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Salvarsi la vita con una partita di calcio anarcoide
Fabrizio Ottaviani, Il Giornale, 09.11.2004
CAPOLAVORO STRAZIANTE
Una sfida fra le troupe di Bertolucci e Pasolini e un ragazzo malato: Alberto Garlini ha scritto il romanzo più bello dell'anno
Roma, 1959, un condominio signorile in Via Carini 45: qualcuno ha bussato alla porta di Attilio Bertolucci. Ad aprire va il figlio Bernardo. Si trova di fronte “un volto giovane ma scavato, senza labbra. Gli occhi nerissimi e duri, ma pavidi come il bocciolo di un fiore.” “Papà, c’è un tale che si chiama Pasolini…” Poco dopo Pasolini è nello studio di Bertolucci. Legge una poesia che parla del fratello morto a Porzus, ucciso dai gappisti, e di quando lui, Pier Paolo, fuggì dal paese natale con una rivoltella occultata in un libro di Montale. Due anni dopo, quando Pasolini deciderà di girare lo splendido Accattone, si ricorderà di quel ragazzo che amava filmare, in mancanza di soggetti più interessanti, la coda del siamese di casa, e ne farà il suo aiuto regista. Adesso, nel ’75, l’amicizia è quasi rotta perché Pasolini ha visto in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, ormai regista affermato, solo un “intrattenimento di massa” e un “prodotto sub-culturale”. Ma il caso vuole che i due registi stiano girando a pochi chilometri di distanza, nella Bassa, l’uno Salò, l’altro Novecento: quale migliore occasione, per fare pace, di una partita di calcio tra le due troupes?
Dopo pochi minuti di gioco la squadra di Novecento è sotto di due gol a zero. Bernardo, slealmente, manda qualcuno a chiamare un ragazzo della giovanile del Parma e lo spaccia per aiuto operatore. Il ragazzo, che si chiama Francesco, gioca come nessuno l’ha mai fatto: lentissimo, il volto cianotico, improvvisamente salta tre difensori e calcia la palla con un tocco debole che si ferma un palmo oltre la linea della porta. Dopo pochi minuti arriva il secondo gol, altrettanto riguardoso. Pasolini sudato e ansimante implora che gli passino la palla, ma subodora qualcosa di losco e apostrofa l’altro regista: “Fai film presuntuosi e di massa e adesso ti metti anche a barare?”
E’ da questa partita di pallone che prende le mosse lo splendido Fútbol bailado di Alberto Garlini, (Sironi, 478 pagg.): uno dei romanzi più belli dell’anno, un libro straziante al quale si affida volentieri quel che resta dei nostri cuori perché certi della sua rara, preziosa onestà. Garlini rasenta la catastrofe letteraria ad ogni pagina sfiorando di volta in volta il melodramma, il sentimentalismo, l’ingenuità. Persino l’agiografia, in “fioretti” eretici e disperati. Eppure mai, nello scorrerne le pagine, ci sfiora il sospetto di una mozione calcolata degli affetti. La religiosità che permea quest’opera commuove anche chi non crede, irriducibile com’è a qualsiasi cifrario. “Guardati dalle formule: se un dio esiste, non è certo un dio di formule”, dice un personaggio di Graham Greene.
Francesco Ferrari, promettente giovane calciatore, dopo la morte del padre in un incidente di lavoro decide di prenderne il posto e di abbandonare il calcio. In cantiere si ammalerà di silicosi. Notato da Pasolini durante la fatidica partita tra cinematografari, riprenderà, malato, a giocare, raggiungendo fulmineamente la serie A e la nazionale. Quando esploderà lo scandalo del calcio scommesse rifiuterà di difendersi dalle false accuse, distruggendo la propria figura di calciatore di successo per improvvisare partite di fútbol bailado, un calcio anarcoide in cui le regole (come in Wittgenstein: “Make up the rules as we go along”) cambiano in continuazione. Partite giocate in luoghi insoliti: un parcheggio, la piazzetta davanti a un monumento ai caduti. Regole timorose anche della bellezza: i gol troppo belli sono annullati... Quante di queste partite servirebbero, per riscattare l’umanità?
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