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Di fronte all'altrui Capolavoro
Giuseppe Genna, I MIserabili, 17.01.2004
Miserabili.com
Mentre sto leggendo, in una anteprima che ha davvero senso definire 'assoluta', il Capolavoro Misterioso, registro alcune prese di posizione emotive che, almeno per quanto riguarda il mio foro interiore, possono altrettanto correttamente definirsi 'assolute'. Esiste, anzitutto, una sorta di onda anomala narcisa e detestabile: è arrivata una scrittura che mi mette fuori gioco, quelli che evidentemente io considero 'i miei meriti letterari' ne escono scarnificati annullati ridicolizzati - e, per una conseguenza che non ha nulla di razionale e moltissimo di emotivamente significativo, sono io a sentirmi scarnificato annullato ridicolizzato. Questa struttura inesplicabilmente transitoria dell''io'. Questo visore del fuoco, che ha necessità impellenti di mettere a fuoco. Questo avversario interno con cui lotto, evidentemente continuo a lottare. Questa merda esplosiva, questo sterco che illumina il mio universo, questo sillogismo che evidentemente dò tuttora per scontato. Questo cacciatore di se stesso, questa preda imprendibile. Questo genere letterario. Il Capolavoro Altrui me lo annulla. Ringrazio il Capolavoro Misterioso, perché riesce laddove non riesco io, dove non riesce 'io'.

Il Capolavoro Misterioso fa di più, perché ogni Capolavoro fa questo, non smette di fare questo: la storia che narra è la battaglia ecatombale dell'io contro l''io', la storia di un abbandono raggiunto attraverso un'epica lotta che non si riesce più a capire se sia individuale, collettiva o transpersonale. Cioè: la trama del Capolavoro, lo si capisce fin da subito attraverso i reiterati ritorni da quello stato di incantamento in cui sono proiettato dal Capolavoro stesso, è la trama sempreuguale e semprediversa dello scioglimento finale. Quale scioglimento? Quello del composto psicofisico che percepisce. Il Capolavoro permette di essere fiondati in uno stato apercettivo, che non percepisce se stesso, e che il Capolavoro indica non come superamento di se stessi o criterio per dire che il mondo è evaporato o è un'illusione, bensì che nel mondo noi non vediamo l'attimo presente, viviamo nell'intreccio di sovrapposizioni di memoria e attenzione e non cogliamo che, qui e ora, dentro il tempo e la storia che viviamo, tutto è questo stato di incantamento, dove il linguaggio non esiste, vuota coscienza che è 'io' e 'tu' e 'noi' indifferentemente - una comunità che non è a venire, poiché è già arrivata, da sempre, dal momento preciso in cui si è accesa questa sensazione irrefutabile di esserci, di esistere. Questa certezza di esistere a cui noi, senza i Capolavori, non prestiamo attenzione.
Perché è così?
Perché esistiamo, banalmente?
Che forma è questa roba qui che è la certezza che esistiamo?
E' fuori di noi? E' dentro di noi? E' sopra sotto a destra a sinistra? E' obliqua? E' qualcosa? E' pregiudiziale, preconcentualle? E' prementale?
E' la mente?
E' ciò che fa l'idioma, il linguaggio, il nome, la forma?
La forma può vedere se stessa?
Si sfonda andando da qualche altra parte, se si fa così, se ci si chiede queste banalità di base?
E il Capolavoro non risponde, poiché esso è qualificato come Misterioso e tutto ciò che può fare per noi è farci esperire il mistero.

Una considerazione ulteriore. Questa esperienza misteriosa verso cui ci fionda il Capolavoro è al di là di ogni possibile genere letterario. Non ha etichette. Hai un bel dire tu, Genna, che travesti Nisargadatta con la formella del thriller, che questa esperienza del mistero evidentemente si appoggia bene su un genere legato al mistero: non è vero niente! Non è l'epica a determinare il Capolavoro. Un libro di genere nero può essere bianco. I generi sono stronzate: qualunque genere va bene per un tempo, per la storia dell'uomo lì in quel momento e in quel luogo - ma il mistero del Capolavoro è che trapassa i generi e li abita come se fosse un ultracorpo.
La letteratura assoluta non esiste.
L'ispirazione è una cazzata.
Perfino il sogno, l'immagine, la figura, il ritmo, la frase, la retorica - tutte cose che non hanno nulla a che vedere con l'esperienza che il Capolavoro permette, a cui fornisce un accesso diretto.
Perché io comprenda che una visione è un miraggio, devo vedere gli elementi che costituiscono il miraggio - devo vedere il miraggio e devo sapere che esiste qualcosa che non è miraggio, devo avere fatto esperienza di un qualcosa che non è miraggio. Dopo di che, non è che il miraggio svanisca: è lì, continua a esistere, è storico. Ciò che cambia è il grado del mio assenso al miraggio. E' l'esperienza di base. Intendo: le forme sì, ma se non ho esperienza di qualcosa che è senza forma - senza nome e senza forma - da dove diavolo prendo io i criteri di distinzione tra le varie forme?

E' quindi una critica del magnetismo a cui faccio riferimento - e non una critica formale, di genere, di ritmica. Mica sono scemo: non nego che esistono forme generi e ritmi. E' la mia attenzione che è attratta da qualcos'altro: dalle possibilità, dalla sostanza stessa dell'attenzione.
Di cosa è fatta l'attenzione?
Perché un libro intensifica la mia attenzione e un altro no?

Come dice un amico scrittore, che è cosa ben differente da uno scrittore amico, ci sarà da ridere nel 2004. Sarà l'anno in cui esploderanno i Capolavori Misteriosi in lingua italiana.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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