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Garlini e Sebaste sotto l'effetto di realtà
Enzo Di Mauro, Alias, Il Manifesto, 04.12.2004
Una partita di calcio tra le troupes di "Novecento" e di "Salò-Sade"; un romanzo-inchiesta sull'autista di Lady Diana: due pungenti "invenzioni" del reale.
Nella nota o avvertenza ai lettori, posta in margine al recentissimo volume che raccoglie quattro suoi racconti pubblicati da Einaudi, Walter Siti, riferendosi innanzitutto all'ultimo (Il colpo di pollice), sente di dover precisare che vi si troveranno citati qua e là nomi e cognomi di persone conosciute: è semplice 'effetto di realtà', per rendere plausibile la conversazione e complete le immagini". In altri termini, nomi e cognomi "hanno dunque una pura funzione segnaletica". Realtà, allora, sia pure come lembo, appendice, traccia, striscia di luce che procede a intermittenza, da faro segnalatore. Serve ricordare appena che in quel racconto – la data è cruciale: 29 ottobre del 1975 – il Poeta e il giovane fotografo, tra Sabaudia e Chia, giocano una partita dura, aspra, nervosa, ed entrambi suggellano i rispettivi destini, il primo finendo assassinato la notte dei morti in un campetto di Ostia, il secondo restando segnato per sempre da quell'incontro-scontro durato lo spazio di una notte, ai bordi anch'egli del progetto di un romanzo in progress lasciato interrotto. L'effetto di realtà, come è noto, confligge puntualmente con ogni nozione di autenticità e anzi se ne libera e l'atterra liquefacendo il proprio soggetto (con i suoi bisogni narcisistici) al cospetto di un'esemplarità che via via si rivela fittizia, addirittura desensibilizzata, un (in apparenza) denso schermo di brina che si dissolve e risolve nella più sfrenata e, si potrebbe dire, arbitraria delle invenzioni.

Qualcosa di simile, e semmai più impunito, accade nel romanzo di Alberto Garlini (nato a Parma nel 1969). Anche qui – come il titolo già grida: Futbol bailado – si comincia con una partita, però di calcio giocato, una gara rimasta leggendaria che ebbe luogo nel campetto della Cittadella di Parma tra due compagini speciali, la troupe di Novecento di Bernardo Bertolucci e quella di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, impegnate a girare in quel momento, la prima nel piccolo cimitero di Poggio Rusco nei pressi di Mantova, e la seconda, a qualche chilometro di distanza, nei locali della villa di Pontemerlano di Roncoferrato. È una partita di riconciliazione tra i due registi, dopo che Pasolini si era scagliato contro Ultimo tango a Parigi accusandolo di essere un “prodotto sub-culturale” e un film “di intrattenimento di massa”. I calciatori di Salò indossano la casacca del Bologna. Bertolucci siede in panchina in qualità di allenatore, Pasolini (Ninetto gli sta accanto, ma scanzonato e strafottente) corre come un pazzo lamentandosi della palla che (a suo dire) i compagni di squadra non gli passano mai. Corre, matto e disperato, nervi e ossa, come un uomo che non ha tempo. È il 16 marzo 1975. Garlini allora aveva circa sei anni, e avrebbe potuto assistere all’incontro, magari accompagnato dal padre. Forse è veramente accaduto, se quella visione – lo squarcio o l’effetto di realtà che a memoria ha ruminato così a lungo da depositarlo infine al pari di un segmento lustrale di un’intera stagione della vita e della storia – si è poi sedimentata e dipanata, nel romanzo insieme lirico e fantastico, in un tempo a fisarmonica che abbraccia d’un solo colpo la preistoria di Casarsa della Delizia e la più recente e depotenziata e depressa dopo-storia a noi tutti contigua. Ma nulla – tranne, beninteso, la spina dell’orfanezza privata e collettiva e poi il sentimento in nero di un bilancio generazionale e certe tinte di affresco d’epoca a stento, e con più di una lacuna, tenuti a freno da una lingua troppo poetica – nulla, si diceva, è meno autentico e meno vero (e così l’autore sembra volere) del Pasolini che parla e gesticola e ossesso si dibatte nelle pagine compulsive e strabordanti del romanzo.

Se finora l’effetto di realtà, nei libri di Siti e di Garlini, è stato trattato al pari di una scheggia o di una scintilla, in quello di Beppe Sebaste, anche lui nato a Parma, occorre definirlo come una procedura, uno strato che non sprofonda. H.P. L’ultimo autista di Lady Diana, non si può chiamarlo un romanzo, benché di fatto si tratta (almeno così si sarebbe detto quando i romanzi avevano un senso e i un certificato di cittadinanza) di una scrittura (di una narrazione) in assoluto tra le più romanzesche che si siano lette negli ultimi tempi. H.P. sta per Henri Paul, il responsabile dei servizi di sicurezza dell’Hotel Ritz di Parigi, l’uomo che si trovava alla guida della Mercedes la notte in cui, nel tunnel de l’Alma che costeggia la Senna, persero la vita Diana Spencer, principessa del Galles, e il suo compagno, il miliardario Amed Al Fayed detto Dodi. Era l’estate del 1997, il mese di agosto, e Sebaste (racconta) era in Versilia quando apprende la notizia. La sua attenzione e la sua curiosità si concentrano fin da subito su quell’uomo, anche lui morto nell’incidente, che i giornali di tutto il mondo additano come il vero responsabile. Aveva bevuto, affermano, si era drogato. Paul, scrive Sebaste, è un “perfetto penultimo” o, piuttosto, il “deus ex machina di un evento che lo trascendeva, spettacolare e mondializzato”. L’idea allora diventa quella di “raccontare l’invisibile parabola del suo destino”. L’autore, tornato nella sua casa di Parigi, si mette all’opera, cercando di ricostruire quella vita. Ne visita l’abitazione, si reca nella città natale di Paul in Bretagna, incontra gli amici e le persone care, rovista tra le sue medicine e nella libreria dello scomparso, dove scorge , con stupore e sorpresa, Sillogismi dell’amarezza di Cioran e soprattutto Etica e Infinito di Emmanuel Lévinas: nome, quest’ultimo, che torna spesso come una divinità e uno spirito-guida nel romanzo.

Quello di Sebaste potrebbe essere un avvincente libro-inchiesta – come, ad ogni effetto, pure è – se non fosse che il viaggio si autocertifica come una “mossa”, come una “strategia di un dissimulato distoglimento da sé”, insomma un processo di fantasmizzazione dell’io. E, accanto e al medesimo tempo, H.P. vuole essere, scrive Sebaste, “il mio libro su Parigi”, probabilmente il requiem a una stagione. In letteratura – come nel bellissimo libro di Emanuele Trevi intitolato Senza verso. Un’estate a Roma e pubblicato da Laterza – solo chi muore si rivede.
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