in un'ostinazione davvero d'altri tempi che lo vedrà cedere solo nel respiro estremo.
Il dialogo ricomincia col ritorno in Trentino del figlio, ma con cautela, senza gli sviluppi emozionali che potrebbero nascere in una situazione così assoluta. Fiorisce il tempo della memoria, ed è in questa memoria che l'uomo più giovane ripercorre le tappe di una vita mai risolta, l'educazione spartana concessagli dal padre, l'assenza di una madre senza storia, la presenza in sottofondo dei due fratelli che ora assistono il morente nella grande villa di famiglia. Potrebbe nascere davvero un confronto aperto tra due mondi, ma Sartori, saltellando in maniera troppo convulsa da un periodo all'altro, finisce per lasciare in penombra l'epopea dolorosa della scelta di lotta dell'io narrante, vista come un dato di fatto più che nata da una necessità psicologica. A emergere, a prevalere, è il pellegrinaggio verso la morte del vecchio fascista montanaro, e in queste pagine strazianti e crude l'autore raggiunge i toni più intensi, senza paura di allontanare un lettore troppo sensibile o superstizioso. Il percorso del romanzo risente, dunque, di una frammentarietà che non diventa mai scelta di piani temporali diversi, e questa andatura a singhiozzo nuoce a un libro potenzialmente forte e dignitoso, che affronta senza mezze misure problematiche estreme e ci dà comunque il senso vivo e palpitante del conflitto generazionale nato in un luogo di frontiera, dove il tempo è ancora quello dell'uomo lento e solenne di montagna. In questa dimensione di confine Sartori ha tutte la carte in regola per diventare uno scrittore di riferimento, come già lo è Covacich, come lo fu il Tomizza delle aspre, rocciose opere giovanili.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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