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Infanzia dea. Maria Luisa Bompani
Giuseppe Iannozzi, KingLear, 24.04.2004
Kinglear.splinder.it
“Quando c’era molto freddo, l’aria saliva sotto la gonna, le gambe diventavano livide. Sentivamo precario quel calore che ci imbottiva nella parte superiore del corpo, un calore che poteva essere strappato via con facilità. Eri due bambine in un corpo solo. Una poteva morire di caldo, l’altra di freddo. Anche in casa, o si moriva di caldo vicino alla stufa, o di freddo nella camera da letto.”

Maria Luisa Bompani è nata nel 1957. Abita a Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena. Insegna Lettere in una scuola superiore e fa parte del Gruppo Poesia della Casa delle Donne di Modena. Ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi collettivi
“Infanzia Dea”, un romanzo-diario di Maria Luisa Bompani. Un esperimento narrativo o più semplicemente (difficilmente) un tentativo di relazionarsi con il proprio “io”? “Infanzia Dea” è soprattutto un diario, una pletora di ricordi e immagini che si traducono in un racconto compiuto, che non manca di evidenziare momenti di puro lirismo minimalista. Evitando accuratamente preziosismi psicologici per assecondare i modelli analitici di Jung e Freud, l’autrice descrive il conflitto e la pacificazione tra Maria Luisa bambina e Maria Luisa donna. Si ha quasi l’impressione, a tratti, che la donna di oggi sia la bambina di ieri e viceversa, ma è impressione che subito viene immortalata in una fotografia diaristica, una polaroid i cui colori, per quanto sbiaditi, riescono comunque a suggerire al lettore che l’Infanzia è stata Dea. Due voci narranti per un romanzo-diario, due voci che spesse volte sembrano contraddirsi, ma che alla fine si sviluppano e maturano in una unica espressione tradotta in infanzia matura, quella d’una donna che non nutre più alcun risentimento nei confronti del suo passato. Sondare gli ascosi pensieri infantili serve all’autrice per introiettare il dolore che l’ha vista protagonista, permettendo così a Maria Luisa di riemergere da se stessa ma fulgida d’una nuova consapevolezza, ovvero che i sogni, la propria identità, non sono declinabili in arrendevolezza esistenziale.
L’editoria pullula di romanzi e di tentativi autobiografici, e spesse volte gli autori riescono a dare alle stampe libri, che solo qualche impavido critico riesce a digerire momentaneamente, per poi subito rigettare suo disgusto in una netta stroncatura. Nel caso di “Infanzia Dea” il risultato è apprezzabile e commovente: l’autrice non si piange addosso, molto più onestamente affida alla narrazione la sua infanzia perché possa essere elemento di paragone con quanti sono stati bambini e che ancora non sono riusciti a liberarsi dei loro strascichi di paure e insicurezze.
Douglas Coupland in “Memoria Polaroid” tentava di estrapolare un arco della sua vita vivendola attraverso la cronaca giornalistica: Coupland in una Polaroid sbiadita immortalava gli anni Novanta, uno spaccato del suo sentire l’intorno e condividerlo con la sensibilità di chi uguale, o vicino, a lui. M. L. Bompani attraverso “Infanzia Dea” investe la sua deità infantile per consegnarla a noi contemporanei, figli vittime carnefici di questo nostro tempo storico proiettato in un esagerato individualismo e rinnegamento del passato. L’autrice non rinnega il proprio passato, ma ne fa motivo di conoscenza, pietra di paragone per tutte le bambine (e i bambini) di ieri, oggi donne (e uomini) con una loro propria famiglia. E’ battesimo di vita, la deità bambina: “Bambina, “battezzami nella religione dell'incanto feroce, dell'incontro a sorpresa, della risata senza controllo, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Salve o regina bambina, madre di misericordia, vita, dolcezza, speranza, salve.” E’ vita la deità, e di essa non bisogna nutrire tema alcuna: solo occorre comprenderla, affinché non sia nell’età del senno di poi motivo di attrito nei rapporti interpersonali, e, soprattutto, con se stessi.
La mitologia familiare investigata da M. L. Bompani è voce che abbisogna di esser ascoltata, perché solo ascoltandola è possibile liberarsi dalle matrici educative, che costruirono prigione nell’io e intorno ad esso. Ecco dunque nonne, zie, che impongono il loro modus vivendi alla bambina Maria Luisa: e lei cerca di capire, di capire perché le vien comandato d’esser triste, sottomessa alla volontà altrui ma anche degli oggetti domestici che sono inarrivabili, impossibili da comprendere, perché dalla famiglia tesaurizzati e mitizzati. Una ribellione lieve quella della bambina, quasi in sordina, che oggi riscopre la sua deità e ce la consegna, affinché possa essere utile a noi per comprendere il dolore del passaggio da bambina ad adulta, il suo significato, e non viverlo come una ferita.
Avantpop, romanzo-diario è “Infanzia Dea”: non è semplice tentativo di relazionarsi con sé stessi, è invece un racconto completo e finito, una polaroid e la sua intima deità.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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