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Metti che l’Italia diventi celtica
Edmondo Berselli, Repubblica, 29.01.2005
Ci prova, qualche italiano, a comporre una super-fiction, una trama esasperata, piena di misteri e cospirazioni, nonché di vicende iperrealistiche che appartengono a una faccia nascosta della nostra realtà. Ci hanno provato, ciascuno a suo modo, Giuseppe Genna, Mauro Covacich, Wu Ming. Il nuovo romanzo di Tullio Avoledo Lo stato dell’unione , per la parte irrazionale, è fondato su due centri narrativi: la vicenda di un ex astronauta americano che con congegni particolari, una sorta di “internet dei morti”, ascolta e registrare la storia delle voci provenienti da ultra dimensioni; e il suo racconto-mito sul “falso” sbarco della luna di Neil Armstrong il 20 LUGLIO 1969, rivelato come una finzione scenica allestita dagli americani per nascondere il tragico fallimento delle missioni Apollo.
Sono due espedienti mitologici, due leggende cognitive, due pari storie che fanno ruotare intorno a sé l’intreccio di Avoledo. Che tuttavia contiene anche uno sfondo quasi realistico, cioè il progetto di un tentativo di secessione in una regione italiana governata da una postmoderna alleanza tra un industriale di sinistra e un movimento simil-haideriano denominato “Italia in marcia”. L’aspetto curioso di questa parte della narrazione è la visibile plausibilità di un’ insurrezione nazionalistica che viene lanciata come una campagna pubblicitaria, o un’operazione di immagine.
Al pubblicitario semifallito Alberto Mendini viene infatti affidato il compito di promuovere un’oscura iniziativa regionale, volta alla promozione di una postulata identità, “celtica”. Si mette in moto una macchina che non si arresta di fronte a nessun ostacolo, e meno che mai di fronte all’inesistenza di matrici celtiche locali. Una grande mostra con reperti eccezionali e taroccati, un budget pubblicitario colossale, videoclip ad alto contenuto emozionale, e alcune cerimonie pubbliche di strepitosa intensità riescono evidentemente a modellare la realtà secondo la volontà politica degli imprenditori della secessione. « Voglio vendere l’idea che siamo un popolo oppresso», dice uno della squadra incaricata da questa azione parallela del terzo millennio. «Che siamo un popolo giovane; che abbiamo la forza e il coraggio di usarla».
Se la trama dovesse apparire non credibile, basterebbe pensare alla dissoluzione della Jugoslavia, all’appello alla dignità serba di Slobodan Milosevic, all’effetto emotivo della musica “turbo-folk” sponsorizzata dalla presenza della moglie di “Slobo” Mira Markovich, e poi mettere agli atti gli effetti dello scontro di civiltà scatenatosi in Bosnia.
Dopo aver ottenuto un buon successo con le mitologie egiziane riportate alla luce in L’elenco telefonico di Atlantide e con Mare di Bering, Avoledo non ha inibizioni a concludere la sua avventura in un non-luogo, nello spazio e nel tempo di una semi eternità, dove la conclusione politica della vicenda è sintetizzata in poche righe: « La guerra civile scoppiò comunque. Durante e dopo la guerra vennero la pulizia etnica i massacri indiscriminati. La carestia. I campi di concentramento. Le epidemie». La suggestione del romanzo nasce tuttavia proprio da ciò che di paradossale lo innesca: e cioè che nella realtà contemporanea sia possibile speculare sulla psicologia di massa con gli strumenti tecnici attuali per ottenere lo sprigionarsi di pulsioni arcaiche, il librarsi di strati di violenza e di irrazionalità. Mentre mondi paralleli sembrano sfiorarsi ed interagire, la normalità quotidiana è punteggiata dagli oggetti del consumo evoluto del nostro tempo, elencati con puntiglio: telefoni cellulari, fuoristrada computer, telecamere portatili, giochi elettronici. Tutto questo, insieme ai nomi dei vini e dei superalcolici, o di cantanti (Eva Cassidy, Sting, i Simple Minds), imprime un’etichetta di autenticità alla superficie traslucida e sfuggente del mondo globale. Alla fine del romanzo, resta la sensazione di una permeabilità tra le dimensioni del reale, e l’annuncio beffardo che l’esistenza è una traccia impercettibile, ma talvolta percepita, sull’eternità del mito.
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