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Francesco Ongaro, Mescalina.it, 01.01.2004
Mescalina.it
Confesso che all’inizio ero diffidente. Pensavo: il solito libro pseudogiovanile che si occupa di musica per avvicinare alla lettura un pubblico intorno ai vent’anni – cosa non si fa, in fondo, per qualche copia in più! -. Invece poco a poco mi sono ricreduto. Il libro di Bernelli è bello soprattutto perché è inclassificabile. È uno storia autobiografica e nello stesso tempo romanzo di formazione, cronaca di un’epoca, apologia della musica come sogno, come ribellione, come autodefinizione e ricerca di sé. È bello lo stile, legato al ricordo ma senza eccedere, ben bilanciando malinconia, nostalgia e una piccola punta di rimpianto, perché “quando sei molto giovane sei come una bandiera al vento. Ti capita di fare delle cazzate senza nemmeno sapere che cosa ti spinge. Tutto qui”. C’è posto per l’amarcord – le telecronache del basket di Dan Peterson e Stavros, l’assistente del tenente Kojak, quello pelato -. C’è l’epica del viaggio come una generazione e arrivata a concepirlo dopo Kerouac e dopo la generazione che aveva fatto le barricate dagli Stati Uniti all’Europa. Viaggio come fuga – non alla Salvatores/Mediterraneo come fuga da qualcosa, ma verso qualcosa - come desiderio di incontrare il mondo e aprirsi alla vita, liberi da zavorre fisiche e psicologiche.
La storia, legata alle vicissitudini di alcune band hard-core – Declino, Negazione, Indigesti - nelle quali Silvio Bernelli ha suonato, risultano coinvolgenti anche per chi di musica non si interessa o non è un esperto - come è il mio caso – perché la musica non è il motore del libro, ma il motore delle emozioni che nel libro vengono veicolate, che si celano tra le righe, che appaiono e scompaiono con movimenti aritmici. Capitoli brevi, ciascuno contenente un singolo ricordo. Come le teche di un museo, ma senza la fredda impressione di cose morte, di elenco del telefono, che la similitudine può indurre. Ne consegue un lento planare da Torino verso un molo della costa ovest degli States. Un molo che si protende come una protuberanza verso l’oceano, che cerca di violarne la silenziosa compattezza, come se la terra gettasse un uncino per contendere all’acqua un territorio non ancora assegnato. Un molo che suggerisce al protagonista il senso d’un punto d’arrivo. “Potevamo sciogliere la band in quel momento. Non saremmo andati più lontani di così”. Come se la fine del viaggio coincidesse con la fine della terra – finis terrae – come se al di là di quel molo non ci fossero più luoghi dove andare. O che la fine dello spazio per una sorta di simmetria inducesse anche una fine del tempo, la chiusura di un’epoca, di un passaggio della vita. Come se ci fosse un tempo per ogni cosa, e il tempo per suonare si fosse esaurito.
Non so quanto fosse consapevole l’autore, durante la stesura, di tutti i livelli presenti nel testo – alcune cose si fanno istintivamente e non razionalmente. Ed è proprio la dimensione istintiva a renderle significative ed efficaci - però la loro comunicazione funziona. Tutto il libro si fa carico di una serie di emozioni che permangono. A lettura terminata convincono
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