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Alberto Garlini nel solco tracciato da Pasolini
Carlo Sgorlon, Il Messaggero Veneto, 25.11.2004
Il romanzo edito da Sironi: un vasto puzzle sull'Italia esiliata da un mitico eden
Il romanzo Futbol bailado di Alberto Garlini è appena uscito e già sono usciti numerosi articoli ricchi di ammirata meraviglia per il libro e il suo autore. Sergio Pent, critico della Stampa (e anche autore di romanzo come Il museo dei giocattoli) e Fabrizio Ottaviani, del Giornale, sono convinti che il libro di Garlini sia il più straordinario apparso nelle ultime stagioni in Italia.
Poiché l'autore è quasi un esordiente, conviene fornire qualche notizia di lui. Trentacinquenne, nativo di Parma, è vissuto a Cervignano perché qui suo padre lavorava. Ora abita a Pordenone. Crede nella letteratura al punto che la sua professione è quella di "operatore letterario". È uno dei protagonisti di pordenonelegge.it. Ha presentato quattro volte anche l'autore di questo articolo, benché egli, avendo più del doppio dei suoi anni, abbia naturalmente gusti e poetiche molto diversi. Anche oggi la letteratura va per il mondo "povera e nuda", come ai tempi del Petrarca. Anzi, molto peggio. Ma Garlini è un idealista. L'ha scelta e vive di essa in ogni senso.
Futbol bailado è senza dubbio un romanzo fuori dall'ordinario, pe ragioni che mi ingegnerò di chiarire. Vi sono in esso molti grandi temi, trattati con un realismo sincopato, un po' cubista, si direbbe, con tempi narrativi costantemente discontinui. I temi sono il calcio, Pasolini, la volgarità dei nostri tempi, violenti, cinici, dissacrati, privi di grazia, di bellezza, di amore. Tempi che si sono esiliati da un mitico Eden (mai esistito nella storia, solo nelle fantasie degli idealisti) per precipitare in un inferno disgustoso, che Pasolini fu tra i primi a disegnare e a denunciare. Ma un tema fondamentale è anche quello di una naturalità pura, spontanea, innocente, ricca di amore francescano, giottesco, cristiano. E anzi nella continua slogatura dei tempi e dei luoghi (Parma, Collecchio, Bologna, Udine, Porzus, Peteano, Bruxelles, la Spagna, Roma, Ostia, l'Argentina, Torino, Perugia e altri ancora) appaiono anche il Gentzemani e il Golgota.
Ma procediamo con ordine, cercando di ricomporre almeno un poco il puzzle sparpagliato e vastissimo che il nostro Garlini ha allestito, assumendosi un pensum che ha richiesto senza dubbio un'enorme abilità compositiva e un ingente impiego di memoria, per non cadere in ripetizioni. L'invenzione prima, che sorregge il libro, e troviamo nelle ultime pagine, è che l'alter ego dell'autore, Alberto Gardini, diventato adulto, racconta a suo modo la storia di un grande calciatore, Francesco Ferrari. L'autore l'ha conosciuto nell'infanzia e nell'adolescenza. Con lui e un mister ha vissuto anche l'avventura del tentativo di arrivare in Spagna in auto attraversando la Francia e i Pirenei, all'epoca del Mundial nel 1982. Questo calciatore è diverso da ogni altro personaggio. Possiede doti quasi mistiche, sia di carattere sia di giocatore. Il suo calcio è una specie di danza prodigiosa. Ricorda la grazia da giocolieri e danzatori di certi calciatori sudamericani. Da ciò il titolo spagnoleggiante. Viene notato da Pasolini durante una partita di dilettanti tra le troupes di Salò e di Novecento, diretto da Bernardo Bertolucci. Pasolini amava il calcio quasi come la poesia e i giovinetti, specie quelli portatori inconsapevoli dell'innocenza, la grazia, la vitalità pura, la gioia di vivere. Francesco, che ha lo stesso nome del Santo di Assisi, possiede tutto questo. Ha una natura angelica (ma non asessuata, come si favoleggiava all'epoca dello pseudo Dionigi l'Aeropagita). Si lascia incolpare per non tradire un amico all'epoca del processo di Torino contro i calciatori che vendono le partite per soldi. Il suo amore per Corinna, da cui avrà un figlio postumo, dopo essere morto di tisi in Spagna, è di natura celestiale, piena di grazia. Lui, Corinna, la madre Irina (prima che si desse all'alcol e quindi uscisse anche lei dall'eden dell'innocenza) rappresentano il lato mistico del libro. Ma purtroppo l'Italia e il mondo sono degradati. Sono diventati "infernali". Anche Garlini ha in sé riflessi della Divina commedia che in Pasolini si ritrovano nella Divina mimesis. Pierpaolo appare in molti aspetti diversi: è il poeta dell'innocenza contadina vissuta in Friuli, l'"usignolo" della Chiesa Cattolica, quello delle deformi borgate romane, peggio ancora, quello di Salò, o le centoventi giornate di Sodoma, che è il suo ultimo, feroce, crudele, disperatissimo film. Appare il Pasolini degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, consapevole delle deformità antropologiche avvenute nella società italiana. Ciò accade perché lo scrittore, con la sua fortissima, carismatica, multiforme personalità, diventa per Garlini il simbolo e il profeta della progressiva dissacrazione, perdita di onestà, naturalezza e innocenza dell'Italia degli attentati di estremismi di ogni colore. La corruzione, la violenza, il cinismo, la corsa al potere e al denaro, il terrorismo, le cosiddette "stragi di Stato", erano diventate per Pasolini un processo, una sporca marea universali.
Garlini, che è entrato un po' nella sua pelle, sente le cose allo stesso modo. Le tappe del degrado sono notissime ed estremamente numerose. Inutile ricordarle tutte. Ognuna di essa è il segnale e il simbolo di una decadenza ripugnante. Le cause? Sono le stesse indicate da Pasolini. Perciò i due film di cui si parla all'inizio, Salò e Novecento, sono emblematici.
Il lungo romanzo di Garlini è dunque un grande affresco delle deformazioni avvenute nella società opulenta. Come ho accennato, il suo modo di raccontare non è epico e fluente, ma sincopato; è la risultante di infiniti brandelli di realtà giustapposti; tutti insieme costituiscono un quadro impressionante. Anche il linguaggio è molto lontano da quello epico. A volte è lirico o ermetico, carico di informazione, nel senso che dà eco a questa parola; per lo più è realistico, o meglio reificato, ossia tutto cose e fatti. Anche qui Garlini mi sembra vicino all'ultima fase della poetica pasoliniana. Il grande Pierpaolo era convinto, alla vigilia della sua morte (voluta?), che non si poteva più usare né il linguaggio e neppure le immagini per fare poesia. L'unica orrenda poesia erano i fatti nudi e crudi. Solo la realtà parlava veramente, e rappresentava fino in fondo la tragedia del vivere umano. Certo il piacere di scrivere e di leggere è quasi assente in Garlini. Si tratta della sua poetica defintiva? Ce lo diranno i suoi prossimi libri.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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