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Perceber, il romanzo del decennio
Luigi Mascheroni, Il Giornale, 21.04.2005
Undici anni per scriverlo, un sito internet per lanciarlo, oltre cinquecento pagine (e cento di apparati) per narrare di tre uomini e di una gamba amputata in una Roma senza tempo. E' il romanzo di Leonardo Colombati, esordiente che ama Pynchon
La differenza tra i 1.200-1.500 romanzi che ogni anno calano sulla scrivania di un giornalista culturale e il romanzo che vale la fatica di leggere, si chiama Perceber.
Che cos’è Perceber? È un romanzo, o piuttosto "un romanzo eroicomico sul Nulla", scritto da un esordiente, Leonardo Colombati, e pubblicato da Sironi. Sarà distribuito a partire dal 5 maggio e presentato ufficialmente l’8 alla Fiera del libro di Torino. Nei giorni scorsi una ventina di copie-pilota di Perceber (senza la copertina definitiva) sono state spedite ad altrettanti "addetti ai lavori". Siamo stati fortunati.
Qualche settimana fa Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, a proposito di Tullio Avoledo che su queste pagine celebrava Atomico dandy di Piersandro Pallavicini, ironizzava sul fatto che da un po’ di tempo a questa parte - dopo i casi dello stesso Avoledo, di Faletti, di Piperno, eccetera - tutti sembrano affetti da una strana malattia, quella appunto di voler vedere dovunque il "romanzo dell’anno". Bene. Questo rischio Perceber non lo corre. Perceber è molto di più: è il romanzo del decennio, il decennio che è trascorso e quello che verrà. Anche se probabilmente ben pochi riusciranno a leggerlo da cima a fondo...

Perceber è stato scritto in undici anni di lavoro ("alcuni episodi sono passati attraverso non meno di quaranta revisioni", dice l’autore) e racconta di tre uomini - un giornalista, un medico, un avvocato - testimoni di un incidente in viale Trastevere, a Roma, il 6 luglio 2000: un tram travolge un anziano tranciandogli la gamba destra. Punto. Questa è la storia, e scorre per più di 500 pagine. In mezzo, o sopra, o dietro, o sotto, che è lo stesso, la storia-parallela di Perceber, una città spagnola fondata nel medioevo i cui abitanti parlano in continuazione senza neppure una pausa tra una parola e l’altra. A latere, l’idea di un Piano bizzarro e pazzesco ("Quando uscì Il pendolo di Foucault facevo a gara con un mio amico a citare intere pagine a memoria. Lo stesso amico con il quale poi progettai di scrivere un romanzo giallo: lui doveva imparare l’ebraico e io la cabbala. Ma poi naturalmente non se ne è fatto nulla"). Il “luogo” dell’azione è Roma: ogni episodio (41 in tutto, raccolti in 7 capitoli a loro volta uniti in tre parti) si svolge in un diverso quartiere della città a cui si sovrappone un altro schema, mutuato dalla cosmologia cabalistica, e un altro ancora che richiama le diverse parti del corpo umano. Risultato: un romanzo immenso che è al tempo stesso una Città, una Cosmologia e un Uomo.
Coprotagonisti della narrazione, una miriade chiassosa di personaggi storici e letterari (dal libertino Casanova al naturalista Horace de Saussure, dal multiforme Fregoli a Vladimir Luxuria), e poi rabbini, puttane, alchimisti, statue parlanti, guardiani notturni, una grancevola cabarettista (tra le pagine più comiche del romanzo), eccetera. Il tutto cementato da una scrittura ambiziosa, difficile, massimalista ed enciclopedica, tanto che in appendice al romanzo l’autore ha “dovuto” pubblicare altre cento pagine di apparati (note, citazioni, glossario, fonti) senza le quali si capirebbe poco e con le quali a volte si capisce ancor meno... Meglio fare un esempio: a pagina 89 (scegliamo a caso), uno dei protagonisti - che per la verità il lettore non ha ancora bene individuato - mentre si aggira per casa urta uno scrittoio facendo cadere una mensola con tutto ciò che vi è riposto tra cui "il Manuale dell’Ipnotizzatore, un Fénelon, alcuni vecchi libri tra cui il Bouvard e Pécuchet e La Storia dei Tredici, un berretto turco e qualche conchiglia...", esattamente gli stessi oggetti ammucchiati su una mensola da Flaubert - informa una nota - in una pagina del suo Bouvard e Pécuchet... e così via: ogni azione, ogni luogo, ogni personaggio, ogni riga del romanzo contengono un riferimento letterario, storico, filosofico, mitologico, musicale, cinematografico, di cronaca... Perceber è un romanzo (?) barocco, magnetico, magmatico, simbolico. Che leggeranno in pochi, pochissimi... I pochissimi che l’hanno letto in anteprima dicono meraviglie, parlano di Capolavoro, di romanzo-spartiacque, sono spiazzati, increduli. Lo scrittore Giulio Mozzi (consulente per la narrativa italiana dell’editore Sironi che si è accaparrato Perceber battendo sul tempo un paio di altri grossi editori), sul suo blog ha raccontato di come sia arrivato in redazione il romanzo (era il febbraio 2004), dello sconcerto provocato dal malloppo, di come abbia letto un paio di pagine e le abbia trovate "sorprendenti", di come con il procedere della lettura "si rafforza l’impressione che sia qualcosa di importante", anche se - ammette - mentre legge gli pare "di non capire quasi nulla. Il romanzo non è un romanzo normale. Che razza di romanzo è?", per concludere, girata l’ultima pagina di Perceber: "Io non so se il romanzo di Leonardo Colombati è davvero un “capolavoro”. Per me la parola “capolavoro” indica soprattutto un genere letterario. Così come ci sono i romanzi gialli e quelli rosa, i cosiddetti “romanzi di genere”, similmente ci sono i romanzi del “genere letterario capolavoro”... Sono quei libri che Franco Moretti classificherebbe come “opere mondo”. Ogni libro che tenti di essere un’opera mondo è, inevitabilmente, un tentativo di capolavoro. Checché ne pensi l’autore, qualunque forma abbia la sua ambizione, ciò che sta facendo è: tentare la scalata al capolavoro".
Giuseppe Genna - che al “Capolavoro Misterioso” già un anno fa dedicò una serie di considerazioni sul suo sito I Miserabili - avute le bozze del romanzo da un "amico scrittore" (Giulio Mozzi), arrivato a pagina venti, si sentì costretto a inviargli un sms: "Credo si tratti della massima scoperta letteraria degli ultimi dieci anni". Qualche giorno dopo scriverà in Rete: "è arrivata una scrittura che mi mette fuori gioco, quelli che evidentemente io considero “i miei meriti letterari” ne escono scarnificati annullati ridicolizzati". E lo scrittore del momento, Alessandro Piperno, grande amico di Colombati, firma una lunghissima bandella di Perceber dove, tra le altre cose, si legge: "Se l’ambizione è uno dei tratti imprescindibili di cui uno scrittore deve dar prova fin dall’esordio, allora si può dire che Leonardo Colombati si presenti sulla scena letteraria italiana come uno dei più talentuosi narratori della sua generazione... Non ricordo - almeno nella storia più recente del romanzo italiano - un narratore che abbia cercato di raccontare Roma in un modo così fascinosamente truculento. La Roma di Colombati è enorme, spettrale, afosa, ma ha il pregio di essere assolutamente vera e assolutamente a noi contemporanea...".
Già, Roma. Leonardo Colombati è nato qui, il 21 aprile 1970, Natale di Roma. Laureato in Legge, dopo il tirocinio in uno studio legale se ne è andato a Londra. Ha trovato un altro lavoro ("che grazie a Dio non ha nulla a che fare con la letteratura") ed è rimasto due anni. Oggi si occupa per conto di una società inglese della vendita per il Sud-Europa di cavi in fibbra ottica.
"Springsteeniano di ferro" (ha finora seguito 12 suoi concerti in giro per il mondo, e sul prossimo numero di Rolling Stone firma a quattro mani con Alessandro Piperno la recensione dell’ultimo album del Boss), collabora con la rivista Nuovi Argomenti di Enzo Siciliano e prima di Perceber aveva scritto giusto "un paio di racconti e delle poesie orribili", senza pubblicare nulla però. È molto attivo sul web: ha un blog, dirige la rivista musicale online Medicine Show, ha creato nell’ottobre scorso - primo caso in Italia - un sito in progress dedicato al suo romanzo (www.perceber.com) con estratti, anticipazioni, mappe, citazioni...
Tra gli scrittori italiani, oltre all’amico Piperno ("Con le peggiori intenzioni è un romanzo splendido e importante. Racconta gli anni Ottanta come nessuno scrittore negli anni Ottanta li ha raccontati. In quell’epoca trionfava la borghesia eppure tutti volevamo fare Tondelli, i minimalisti. Non avevano gli strumenti per raccontarli. Tutti gli rinfacciano che nel libro si parla solo di soldi. Ma cosa ha mosso la letteratura da 200 anni a questa parte? Lui finalmente l’ha capito"), ama Raffaele La Capria ("Ferito a morte è un romanzo splendido e unico: l’ultimo romanzo borghese scritto in Italia fino a Piperno, e dal punto di vista della struttura sembra rifarsi al Gruppo 63 ma in realtà è un romanzo joyciano in cui la scelta stilistica non è fine a se stessa: io provato a fare la stesa cosa") e prima ancora Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore soprattutto) e Mario Pomilio (Il quinto evangelio).
Tra gli stranieri, "dopo una lunga fase borgesiana, che un po’ si sente nel libro, e che poi ho superata", Thomas Pynchon, Saul Bellow, William Gaddis, Don DeLillo. Frequenta poco la critica letteraria ("sono un lettore di romanzi, non di critici. Troppe polemiche avvelenate, troppe invidie: è un mondo molto piccolo") ma conosce bene i meccanismi del marketing letterario, come dimostra il suo sito dedicato a Perceber ("una cosa biecamente pubblicitaria, certo, ma che male c’è?"): alla Sironi mandò non un semplice manoscritto, ma un libro vero e proprio, già stampato e rilegato: "una cosa insolita... in casa editrice si sono incuriositi proprio per questo. È un vecchio vizio, non riesco a scrivere se non facendo il libro, decidendo l’impaginazione e tutto il resto, note in appendice comprese". E così Sironi si è trovata davanti a un dilemma: o prendere il libro bello e fatto senza tagli né “asciugature”, oppure lasciar perdere e rischiare di buttare al vento il capolavoro. Hanno scelto la prima.
E ora che è pronto, decisa anche la copertina (dopo un sondaggio in Internet), cosa si aspetta Leonardo Colombati da questo libro? "Gli voglio molto bene, ma in realtà lo vedo lontano, l’ho finito nel 2003, sto pensando già ad altre cose. Non venderò una copia ma spero che venga riconosciuto come un libro degno. Il mio “sogno dello scrittore” non è che Perceber diventi il numero uno in classifica, ma che fra 30 anni qualcuno lo riprenda in mano e ci scriva sopra qualcosa. Sì, sul breve periodo l’interesse della stampa non può che fare bene, ma ciò provoca invidie mostruose. E d’altra parte, anche quando un libro viene smerciato da grosse firme sui magazine o in tv se non vale non reggerà la prova dei fatti; mentre se vale davvero con gli anni non ci si ricorderà più dei D’Orrico o dei Ferrara che hanno lanciato il libro ma si ricorderà il libro".
Ha scritto Giulio Mozzi sul suo blog: "Si parte con una diffusione di poco meno di duemila copie. Ovviamente noi contiamo di vendere, alla lunga, molti milioni di copie di questo libro. Ma il grande comincia sempre dal piccolo: siamo fiduciosi". Risponde l’autore: "È un dato di fatto che il 70% dei lettori di fronte a un nuovo romanzo si ferma dopo 10 pagine. Cosa faranno di fronte a un esordiente che gliene propone cinquecento?". Già, cosa faranno?
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