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Tullio Avoledo, lo scrittore della porta accanto
Alberto parigi, www.ialweb.it - il portale della formazione, 06.04.2005
www.ialweb.it
I consigli di un autore di grande successo agli aspiranti scrittori
E’ stato il “caso letterario” del 2003 con il suo romanzo d’esordio L’Elenco telefonico di Atlantide. Il successo è continuato con Mare di Bering e Lo stato dell’unione. Ma quello che colpisce parlando con Avoledo è la sua sincera cortesia e disponibilità. Da uno così tutti gli aspiranti scrittori vorrebbero le dritte giuste. Eccole.

Signor Avoledo, in un suo recente articolo lei afferma che forse non sarebbe diventato uno scrittore senza quell’energia mistica –che taluni popoli primitivi chiamano mana- trasmessa dai contatti intercorsi con i suoi autori preferiti. E lei, quale mana vuole trasmettere agli aspiranti scrittori?

Quella del mana è stata una cosa buttata lì. Non sono superstizioso, non credo che toccare il mantello del Re Sole potesse guarire dalla scrofola. Eppure qualche scrofoloso guariva, toccandolo... Diciamo che il contatto epistolare (e poi, anche se non spesso come vorrei, la conoscenza diretta) di molti grandi scrittori mi ha dimostrato in primo luogo che si può essere grandi rimanendo gentili e disponibili (cosa che capita peraltro, in base alla mia esperienza, nel mondo delle lettere anglosassone, mentre non posso dire lo stesso degli scrittori francesi o italiani). E’ una disponibilità che cerco di ricambiare indirettamente rendendomi a mia volta disponibile verso i lettori che mi scrivono. La seconda cosa che quei contatti con i miei miti letterari mi hanno dato è la voglia di poter essere come loro, di poter pubblicare un libro. Parlando con altri autori ho capito che le difficoltà iniziali non devono spaventarti. Ho scoperto che anche quelli che oggi per noi sono dei Grandi della letteratura hanno avuto difficoltà nel farsi pubblicare, hanno fatto incontri con il pubblico a cui partecipavano quattro gatti. Hanno dovuto fare mille lavori per vivere. Cose così. In poche parole mi hanno fatto sentire che il mondo letterario non era un empireo irraggiungibile come qualcuno vorrebbe, ma una cosa a portata di penna.

Tullio Avoledo è la dimostrazione che si può conciliare un lavoro “normale” con quello di scrittore. Come fa a coniugare le due cose? E’ più difficile fare lo scrittore o lavorare in banca? Forse la cosa più difficile è fare tutte e due le cose assieme…

No, no: io sono la dimostrazione che un lavoro “normale” non si concilia con quello dello scrittore. Se scrivessi a tempo pieno produrrei molto di più, e probabilmente molto meglio. La vita è un affare a sommatoria zero: se ti ricavi un po’ di tempo per scrivere lo togli a qualcosa d’altro. Come la famiglia, ad esempio. Invidio gli scrittori a tempo pieno. Ma sono anche consapevole che per me scrivere non è un lavoro ma un divertimento, e che se dovessi perdere i miei lettori mi resterebbe il lavoro in banca.
O viceversa.
E poi scrivere “a spizzichi e a mozzichi” non è detto sia sempre una iattura. Da quando Chuck Palahniuk scrive a tempo pieno, e non è più costretto a scrivere una pagina o anche solo una frase al giorno, come gli capitava quando lavorava alla Freightliner di Portland come manutentore di motori diesel (un lavoro tagliato su misura per un laureato in giornalismo...), beh, da quando scrive a tempo pieno la sua prosa è diventata più scorrevoli, le sue trame più lineari. Ma si è persa molta della sua originalità, del ritmo nervoso delle sue prime opere: un ritmo legato ai tempi di scrittura e non a una scelta stilistica, a quanto pare...

Quali consigli pratici può dare a tutti quelli che hanno un manoscritto nel cassetto e, tra pudori e difficoltà oggettive, vorrebbero pubblicarlo? (sempre che, beninteso, il manoscritto sia valido). Lei come si è mosso?

Secondo me è fondamentale procedere per gradi. Provo a buttare giù un decalogo:
1) farsi un esame di coscienza e chiedersi se si è davvero determinati a scrivere;
2) se non si è scritto ancora niente, cominciare a pensare che il requisito indispensabile per diventare scrittore è scrivere qualcosa, e non continuare ad avere idee che non si fissano mai sulla carta;
3) leggere quello che si è scritto e chiedersi se è veramente buono;
4) chiedere il parere di un lettore competente: anche un amico o la morosa va bene, a patto di non litigarci se non capiscono niente o se quello che avete scritto non gli piace;
5) finire le cose: è inutile proporre ad altri la lettura delle prime venti pagine di un romanzo; funziona solo in America o in Inghilterra, dove ci sono stati casi clamorosi di autori esordienti che hanno (stando a quanto si dice) ricevuto anticipi a cinque zeri sulla base di un capitolo, o anche solo della scaletta di un romanzo. Da noi non funziona. Credo, almeno, che non funzioni...;
6) individuare le case editrici giuste cui inviare il proprio lavoro. Come si fa a sapere quali sono le case editrici giuste? Bisogna leggere molto;
7) telefonare, prima di inviare il dattiloscritto in giro: molte case editrici ti bloccheranno subito dicendo che i loro programmi editoriali sono pieni fino al 2025, o che si affidano ai lettori dell’agenzia XYZ. Inutile spendere soldi in francobolli per niente;
8) non spedire mai niente in lettura a uno scrittore che ha un lavoro a tempo pieno. Soprattutto agli scrittori nati in giugno il cui cognome comincia con la A;
9) avere un sacco di pazienza nell’attendere una risposta dalle case editrici, e nel frattempo non dormire ma scrivere altro o provarci con altre case editrici;
10) tenere sempre bene in mente che le regole sono fatte per essere violate, e che io, ad esempio, ne ho seguite solo un paio, di quelle che ho scritto sopra.

Scuole di scrittura. Val la pena frequentarle o comunque vince il talento? C’è una scuola di scrittura che si sente di consigliare?

Non conosco le scuole di scrittura. Sono stato invitato a tenere un paio di “lezioni”, ma mi sono talmente vergognato delle mie performance che ho rinunciato ad ogni altro invito, compreso quello della più prestigiosa scuola di scrittura italiana. E non mi sono ancora pentito. Non insegnerò mai più. A me è servito frequentare un corso che però, più che una scuola di scrittura, era una scuola di lettura. E costava poche decine di euro. So che certe scuole di scrittura pretendono cifre ben più elevate. In quel caso mi chiedo se ne vale la pena. A parte il fatto che vale sempre la pena di imparare qualcosa. Quanto al talento, a volte vince, a volte perde.

Quali suggerimenti spiccioli può dare all’esordiente che vuole affinare e allenare il proprio stile di scrittura?

Leggere molto rimane, secondo me, la migliore scuola di scrittura, per tornare alla domanda di prima. Essere curiosi e tenere sempre le orecchie dritte è un altro requisito indispensabile: buona parte dei dialoghi dei miei romanzi sono stati colti per strada, o in treno. Assolutamente gratis. In questo senso è importante anche essere attenti agli altri: molto spesso i tentativi di rendere un dialogo fra operai naufragano perché chi scrive il dialogo non si è mai curato di ascoltare due operai che parlano fra loro, ma ricostruisce il loro dialogo da intellettuale, come un intellettuale immagina debbano parlare gli operai. Poi per me penso sia stato fondamentale leggere molto in inglese. In qualche modo credo che la mia prosa sia diversa da quella dell’autore italiano tipico. E poi bisogna spendere un sacco, per scrivere. Documentarsi, comprare libri. Viaggiare e vedere i posti che si descrive, ogni volta che è possibile. Altrimenti inventare di sana pianta: Kafka ha descritto splendidamente l’America senza esserci mai stato, e l’Oriente vero sbiadisce di fronte alle invenzioni di Salgari. Ma per fare questo bisogna essere veramente bravi.

I titoli dei suoi libri sono evocativi, affascinanti e invitanti. Personalmente. Quanto conta il titolo nelle forme di comunicazione scritta e in che misura può incidere sul successo editoriale?

Un titolo, come la copertina di un libro, può fare molto. Nel bene e nel male. Ho appena finito di leggere un libro, “Atomico dandy” di Piersandro Pallavicini, che trovo superbo ma che a mio avviso ha un titolo tremendo. Nel mio caso, sinora sono stato fortunato con due titoli su tre. Per il quarto romanzo ho un titolo secondo me azzeccato, ma che alla mia casa editrice non piace. Vedremo chi ce l’ha più duro. Il titolo, intendo.

Il modello nord est sembra inconciliabile con la creatività, eppure Avoledo e diversi altri autori provengono proprio dalla provincia ammalata di lavoro. Come lo spiega? Forse la fonte dell’ispirazione si trova nel proprio ambiente, magari per evadere creando con la scrittura altri mondi…

Mah, io sinora ho descritto più che altro delle patologie del lavoro e del sociale, la cancrena che distrugge progressivamente un tessuto produttivo e sociale un tempo sano e ora in decadimento. Comunque il Nord Est è vasto e variegato, tutt’altro che monolitico. E difficilissimo da interpretare. Mi incuriosisce, mi affascina, spesso mi sconcerta. Ma non mi lascia mai indifferente. Nel prossimo romanzo mi prenderò una vacanza dal Friuli, ma poi tornerò a descrivere la mia regione (o regioni immaginarie che le somigliano molto) perché sono un’autentica miniera di storie, dove c’è posto ancora per centinaia di narratori.
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