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Sottovoce o quasi
Renato Barilli, L'immaginazione, 15.01.2005
Parlare di Maurizio Torchio significa per me riaprire una piaga, dato che questo giovane autore, poco più che trentenne, ha "letto" nell'ultimo appuntamento reggiano di "Ricercare" (2003), riportandovi un bel successo, assieme a quello di altri colleghi, a conferma che la vena della nostra narrativa di punta non è per nulla esaurita. Torchio si è presentato leggendo Arranti, il primo dei racconti che ora compaiono sotto il titolo globale di Tecnologie affettive, nella collana diretta presso Sironi da quell'eccezionale talent scout che è Giulio Mozzi. Nelle occasioni fornite da "Ricercare" usavo insistere su una suddivisione di massima tra "minimalisti" e "massimalisti", tra coloro cioè che fanno un ricorso parco ai mezzi linguistici e stilistici, fornendo un tessuto magro di fatti esplicitati e lasciando invece sommerse tante connessioni e implicazioni; o invece coloro che preferiscono giocare su una pienezza di effetti, scatenando lo strumento linguistico in misura compiaciuta e ostentata. Il racconto Arranti mostrava chiaramente di appartenere alla prima di queste categorie, tutto condotto sottovoce, con indicazioni in apparenza addirittura pedantesche e senza costrutto, data la loro poca consistenza, ma che viceversa avevano il potere di scavare a fondo, di designare tipi psicologici, destini, con un senso di catastrofe imminente anche se mai esplicitata. Arranti potrebbe anche essere detto,, alla maniera di Garcìa Màrquez, "l'autunno del grande manager", infatti si tratta di un pezzo grosso di qualche azienda, tanto da aver diritto all'auto blu, una Lambda blindata, con relativo autista al suo servizio personale, l'umile Claudio Di Monte. E tra i due appunto si stabilisce un muto dialogo, fatto di brevi cenni, mozziconi di frasi, ma abbastanza significativi da far intendere una comune parabola discendente: l'autista avviato al pensionamento, il "commenda" in calo di successi, anche lui destinato a un pur decoroso "cimitero degli elefanti", costretto quindi a constatare una diminuzione progressiva dei segni del comando, cui anche il devoto dipendente assiste con amarezza, nella convinzione che il declino del padrone è anche il suo proprio. E quel che è più grave, anche a casa, nel cerchio degli affetti domestici, Arranti è atteso da una prospettiva al risparmio, di delusioni, di cadute sentimentali, tanto che perfino su questo fronte si vede costretto a cercare forme "minimali" di compenso, nell'affetto incondizionato che gli tributa la cagna Wendy.
Una vicenda triste, smorzata, una sinfonia "in grigio", condotta con straordinaria maturità di mezzi; ma il giovane autore deve aver temuto di tenersi a un livello troppo modesto e umbratile, quasi neo-crepuscolare: ha sentito il bisogno di "crescere", di trattare quei suoi materiali così dimessi e quotidiani con dei reagenti più sofisticati. Ne sono venute quindi, come recita il titolo globale della raccolta, delle "Tecnologie" anche se subito siglate con la qualifica di "affettive", a dichiarare che comunque intendono pur sempre far presa su un buon materiale psicologico, e che in fondo ad esse c'è pur sempre la vita: ma affrontata con modi più schermatici e studiati, come si coglie anche ad occhio, se si confronta il carattere dimesso delle righe nel primo racconto e invece il procedere più incalzante delle pagine successive, costellate di interrogazioni, perfino di formule, con piglio decisamente "tecnologico", come fossero referti sfornati da qualche computer. E a volte si fa qualche fatica, a districarsi in tanta scintillante "tecnologia", di cui non si intendono bene i fini, se parodistici, fantascientifici, filosofici. Ma almeno in qualche caso la polpa del vissuto che viene aggredita resta pienamente valida, e le modalità spregiudicate di analisi la valorizzano in luogo di ostacolarne l'emersione. Così è nel macabro racconto Al fiocco nero, che si apre nel segno di un calcolo combinatorio relativo ai parti, che possono concludersi con puerpera e neonato entrambi vivi (VV), ma uno dei due può nascere morto (M); e che cosa succede di fronte al cupo esito di un MM, cioè di un parto che si compie quando già la madre, e anche il frutto da lei portato nel ventre, sono entrambi deceduti, eppure la natura fa andare avanti lo stesso il processo di fuoriuscita? Ne viene un orrido spettacolo, ben degno di quel gusto per i casi atroci della nostra vita quotidiana entro cui pescano abbondantemente i migliori talenti della "terza ondata", come Nove, la Vinci, Scarpa, Mozzi stesso. E che dire della riscrittura della parabola del Figliol prodigo, nel racconto Emmina, in cui l'eroina eponima tenta di sottrarsi al giogo di una famiglia asfissiante, ma non ce la fa, ricade sotto il controllo parentale, e in tal caso l'uccisione del vitello grasso non è un segno di generosità d'animo, ma al contrario di meschinità, i genitori fanno festa perché hanno ripreso un dominio totale sui conati di libertà della figlia.
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