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Reinvenzioni virtuosistiche
Alberto Garlini, Il Messaggero Veneto, 15.10.2002
“Standards”: Trevisan rifà autori celebri in cinque racconti
E’ uscito da pochi giorni, nella collana Indicativo presente dell’editore Sironi, il nuovo libro dello scrittore vicentino Vitaliano Trevisan: Standards Vol. I. Come recita una breve postilla del direttore della collana Giulio Mozzi, “gli standards sono quei temi classici che tutti i musicisti jazz conoscono e hanno in repertorio. Eseguire uno standard significa ammettere un debito verso la tradizione e, nel contempo, affermare virtuosisticamente la propria individualità…”. Il libro di Trevisan è infatti composto, coerentemente col titolo, da cinque racconti che sono altrettante reinvenzioni virtuosistiche di pezzi celebri: dalla canzone When I fall in love di Young e Heiman al racconto Un canto di Natale di Charles Dickens, passando per Samuel Beckett, Thomas Bernhard e Soren Kierkegaard. Vitaliano Trevisan sembra non scrivere attraverso la propria voce, sembra non rivendicare la paternità di nessuna voce, ma al contrario è confuso all’interno di altre voci, che possono dare respiro e ritmo alla propria. Questo particolare tipo di scrittore è a metà fra la classica idea che si ha dell’autore (capace di originali opere di ingegno, di uno stile, quindi….) e un ventriloquo. Certe volte-pensiamo soprattutto al romanzo precedente, I quindicimila passi- il ventriloquio è così ben riuscito da non fare intendere scarti fra il proprio stile e lo stile altrui. Fra Trevisan e il grande scrittore austriaco Thomas Bernhard (l’autore più spesso imitato) il rapporto non solo è stretto, ma confina anche con l’identico. Sembra non esserci alcuna ricerca di una voce propria, percebilmente differente da quella di Bernhard. Questa semplice e ingenuamente dichiarata posizione di poetica genera diversi problemi: c’è chi dice che un’operazione del genere non può essere seguita, per una elementare questione di normativa letteraria: lo stile di un autore è intimamente legato all’opera di quell’autore, alla sua esistenza fisica: se viene imitato si compie solamente una falsificazione, a volte addirittura una sorta di atto criminale che confina con il furto. Altri salvano questa poetica dicendo che, comunque, nonostante l’imitazione, risalta nella scrittura la voce vera e autentica di Trevisan: i ritmi e gli stilemi dell’imitato servono solo da veicolo all’emergere di qualcosa di proprio di chi imita. Da una parte quindi c’è un no secco all’intero lavoro, dall’altra una ricerca frenetica di ciò che è proprio di Trevisan, per salvare un’operazione che a prima vista sembra insalvabile. Queste prese di posizione partono più o meno tutte dal presupposto che qualcosa di intimo e di indefinito esista nello scrittore, e si tramuti in stile e ritmo, in scrittura, diventando proprietà unica di un unico scrittore. Forse, anche grazie a Trevisan, bisognerebbe rivedere questo luogo comune, il luogo comune della sopravvalutazione dell’originalità nell’arte. I bolognesi Wu Ming, scrittori molto letti, sono sulla stessa lunghezza d’onda, solo che, al posto di imitare stili di altri, scrivono in cinque le stesse pagine. La musica hip hop offre spesso campionature da altri brani musicali, mette la musica altrui in un contesto ritmico diverso. La stessa arte contemporanea a volte vive di moltiplicazioni e di imitazioni. L’ultimo racconto di Standards Vol I si chiude con questo dialogo, che citiamo parzialmente, tra lo stesso Trevisan (io) e il professor Falzarano (FF): Io: Vicenza non è Verona. FF: Il veneto non è l’Austria. Io: Il nuovo Eretenio non è il BurgTheater. FF: L’Italia non è mai stata l’Austria. Io: Lei non è Klaus Peymann. FF: e lei 3visan non è Thomas Bernhard. Non si sa, forse Trevisan, tragico e ridicolo (come mostra di essere nel dialogo citato), ci dice proprio questo: che per avere opera non è necessario avere un autore. E che, forse, le uniche cose che redimono la pagina, l’opera, siano lo stremante corpo a corpo con la parola, da qualunque parte nasca e da qualunque parte vada, e la qualità finale della scrittura, al di là di ogni cosa che viene detta, al di là di ogni cosa che si può dire.
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