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Vitaliano Trevisan, calpestare il Nordest
Sergio Frigo, Il Gazzettino, 15.10.2002
“Una terra dinamica che va verso il disastro”. Odia gli intelletuali e dice di scrivere solo per soldi - Incontro con l’autore de “I quindicimila passi”, che ha appena pubblicato la raccolta di racconti “Standards vol. I”
Il vero fenomeno editoriale dell’anno, nel Veneto e non solo, è l’ex geometra, ex lattoniere ed ex tante altre cose, che abbiamo davanti, seduto al tavolino del bar, in una luminosa mattina vicentina, con occhiali scuri incollati sul naso, giacca di pelle sulle spalle, pelata e pizzetto da centro sociale. Sincero ed esagerato, sfuggente e diretto, Vitaliano Trevisan è tanto cosciente dei suoi numeri e tanto caustico con tutti quelli che oggi fanno tendenza nel Veneto, nel Norest e in Italia (si chiamino Diamanti, Stella, Moretti, si tratta di “giovani scrittori” o di “grandi vecchi” della letteratura) da far venire in mente un aforisma di Jim Morrison: “Se le persone che parlano male di me sapessero ciò che penso di loro, parlerebbero di me ancora peggio”.Dopo aver irritato e affascinato critici e lettori con “I quindicimila passi” (Ed. Einaudi) ed aver entusiasmato i giurati del Campiello (ma senza prendere i loro voti), Trevisan ora ci riprova con “Standards vol. I” (ed. Sironi), appena arrivato in libreria. Sono pagine a volte stralunate, altre volte gelidamente astratte, oppure commoventi, o addirittura esilaranti, come nel dialogo fra il protagonista e la nigeriana nel racconto “Fulvio Falzarano non compra nulla, ma viene a prendere un caffè con me” (dove Fulvio Falzarano… assomiglia molto al traduttore veneziano di Bernhard, il professor Eugenio Bernardi); o com’era stato nell’incontro fra il narratore e i Testimoni di Geova nel romanzo “Lo sa che moriremo tutti?, mi dicono (...) Lo so, dico , la cosa è evidente: il mondo finirà, gli uomini, un bel giorno, finalmente, finiranno (…) Ma lei potrebbe salvarsi, dicono. Ma io non voglio affatto salvarmi, dico, io voglio finire, desidero estinguermi (…) A questo punto i buoni testimoni (…) sono presi del disorientamento e cominciano a ingarbugliarsi”.
Estinguersi. Perché Vitaliano Trevisan, anche se ha pubblicato quattro libri ed ha agguantato il successo, tanto da aver mollato il suo ultimo lavoro (portiere di notte) per fare lo scrittore a tempo pieno; anche se ha vinto il premio Lo Straniero patrocinato da Goffredo Fofi; anche se sta scrivendo la sceneggiatura del nuovo film di Matteo Garrone (regista de “L’imbalsamatore”) che sarà girato a Vicenza; anche se sta già scrivendo un altro libro di testi teatrali, ed Einaudi sta per ripubblicare il suo primo romanzo …ecco, lo stesso, Trevisan vorrebbe estinguersi. “Vivere ha un qualcosa di osceno”, scrive nei libri. “Vivere è una sfiga”, dice di persona. Perché, ed è la prima scoperta, non è che ci sia tanta differenza tra Trevisan e i suoi narratori-protagonisti. E allora viene spontaneo chiedergli , vista la trama dei Quindicimila passi, se ha una famiglia (e in particolare una sorella), e come stanno in salute...
”Si, si, ce l’ho, anche una sorella. Mio padre no, è morto qualche anno fa. Era un proletario in divisa, come si diceva negli anni ’70. Era un ex partigiano, antifascista ma non comunista. Un repubblicano, direi”.
E cosa ne dicono dei suoi libri?
“Ora mi prendono sul serio. All’inizio non mi hanno molto sostenuto, ma adesso sto facendo un po’ di soldi, e da noi questo aiuta molto a essere preso sul serio”.
Non ha una famiglia sua?
“Purtroppo no, vivo solo. Ho un matrimonio fallito alle spalle”.
E con la politica come la mette? E’ uno “scrittore operaio”,, come l’hanno definita, oppure repubblicano come suo padre?
“Repubblicano? Mah, mi piaceva La Malfa, come mi piaceva Pertini. Ma il figlio no! I politici, soprattutto oggi, sono ottusi. Hanno come un topo morto dentro di sé, mai sotterrato. I nostri vivono un complesso d’inferiorità. Se poi sono anche padroni alla Berlusconi, si infastidiscono anche a discutere con te. Li conosco bene, ho lavorato anni sotto di loro: in azienda non discutono mica! Sì, io sono uno “scrittore operaio”, ma mi ha dato fastidio la connotazione di sinistra che ne hanno dato. Io ho qualche difficoltà con quella borghesia di sinistra, un po’ intelletuale e un po’ snob. Paradossalmente gli altri mi sembrano più genuini”.
E’ severo con tutti, anche con se stesso, oppure “perdona” i suoi amici?
“In quanto a severità, la vita come sfiga basta e avanza. Io penso che l’uomo si meschino, e io non faccio eccezione. E’ difficile essermi amico, non a caso non ho nessun amico di lunga data. Io non perdono niente, anche il mio matrimonio è finito per questo”.
Parliamo della scrittura: quando ha cominciato?
“Nove anni fa, nel febbraio del ‘93”.
E prima mai niente?
“Niente. Qualche poesia al liceo, come tutti, che poi ho distrutto”
E perché si è messo a scrivere?
“Perché avevo comprato il computer”.
No, seriamente: perché scrive?
“Perché mi pagano. Adesso posso dirlo”.
E il sacro fuoco dell’arte?
“Ma quale arte! Non c’è niente di artistico nello scrivere. Scrivere, cito Borroughs, significa raschiare il fondo del barile. E’ un lavoro sporco, si mette in gioco la vita”.
Scrive per se stesso oppure per…perpetuarsi attraverso la scrittura?
“Mai scritto niente per me stesso, neanche la lista della spesa. Quanto a perpetuarmi, non è una questione che mi riguardi quello che penseranno del mio lavoro dopo la mia morte. Io credo, come Keith Jarret, che gli artisti vadano aiutati da vivi, non celebrati da morti”.
Lei ha scritto alcune fra le cose più lucide e feroci su Vicenza e sul Norest, sul paesaggio violato, sullo sviluppo, sul suo movimento compulsivo. Non ama proprio questa terra?
“Beh, è un posto dinamico almeno”.
Sembra una risposta diplomatica…
“No, davvero! Guardi l’economia. Per il film che sto scrivendo mi occupo degli orafi, ad esempio, e li trovo molto avanti, più dei politici e degli intelletuali di sicuro, che non hanno mai lavorato e sono ancora fermi al filò”.
Che cos’ha contro il filò?
“Quando una tradizione è finita è finita. Smettiamola allora. Io prendo atto delle cose come sono. Certo abbiamo perso tante cose belle, ma ne abbiamo perso anche di brutte. Io dico che si sta meglio adesso. Se fossi nato negli anni Venti come mio padre, ora avrei 11 figli e una casa di due stanze, avrei fatto la terza elementare e magari avrei dovuto emigrare. Se poi fossi nato donna, non parliamone nemmeno”.
Ha detto che il Norest è dinamico e gli orafi sono avanti. Ma avanti come?
“Hanno relazioni con tutto il mondo non sono provinciali. Devono aggiornarsi continuamente per rimanere in piedi, sfruttando al massimo la fantasia e la tecnologia. Poi, come tutti i nostri imprenditori, pagano dei prezzi di persona. Sappiamo che il miracolo del Nordest è basato sull’evasione fiscale e sullo sfruttamento, ma prima di tutto sull’autosfruttamento. Siccome i nostri imprenditori sfruttano prima di tutto se stessi, poi hanno meno scrupoli a sfruttare i dipendenti. E’ un mondo spietato”.
Ma dove si va, con tutto questo?
“Ah, si va verso il disastro! D’altra parte è proprio dell’essere umano andare verso il disastro. E antropologico. L’idea base del capitalismo, crescere sempre è malsana. Lo sviluppo può essere indeterminato, ma non infinito: non a caso ora l’Occidente si sta attrezzando per trovare altre risorse. Ma il mondo va così, non ci sono alternative”.
E allora?
“E allora a novembre io vado in Africa. Lì mi trovo bene, ho degli amici: sono pragmatici, essenziali. Lì hanno problemi seri, non c’è il tempo per le masturbazioni mentali”.
Farà l’immigrato al contrario…
“Si, ma anche qui è tutta una questione di soldi. Io vado in Africa perché ho i soldi per farlo, loro vengono da noi quando trovano i soldi. Ma a me non dispiace che la gente venga qui, penso che l’immigrazione ci arrichisca, e non dico solo economicamente: io gli immigrati li conosco bene, perché ci lavoravo insieme”.

Ex geometra e lattoniere ha all’attivo quattro libri e ora collabora ad un film “Standards vol. I” è il quarto libro di Vitaliano Trevisan, dopo “Un mondo meraviglioso”, del ’97 (ed. Theoria, ma ora sarà pubblicato da Einaudi), e “Trio senza pianoforte/Oscillazioni”, del ’98 (ancora Theoria).
Il titolo – come sanno gli appassionati di jazz e come osserva nel risvolto di copertina Giulio Mozzi che di Trevisan è stato il “talent-scout” (“E’ stato lui a scoprire per caso i miei racconti. Io dopo un paio di rifiuti avevo già rinunciato a disturbare ulteriormente gli editori”, ricorda l’autore) – richiama quei temi classici che i musicisti spesso hanno in repertorio, come omaggio alla tradizione e affermazione del proprio virtuosismo. In questo caso l’omaggio letterario dell’autore vicentino (è nato nel’60 a Sandrigo e vive a Vicenza) è alla canzone di Victor Young ed Edward Heyman “When I fall in love”, al racconto “Un canto di Natale” di Dickens ed altri “pezzi celebri” di Samuel Beckett, SØren Kierkegaard e dell’amato Thomas Bernhard.
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