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Marlo e le sorelle West Ham
Tommaso Tintori, Il Manifesto, 09.12.2004
In un romanzo di Cosimo Argentina, gli anni '70 nel pallone di Taranto e i suoi tifosi
Nel `77 tutta la città sperava nella storica promozione in serie A ma la morte improvvisa del bomber Erasmo Jacovone, travolto da un auto in fuga, spense i sogni di cuio di una generazione di adolescenti che chiamava le ragazze con i nomi dei club più misteriosi d'Europa: Dukla Praga, Tatabanya, Carl Zeiss Jena...
Un gruppo di quattordicenni amici per la pelle, la comune allergia alla scuola, la strada, il quartiere, la città di Taranto. Ma soprattutto la condivisione dell'amore per il calcio: da una parte il Taranto, la passione di sempre, e la Juventus, quel sogno a lungo accarezzato dal protagonista del romanzo, Camillo Marlo. Il linguaggio è quello popolare, alternato al più stretto dialetto tarantino: crudo, immediato e folkloristico. Cuore di Cuoio (ed. Sironi, 13 euro), scritto dal tarantino Cosimo Argentina, oltre ad essere un atto d'amore nei confronti di Taranto, concepito nei ricordi dell'adolescenza, è una fotografia affatto parziale della Taranto fine anni `70. Il lettore scorre le pagine e osserva gli usi e le abitudini della città. Lo fa "da dentro", respirando l'olezzo dei vicoli e l'acre odore dei fumogeni allo stadio, partecipando insieme ai protagonisti alle risse e alle partitelle di pallone. In questa storia semplice, dolce e cruda allo stesso tempo, l'unico appunto da muovere ad Argentina sono forse i troppi pezzi in dialetto (chi non è di Taranto fatica un attimo). Argentina dipinge la quotidianità dei ragazzini, i veri protagonisti di del libro. Rituali, monomaniaci, calciodipendenti al punto da affibbiare a ogni ragazza, come soprannome, il nome di una squadra di calcio. Nessun Real Madrid per le belle e Grasshoppers per le brutte, sarebbe troppo banale. Bensì Twente, Dukla Praga, Legia Varsavia, Schalke 04, Stella Rossa e Tatabanya; le sorelle West Ham, Ipswich Town e Queen's Park Rangers; Sporting Gijon, Fortuna Dusseldorf, Arsenal e Carl Zeiss Jena. Nomi altisonanti di squadre forse non vincenti, ma sicuramente ricche di tradizione e mistero (specie per un quattordicenne degli anni `70), bandiere di un calcio che non esiste più se non negli album dei ricordi. Le ragazzine "meritano" solo se masticano di calcio e lasciano liberi i fidanzatini la domenica pomeriggio. "Non perché siamo tutti ricchioni - sottolinea Marlo, il personaggio centrale della storia - ma perché tali pulzelle minano la stabilità e la coesione del gruppo [...]. Le ragazze venivano dopo gli amici e il pallone. Un terzo posto onorevole, direi...". Siamo alla fine degli anni `70, e Italia faceva rima con lotte operaie, fermenti di massa, stragi di stato.
Eppure questo romanzo poteva benissimo essere collocato in qualsiasi altro periodo storico, dal momento che poco o niente filtra fino al quotidiano dei protagonisti. L'autore però non cade nel tranello di abbattere le ovvie barriere di un adolescente quattordicenne che separano una partitella di pallone per strada dalla gambizzazione di un Montanelli. Lascia Marlo reale e spontaneo. Cuore di Cuoio è anche un piccolo saggio pregno di memoria storica spicciola. Dal pallone SuperTele rosso e nero, ai pantaloncini "Enne Erre", al tempo il top del top; dagli Ultrapaz, gli ultrà della curva rossoblu, alla birra Raffo, due simboli della "tarantinità" più schietta. E a proposito di simboli, miti, istituzioni, Argentina non poteva certo dimenticare la figura di Erasmo Jacovone, il giocatore che più di ogni altro è entrato nel cuore dei tifosi rossoblu. Il solo nome evoca nel tifoso tarantino immagini in bianco e nero, fortissime emozioni legate ad un gol in un periodo in cui il calcio sembrava poter rappresentare l'occasione di riscatto di un'intera provincia.

Nato a Caprocotta (Isernia) nel 1952, Jacovone era arrivato tardi al calcio che conta. Dopo una infelice esperienza in serie C con la Triestina vissuta a vent'anni, andò a giocare in serie D col Carpi, tornando in C, al Mantova, nel campionato 1974/75 (20 gol in due stagioni). Lo scoppiettante inizio del suo terzo campionato consecutivo con i virgiliani (sei gare e quattro reti) gli valse il passaggio al Taranto nel novembre del `76. L'allora presidente rossoblu Fico lo acquistò cedendo alle pressioni del tecnico Seghedoni.
Costò al Taranto la bellezza di 450 milioni di lire: un'enormità per un giocatore che in serie B era soltanto una promessa. "Mi auguro di non aver commesso un errore che non mi perdonerei mai", sentenziò il presidente a fine trattativa. Dei 32 gol realizzati dal Taranto nella stagione 1976-1977, otto portarono la firma del bomber molisano. L'anno seguente il Taranto, preso per mano dalle prodezze del trio Gori-Selvaggi-Jacovone, sembrava davvero poter regalare alla città il sogno di una vita, quella serie A mai giocata. Alla fine del girone di andata era secondo dietro all'Ascoli dei record. Il 6 febbraio 1977, una notizia svegliò Taranto nel cuore della notte.
Tra frasi che si rincorrevano e sguardi che si incrociavano, una certezza: un'auto rubata che sfrecciava a duecento all'ora, inseguita dalla polizia, si era andata a schiantare sulla fiancata sinistra di una Diane-6. L'impatto fu tremendo al punto che il conducente della Diane venne ritrovato su una cunetta ad una cinquantina di metri. Era il corpo di Erasmo Jacovone. La morte era avvenuta sul colpo.

Davanti all'ospedale, i vigili urbani cercarono di calmare la folla che si era radunata davanti all'ospedale. Si racconta perfino che il secondo portiere, lo slavo Zelico Petrovic, volesse cercare il colpevole per "fare giustizia". Il funerale si svolse allo stadio "Salinella", per l'occasione gremitissimo, sotto una pioggia battente. Chi c'era racconta che mai, a Taranto, si erano viste tante donne allo stadio. Il calcio, specie al sud, era ancora monopolio maschile. Ma in questo caso era diverso: Jacovone era il simbolo di Taranto, l'illusoria speranza di riscatto; il calcio, il Taranto, le sue maglie rossoblu erano l'espressione sociale più vissuta e condivisa. Anche le donne, pur non andando al Salinella, seguivano le vicende della squadra. Racconta un vecchio tabaccaio del centro storico che il giorno del funerale si respirava un clima irreale. "In quasi 80 anni di vita, non ricordo alcun evento luttuoso vissuto dalla cittadinanza in maniera più tragica della morte di Jacovone".

Ogni anno, a distanza di oltre un quarto di secolo dalla sua morte, durante la prima partita casalinga del mese di febbraio, tutto lo stadio (a lui intitolato appena due giorni dopo la sua morte) omaggia la sua memoria con un coro cantato all'unisono. Lo cantano tutti, i più anziani e i tanti giovani che non lo hanno mai visto giocare. Un po' quel che accade tuttora in un'altra città di mare, anch'essa di forte tradizione portuale: Liverpool. Là, i tifosi dei Reds continuano a ricordare il mitico Bill Shankly (l'allenatore dell'invincibile squadrone degli anni `70), con cori e striscioni in ogni partita del Liverpool.
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