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Lo stato dell'unione
AnnaMaria Manna, superEva.it, 24.01.2005
superEva - scrittura creativa
Dopo i successi di L’elenco telefonico di Atlantide e Mare di Bering, Tullio Avoledo torna alla carica con questo romanzo avventuroso, ironico e feroce.
Ho appena finito di leggere Lo stato dell’Unione, il terzo romanzo di Tullio Avoledo per Sironi.
Ho impiegato esattamente due giorni: una pagina tira l’altra, un capitolo si inanella nell’altro in un crescendo narrativo scoppiettante di humour e ironia, ma che mi ha dato più volte una sensazione che lo stesso protagonista nelle sue avventure dice di provare: déjà vu. Non in senso negativo, perché i rimandi ai suoi romanzi precedenti e agli autori ispiratori sono chiari e inequivocabili, ma proprio nel senso che la fantasmagorica avventura del pubblicitario Alberto Mendini sfiora in certi momenti certe realtà dei nostri giorni di questa Italia, della stessa regione autonoma in cui vivo: il Trentino Alto Adige.

Oggi la tendenza a sfuggire alla globalizzazione è forte in tanti, ma ha dentro di sé un risvolto razzista: la smania di sottolineare le Identità, di valorizzare lingue e dialetti assume in certe situazioni una connotazione ridicola, se non proprio truffaldina. Nascono istituti di studio che garantiscono dignità di lingua a parlate che nella maggior parte dei casi sono varianti locali di un dialetto regionale, sorgono musei mega per microreperti, ma con cataloghi in costosa carta patinata traslucida. Enti locali e regionali, specie se autonomi, sponsorizzano antologie di leggende e miti rintracciate in sperdute vallette, si istituiscono feste e comitati che, con la scusa di attirare i turisti, fanno rivivere o addirittura inventano tradizioni locali e ogni anno le feste diventano più grandi e intorno ad esse vorticano centinaia di migliaia di euro per esperti, professionisti, professori e uomini politici in cerca di consenso. Prima o poi tutto questo, temo, produrrà qualcosa di pessimo.

Ho conosciuto Antonio Brusa, docente di storia all’Università di Bari e presidente di ISAGA (International Simulation and Game Association) e ho giocato con il suo team un gioco molto istruttivo, che mi è subito venuto in mente leggendo questo romanzo di Avoldedo. Il gioco si intitolava “Inventa una tradizione e diventerai ricco e potente”. Ne Lo stato dell’Unione il gioco è diventato una bella narrazione che non fallisce il bersaglio del gioco: far riflettere divertendo.

Avoledo narra un genere non nuovo: la fantapolitica del presente. Nella letteratura anglosassone questi libri sono dei best sellers e si occupano di macrofenomeni come le lobby delle armi o delle case farmaceutiche, penso a Richard North Patterson con Scelta Obbligata o il Giardiniere Tenace di John Le Carré, ma in Italia chi si occupa di realtà solo apparentemente più piccole e non meno pericolose? Tullio Avoledo lo ha fatto in questo libro con il suo stile: mescolando realtà nazionali e non, humour, leggende metropolitane, personaggi con facoltà e interessi paranormali in un crescendo in cui il sorriso e la sensazione di allarme si rimescolano in continuazione nel lettore.
Auguro a Tullio Avoledo un grande successo perché il piacere di leggere la sua scorrevole prosa e certi riferimenti alla realtà politica italiana sono un mix imperdibile.

SCHEDA EDITORIALE Alberto Mendini, pubblicitario cinquantenne un tempo sulla cresta dell’onda e oggi sull’orlo del fallimento, riceve una di quelle proposte che non si possono rifiutare. L’assessore alla cultura della Regione gli chiede di organizzare, in cambio di un bel pacco di soldi, nientemeno che la campagna per l’“Anno dell’Identità Celtica”. Mendini è perplesso: di Celti, da quelle parti, per quello che lui ne sa, non se ne sono mai visti. E i soldi sono tanti, forse addirittura troppi... La terza scorribanda narrativa di Tullio Avoledo si svolge in una Regione che non c’è, ma potrebbe benissimo esserci. In un’Italia governata da un partito che si chiama “Italia in Marcia”, e al cui interno si annida un’organizzazione separatista internazionale che punta al distacco del NordEst e alla creazione di un nuovo Stato – razzista, e fondato sulla “comune identità celtica” – a cavalcioni delle Alpi. La storia, dal sapore politico così pepato da fare di questo romanzo un ironico, lucido e disperato pamphlet, è innervata da una felicità inventiva ancora superiore a quella esibita nell’Elenco telefonico di Atlantide. Alberto Mendini si trova sballottato tra morti che parlano, esperimenti di psicofonia, astronauti americani esiliati in Italia, assessori deliranti, giovinette ipersessuali: tutto un circo di artisti del segreto e del complotto, dove quanto più un personaggio è folle tanto più siamo costretti a dire: “Sì, lo conosciamo; è già tra noi”. Entrando di potenza in quel genere letterario che è il romanzo fantapolitico del presente, con Lo stato dell’unione Tullio Avoledo si propone come il narratore che dice, oggi, in Italia, tutto quello che abbiamo sotto gli occhi, e che non si può dire.
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