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Improvvisazioni d’autore
Massimo Onofri, Diario, 08.11.2002
Standards Vol. I di Vitaliano Trevisan - Rivisitazioni letterarie alla maniera del jazz
Sono passati cinque anni dall’esordio dell’allora trentasettenne e vicentino Vitaliano Trevisan che, per Theoria, e già con la sponsorizzazione di Giulio Mozzi, pubblicava Un mondo meraviglioso. Le notevoli qualità della scrittura, costruita sul movimento d’una passeggiata per mettere capo a un libro che valesse come un’ininterrotta divagazione, mi avevano colpito molto: inducendomi a scommettere sul futuro di questo singolare narratore. Arrivano adesso, per il giovane, ma subito combattivo, editore Sironi, i cinque racconti di Standards vol. I: appena dopo che Trevisan ha congedato, per Enaudi, I quindicimila passi, un libro già dal titolo profondamente, inconfondibilmente suo. Quale sia il senso dell’operazione, ce lo spiega Mozzi nella nota che chiude il libro: “Gli standard sono quei temi classici che tutti i musicisti jazz conoscono e hanno in repertorio. Eseguire uno standard significa ammettere un debito verso la tradizione e, nel contempo, affermare virtuosisticamente la propria individualità. Cosicchè spesso, per un musicista jazz, incidere un disco standard è come dare il segnale della propria maturità, del raggiunto equilibrio tra ciò che si è ricevuto e ciò che si crede di poter dare”. Seguono quindi, dentro quella tradizione, gli autori ai quali Trevisan si richiama nella sua esecuzione: Victor Young ed Edward Heyman di When I Fall in love, il Dickens di Un canto di Natale, quindi Beckett, Kierkegaard e Thomas Bernhard.
Quanto ai risultati di quest’opera di riattualizzazione, diciamo che sono massimi nell’ultimo racconto, quello dedicato a Bernhard, Fulvio Falzarano non compra nulla, ma viene a prendere un caffè con me, e alquanto incerti, invece, nel testo dickensiano, A Xmas Carol, dove, nonostante la buona fattura del racconto, resta indeterminato il coefficiente d’incidenza della tradizione cui lo scrittore vorrebbe guardare. Ma il fatto importante è un altro: questi Standard non hanno niente a che vedere con certe ingegnose ma sterili rivisitazioni postmoderne della grande letteratura del passato. I conti che a Trevisan interessano sono, sempre e comunque, quelli con la vita: ed è sulla vita, alla fine, che ogni libro e ogni pensiero si spalancano. Il dato di partenza è quel consueto io autobiografico che ha sempre garantito allo scrittore la sua originalissima uscita di sicurezza dal romanzesco. Per una scrittura che proceda, pagina dopo pagina, nei tempi d’un paziente e inesorabile, implacabilmente digestivo, lavoro di ruminazione: che è il modo di Trevisan per ascendere al cielo specialissimo delle sue opalescenti, nuvolose, astrazioni. Ma in questo libro c’è qualcosa di nuovo. Prendete un racconto come Il Calmante, proprio là dove assistiamo a un brusco spostamento del punto di vista narrativo: “Era partito quello stesso giorno, quella stessa notte, così ho scritto, e non va bene, no, è la terza persona che non va bene, non esistono terze persone, e neanche seconde se è per questo, e d’ora in avanti mi racconterò questa storia in prima persona e al passato, come è giusto che sia per una storia come questa. Sarà un passato remoto, un passato il cui ricordo è perduto, frantumato, una rovina che non lascia addentellati per nuove costruzioni. Perché non c’è nulla che io voglia costruire, né tanto meno ricostruire”. Ecco: con un moto d’improvvisa insofferenza, Trevisan ci addita una nuova dimensione del narrare, che non ha più a che fare né con un’idea di costruzione, né di ricostruzione. L’io, per la prima volta, sembra assumere l’indistinta dimensione dell’essere: o del nulla se volete. Per un’ipotesi di nichilismo disarmato ma rigorosissimo, davvero all’altezza della qualità dei tempi che c’è toccato vivere.
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