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Una tecnologia per inetti
Daniela Carmosino, Conquiste del Lavoro, 18.12.2004
Un romanzo di Maurizio Torchio targato Sironi nella collana diretta da Giulio Mozzi
Ancora una volta il “marchio” di Giulio Mozzi e della collana Indicativo presente, da lui diretta per Sironi, dimostrano di valere come garanzia di qualità.
Dopo Caliceti, Romano, Cilento, Trevisan, Argentina – cito a caso – ecco entrare nella scuderia anche Maurizio Torchio, giovane torinese alla sua prima prova: una raccolta di sei agili e sconvolgenti racconti, ambientati in una realtà sociale ancora letterariamente troppo silenziosa, quella del nuovo Nord Italia economicamente progredito ma a rischio di inaridimento affettivo e culturale.
La voce dell’autore sorregge quelle dei protagonisti, vi scorre al di sotto, garbatamente torinese, magari sottilmente ironica, sempre sorvegliatissima: ma deputata, poi, con meravigliosi effetti stranianti, a narrare una materia iperbolica, visionaria, a descrivere scenari à la Malerba, paradossali, al limite della fantascienza.
La vigile visionarietà di Torchio ci presenta le nuove proposte che la tecnologia offrirà all’uomo per vivere ed esprimere un’ancora inestirpabile dimensione affettiva.
Una tecnologia che crea e poi sfrutta una nicchia di mercato in continua espansione, quella dei nuovi “inetti” bisognosi di supporto e mediazione per instaurare e vivere le relazioni interpersonali: questo, però, è quanto noi deduciamo dai racconti.
I quali, semplicemente, raccontano, ad esempio, della possibilità offerta ai malati terminali di scegliere il momento della propria morte e persino ricreare virtualmente la scenografia entro cui ambientarla: e mi riferisco al fantastico (in entrambe le accezioni) racconto intitolato Dune.
O della capacità delle nuove tecnologie di soddisfare la bramosia di un pubblico ben pagante di invadere la privacy altrui e di esibire la propria – ne abbiamo esempi in ogni talk o reality show: di qui lo strepitoso racconto Il fiocco nero, basato sul raccapricciante spettacolo, offerto ai turisti in crociera, di gestanti defunte che partoriscono “in diretta” un feto privo di vita.
Nel racconto è evidente la tecnica di ripresa-denuncia della realtà prediletta dall’autore: Torchio individua un comportamento sociale e lo estremizza fino al paradosso, attestando invece la narrazione su un livello di sobrio realismo: da questo scarto – mai da un commento, da un aggettivo, da un giudizio esplicito – deriva l’evidenza dell’assurdità di certi costumi.
Perché, tra i tanti meriti di Torchio, c’è anche quello di saper dare fondo a tutte le risorse della letteratura per creare immagini autonome, d’una densità semantica e d’una forza icastica che – come nei film d’autore – non necessitano di esplicativi “fuori campo”.
Al di là dell’accattivante gioco fantascientifico, infatti, s’intuisce appena l’intenzione di Torchio, tutta diretta a rilevare quanto l’uomo abbia in effetti perso, rispetto a quanto avrebbe acquisito, in seguito all’invasione dell’offerta tecnologica: la dimensione quotidiana che l’autore depone sulla pagina è satura di oggetti-strumenti-protesi, che permettono all’individuo di stabilire infinite relazioni, inibendo, però, la sua capacità di goderne. Ecco allora quel piccolo capolavoro che è l’Effervescente Paloschi, asciutto resoconto di un rapporto onanistico stimolato da un’avanzatissima tecnologia virtuale: alla ricchezza e varietà e raffinatezza delle immagini proposte dallo schermo fa da contraltare un’annichilente insoddisfazione emotiva, che disinnesca qualsiasi suggestione erotica di un racconto pur basato su precise, esplicite descrizioni di pratiche sessuali.
L’effetto è voluto, naturalmente, e il lettore, al termine del racconto è, come il protagonista, sfiancato senza piacere: piacere sensuale, certo, quello estetico è assicurato.
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