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Sotto i cieli d'Italia
Fabrizio Ottaviani, Il Giornale, 28.08.2004
Preferite essere preda di una storia potente, travolgente, imperiosa come un carabiniere o una losca guida turistica che vi afferri il braccio e vi ingiunga di seguirlo? Siete, insomma, carne torpida da risvegliare, menti sonnolente in attesa di choc? Quando in libreria leggete su un risvolto di copertina “Una storia sconvolgente dalla quale si esce profondamente cambiati”, cosa fate, comprate il libro? Come dite? Gli inviate piuttosto una sonora pernacchia? Allora appartenete all’altro gruppo, quello di chi detesta essere strattonato, gente capace, in mezzo all’universale parapiglia, di mantenere la calma e suggerire al vicino esagitato, come un celebre cavallo di Gadda, il suo “Ragiona...!” Giulio Mozzi e Dario Voltolini (“I due sottoscritti scrittori”, come si autodefiniscono nell’introduzione) hanno raccolto in un solo volume, in un libro un po’ faldone (Sotto i cieli d’Italia, Sironi, 252 pagg., 11,50 euro), alcune loro pagine accomunate dall’essere descrittive e composte su commissione. Potrà stupire, ma è così: ancora oggi il principe di tanto in tanto commissiona letteratura agli scrittori, retribuendoli. Perché non tutti i luoghi si chiamano Elba o Napoli o Taormina: non ogni angolo d’Italia attira irresistibilmente le penne come il miele gli orsi. Vi sono anche posti mai descritti, posti dal fascino preletterario che attendono solo di cadere, di adagiarsi in una qualche serie di caratteri. Voltolini, di cui l’anno scorso segnalammo su queste pagine il bellissimo e convalescenziale I confini di Torino (edizioni Quiritta), non ha mai smesso di rivolgersi alle cose né di fuggire le trivialità del “romanzesco” nel modo più semplice: rinunciando all’espediente dei personaggi, rivendicando il diritto di mantenere un atteggiamento inappetente, sobrio verso la realtà. Sposando il “tutto è contemplazione” di Plotino, preferendo alla volontà la rappresentazione, e al desiderio l’idea. Lo scrittore, come il filosofo, lascia il mondo così come l’ha trovato. Da qui una sorta di commiato all’umanità, la sensazione, prima del convincimento, che l’animale uomo sia il più anacronistico: come nel racconto “Bandiere” (già stampato nella raccolta Rizzoli Patrie impure) il cui titolo è, da solo, un apologo. Invitato a misurarsi con l’idea di patria, vergato un titolo volutamente retorico e convenzionale, Voltolini descrive una serie di frane, di smottamenti, di pareti rocciose che lentamente si sfaldano. Una geologia della morale, direbbe Deleuze, un’indifferenza tra regni della natura: come, in un altro racconto, la riuscita analogia tra le “grinze” dei fondali sabbiosi e quelle dei palati dei cani, o la riflessione con cui ci si accorge, quando si traccia un solco con un bastone, che stranamente “nulla si lamenta”. Dell’altro autore, Giulio Mozzi, curatore della collana Sironi in cui Sotto i cieli d’Italia appare, abbiamo amato in particolare le pagine del “Geometra magico”, lunga e allegorica passeggiata con un immaginario geometra comunale che non può abbattere, come pure vorrebbe, tutti gli edifici “incongrui”. Piacerà, farà riflettere e ridurrà a più miti consigli chi, almeno una volta, almeno per un istante, ha avuto l’impulso di gambizzare il sindaco o l’imbelle assessore all’urbanistica del paesino di ***, rei di non aver impedito che il corso principale, prima dolcissimo perfetto e costellato di verdi persiane, fosse nel giro di pochi anni deturpato e avvilito da tre, dieci, cento finestre di alluminio anodizzato e portoncini di vetro e metallo. Tra i quali portoncini, ne siamo certi, sono anche quelli dei suddetti sindaco e assessore.
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