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Garlini, profumo di nonna
Alberto Sebastiani, Gazzetta di Parma, 02.12.2002
Storie, “romanticherie” e miracoli sono gli ingredienti del nuovo libro di Alberto Garlini, Una timida santità (Sironi Editore). Ingredienti che inseriscono a pieno titolo il lavoro dello scrittore parmigiano, già collaboratore della “Gazzetta di Parma” nella collana “Indicativo presente” diretta da Giulio Mozzi. Lo scrittore veneto, infatti, ha ideato questa collana in nome, si potrebbe dire, di una piccola “crociata”: pubblicare storie, scovare gli autori che raccontano storie, senza allegorie, fantasmagorie, fantascienze, verosomiglianze molto discutibili. Storie, le care e vecchie storie, semplicemente. Storie di ieri e di oggi, fatti da raccontare e narratori col gusto di narrare, senza perdersi in fronzoli o compiacimenti. Questa è la filosofia della collana. E il libro di Garlini vi si inserisce a pieno titolo. Una timida santità è una storia vera. La storia della nonna Tina, la nonna di “Alberto”. Non però una biografia romanzata, di quelle che partono dalla nascita e finiscono con la morte. Nulla di così pomposo. Anzi, si potrebbe dire che la storia coincida con la morte della nonna Tina. Tutto si concentra in quel momento, che racchiude in sé l’attesa dell’evento inevitabile e gli inevitabili ricordi che ne seguono, brevissimi flash che costellano tutta la seconda parte del libro. Ambientato a Parma, il libro è infatti diviso in due parti: la prima narra la malattia della nonna e il suo ricovero in ospedale, tutto costruito a puzzle, tra i momenti del funerale e i giorni passati ad accudire una donna che ormai ha i giorni contati; la seconda narra “i miracoli”. Tanti piccoli episodi quotidiani della vita della nonna Tina e del suo rapporto con il nipote “cocchino” Alberto, che a tratti sembra quasi idealizzare certi momenti, e fare delle “romanticherie”, come dice lui stesso. Una storia di ricordi e assenza, una storia di morte. Ma come sempre parlare di morte costringe a parlare di vita. Che poi a dire il vero Garlini della morte non ne parla quasi: “la morte è brutta, non c’è altro da dire di più. E’ una cosa triste, che prende le cose e le mortifica, prende le cose che non sono sue, e quando si pianta come un seme nel corpo, lo trasforma, lo ridicolizza; non dona silenzio o pace, quel grande silenzio, che è tutte le cose insieme, non porta verso le acque del fiume che si sono viste e sono passate e ci hanno fatto pensare a quello che passa”. Sono veramente poche le parole dedicate a riflessioni sulla morte, praticamente solo queste. Ma molte sono invece quelle dedicate alla vita, alle piccole cose di tutti i giorni, ai piccoli gesti, e alle debolezze di una nonna che ama raccontare favole, film della sua infanzia, feste nelle balere, che tifa Varese nessuno sa bene perché, ed è una fans di Faustino Asprilla e non si perde un suo goal, la domenica sera, a “Novantesimo minuto”. E’ La vita di nonna Tina il centro dell’interesse. Un racconto a tinte delicate, quasi gozzaniano. E infatti i “miracoli” riappaiono agli occhi del ricordo di Garlini che si guarda attorno nella vecchia casa della nonna. Come le “buone cose di pessimo gusto”, tutto quello che lo circonda parla di vecchie storie, raccontate con parole semplici, con affetto. Proprio quell’affetto, quel legame che spinge Garlini a scrivere questo libro per ricordare una persona che lui vede e descrive come un “angelo”, con uno stile a tratti lirico, e una scrittura che in certe pagine abbandona la prosa per scegliere la srada dei versi. L’occhio con cui bisogna leggere questo libro non è quello alla ricerca di storie di azione e di grandi avventure, o di grandi emozioni. O di grandi misteri, con personaggi carismatici. Nel libro di Garlini tutto è crepuscolare, con una luce discreta, come se tutto si vedesse attraverso un velo, quasi di pudore, che filtra i ricordi che sono guardati e raccontati con tenerezza, col rammarico di chi si ricorda che avrebbe potuto fare qualcosa in più, magari anche solo una telefonata, o una breve visita. I toni sono spesso nostalgici, ma mai lacrimevoli, mai strappalacrime. Alberto Garlini si inserisce così in quella scuderia che Mozzi sta costruendo oculatamente. Si affianca a nomi come Paolo Nelli, che per “Indicativo presente” ha pubblicato Dialogo sull’amore?, monologo di una ragazza che racconta la sua educazione sentimentale (i fallimenti e i divertimenti), come per cercare di capire cosa è successo, e quindi capirsi meglio. O Livio Romano, già autore di Mistandivò per Einaudi, che oggi con Sironi pubblica Porto di mare, storia di un Comitato Cittadino nato per difendere la meravigliosa costa nei pressi di Portoselvaggio, una delle zone incontaminate del Sud Italia che le grandi imprese cercano di cementificare e di deturpare per guadagnarci ampiamente alla faccia del rispetto dell’ambiente e dei cittadini. O ancora Vitaliano Trevisan, autore, dopo il successo einaudiano di Ventimila passi, di Standards vol. I, un libro di racconti avvolgenti e coinvolgenti. E adesso anche Alberto Garlini, che dopo la pubblicazione, lo scorso anno, di una raccolta di poesie, Le cose che dico adesso (ed. Nuovadimensione), oggi si presenta come narratore.
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