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Tecnologie affettive
Stefano Spagnolo, Fernandel, 01.04.2005
«Il culo è tondo, dunque dolce. La vagina è uncinata». Così sentenziando, steso sulla gigantesca pantografia virtuale delle chiappe di una fidanzata di vent’anni prima, il protagonista di Dune (che nulla ha a che vedere con Herbert?) si appresta a morire: aspetta la ‘dolce morte’. Quale miglior modo di porre fine ai propri giorni se non in un paradiso costruito con una scelta delle cose più belle che nella vita ciascuno ha avuto? Per questo, all’occorrenza, basta rivolgersi ai servigi di un programmatore informatico che, prelevando e montando ricordi e sensazioni dal cervello del cliente, realizza un fondale virtuale nel quale mettere in scena – è il caso di dire – il proprio trapasso, la propria eutanasia.

In effetti, l’aria mortifera che connota questo racconto circola in tutte e sei le storie che compongono Tecnologie affettive di Maurizio Torchio. La morte si insinua ovunque; emblematica, anche sottoforma di mosche in un paio di episodi della raccolta; in generale, come immagine, a comunicare la putrefazione delle emozioni. Poi, prende ancora completamente il sopravvento nel necrofilo peep show de Al fiocco nero, spaventoso spettacolo di neonati morti partoriti in pubblico dal ventre di madri morte.

Uno strano e derisorio humour nero di risulta contraddistingue queste narrazioni, pur nella loro melanconica consistenza espressiva di base. Burlesco, talvolta, bislacco. Emma, eponima protagonista dell’ultimo pezzo del libro, per liberarsi del giogo familiare deve uscire di casa solo per poi farvi ritorno da figliola prodiga – un bovarismo in evangelica parabola.

Torchio non va mai oltre il suggerimento del contesto che sta descrivendo; usa sospendere l’immaginazione, con qualche tagliato dialogo, qualche descrizione affilata. Sia che il racconto venga costruito completamente come monologo (Al fiocco nero) o intervista (La banda delle coccole), sia che abbia parti dialogiche e monologiche alternate (Dune) o intervenga la terza persona (Arranti, Emma), il discorso prende sempre avvio da un’intuizione forte, dalla quale poi procede per deduzioni, via via accresciute, aggiunta dopo aggiunta, fino alla chiusa sentenziosa.

Non c’è scampo: che si tratti di godere o di morire (tecnologia è anche un preparato per bibita d’antan, dal nome liberty – Effervescente Paloschi –, perfetto viatico a un’apocalissi onanistica), i personaggi di Torchio hanno bisogno di ricorrere alla simulazione. Pure per le più semplici emozioni, quelle degli abbracci e delle carezze condivise (La banda delle coccole), pure per esse il cambio di segno è necessario; le coccole sono un estremismo, sono la sovversione e il terrorismo, perseguirle equivale all’impossibile rovesciamento dell’ordine costituito.

Allora la lingua stessa è una tecnologia, lo strumento sempre imperfetto – ma l’autore di questo libro ne possiede una versione molto efficiente – traverso il quale mettere in forma la vita e l’espressione ultima e intima dei sentimenti: la sofferenza, la capacità di amare, di desiderare e di distruggere.
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