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Questa settimana ho incontrato… Paolo Nelli
Luigi La Rosa, Ricercario. Rcslibri., 11.04.2004
Rcslibri.it
personaggi grotteschi, ai limiti del surreale, uomini e donne che affermano il diritto di essere se stessi in un mondo sempre meno libero, vittima di schemi e imposizioni di pensiero

la contemporaneità dei sentimenti nello sguardo lucido di uno dei più sottili narratori italiani delle ultime stagioni, approdato in libreria con il volume di racconti “Mio marito Francesca”
Cari amici

Buona settimana dal vostro Ricercario. Ancora uno scrittore che si racconta alla nostra rubrica, mettendo in luce volontà e coscienza del proprio mestiere. Questa volta si tratta di Paolo Nelli, che raggiungo personalmente al telefono nelle prime ore del pomeriggio. Un mercoledì caldissimo, in cui Roma sembra entrare radiosamente in camera dalla fessura della mia finestra socchiusa.
Nelli vive a Londra ormai da diverso tempo. Lo contatto in occasione dell’uscita del suo nuovo libro “Mio marito Francesca” (Sironi, pp. 251, 13 euro), arrivato in libreria da qualche mese, terzo in ordine di pubblicazione. Un libro bello e complesso, che potremmo riassumere nell’abusata definizione di raccolta di racconti. Ma che è qualcosa di più, qualcosa di diverso. Primo, perché i racconti in questione non sono dei semplici racconti, piuttosto, come sottolinea lo stesso autore, dei romanzi brevi. Secondo, perché i racconti sono soltanto tre, legati da un filo rosso sottile ma ben rintracciabile, che ne assicura continuità, uniformità, armonia.
Ma andiamo per ordine…

Paolo e Francesca costituiscono la coppia della prima storia. Una coppia che, a prova di dantesche memorie, vive una simbiosi quasi perfetta.
Solo una particolarità differenzia tali personaggi dal contesto circostante: il fatto che Paolo è la moglie e Francesca il marito.
Il fatto che entrambi hanno cambiato sesso. Che ognuno di loro è riuscito in ogni caso a rimanere fedele a se stesso, pur nel totale ribaltamento di coordinate esistenziali. La narrazione mette in luce un vissuto fatto di valori, battaglie, ideali oggi come improvvisamente naufragati. Paolo Nelli lo ripercorre con maestria, per mezzo di una voce pregna di dirompente sentimento civile.
Diversa dalla voce che invece interviene nella seconda storia del libro. L’amore tra un uomo di una certa età e una cagnetta. Lei è FriFri. Lui, WofWof. Tra i due una passione rarissima e insaziabile. Una voluttà che contraddice l’etica dei facili sentimenti e irride la magniloquenza della banale retorica amorosa. L’ironia logorroica, il paradosso sentimentale, la tenerezza che di tanto in tanto, comunque, traspare all’interno della vicenda complessiva, danno spessore a una pagina dai toni meravigliosamente grotteschi, capace di illuminare ancora i resti di un disarticolato panorama interiore.
Ultimo stupendo racconto, quello del giovane Justin. (A mio parere il più riuscito del volume).
Justin, bello e inconsapevole.
Justin, che fa innamorare chiunque si avvicini alla sua figura scolpita, alla sua sicurezza sconcertante, alla sua disarmante incoscienza.
Uomini e donne incrociano il commesso americano poco più che adolescente, rimanendone immediatamente irretiti. Abbandonando ogni remora al cospetto del suo fascino delicato. Arrendendosi al suo abisso interiore.
Justin sembra non amare nessuno. Ma il mondo lo adora pazzamente.
Cronaca e finzione si mescolano nelle pagine di questa terza vicenda con una maestria incredibile. E il racconto di un presunto assassinio si mescola alle nebbiose brume di una realtà difficile da capire e accettare.

Leggetelo amici, non ve ne pentirete. Ne rimarrete affascinati com’è accaduto a me. Ho divorato letteralmente il libro: tre sole notti e un ricordo indelebile.
Nella voce di Paolo Nelli avverto quella coscienza che si traduce in disciplina, in idea esatta della storia, misura intellettuale, intelligenza.
Lo scrittore si racconta con estrema semplicità, facendo luce sulle strutture dei racconti e sull’elaborazione del suo linguaggio particolarissimo.
Oltre alla dimensione psicologica delle storie, mi ha colpito moltissimo il pregio dello stile. La ricerca è continua, appassionante: dà alla pagina musicalità, senso del ritmo, atmosfera evocativa. Elementi sui quali mi piace ritornare con l’autore.

I racconti di “Mio marito Francesca” nascono già con l’idea di essere raggruppati nello stesso volume?
Sì, son stati scritti esattamente con questa volontà e del resto credo che lo si noti abbastanza anche dal modo in cui sono disposti. Sicuramente ogni voce ha un suo registro singolare, differente da quelli delle altre, ma tutto ha una sorta di legame narrativo, tutto fa parte di una riflessione più ampia sui rapporti umani nella società dei giorni nostri.

Tu narri un mondo di sentimenti, valori, scambi tra l’universo maschile e quello femminile. Quanto è stata importante la scrittura come strumento di conoscenza e indagine conoscitive?
La scrittura è di certo un ottimo strumento di conoscenza e di penetrazione nel mondo interiore dei personaggi. La cosa più bella è secondo me dettata dal fatto che quando devi scrivere di altri sei costretto comunque a documentarti, leggere, riflettere sulle cose e i loro significati. E questo significa in qualche misura entrare dentro mondi oscuri, cercare di decifrarne le leggi, metterti in qualche misura nella rara condizione di saperne di più.

Che rapporto hanno queste storie con la realtà?
Il rapporto che lega le mie storie alla realtà è rafforzato dal fatto che ogni racconto nasce comunque da una vicenda più o meno reale, riletta poi alla luce dell’immaginazione e della reinvenzione. Nel caso dell’ultima storia, ad esempio, son partito da una persona reale, un ragazzino con cui ho avuto occasione di lavorare per un certo periodo della mia vita, che non era assolutamente cosciente del potere con cui entrava nella vita degli altri e agiva sui loro comportamenti. Ebbene, il protagonista del mio terzo racconto è lui, l’ho perfino ringraziato alla fine del libro.

Io credo che non si tratti affatto di racconti. La loro lunghezza fa pensare piuttosto a dei romanzi brevi. Potremmo definirli tali?
Sì, pure io penso che non si tratti di semplici racconti ma sia più corretto parlare di romanzi brevi. Tuttavia è una forma ideale in cui mi trovo veramente a mio agio, per il fatto di rendere al meglio la tensione narrativa che ne è alla base. Superando questa particolare lunghezza interverrebbero probabilmente dei fattori che potrebbe risultare difficile ponderare. Con questa forma son riuscito ad esprimere cose e stati d’animo ben delineati.

Quanto ti ha cambiato, come scrittore, vivere lontano dall’Italia?
In realtà molto poco. Poco nel senso che si può essere lontani e distaccati psicologicamente anche rimanendo qui, nel nostro paese. Per scelta, a Londra vivo senza televisione e mi son ritagliato uno spazio mio dentro il quale essere abbastanza libero e avere la possibilità di riflettere serenamente sulla scrittura. Comunque, Londra non è poi tanto lontana e gli italiani siamo in così tanti che non si avverte minimamente la dimensione dell’isolamento.

A che periodo risalgono le tue storie?
Anche se le ho scritte a Londra negli ultimi mesi, in realtà le avevo concepite quando ancora stavo in Italia. In parte derivano da suggestioni ricavate dalla lettura dei giornali, in parte da un singolare episodio: l’aver osservato, in una stazione, il poster di “Modelle” sottolineato dalla formula “quanto è difficile essere donne oggi”. C’ho visto dentro una complessità di rapporti tale che mi sarebbe piaciuto raccontarla e metterla a nudo per mezzo della parola. Sapevo di avere in mano un’idea che sarebbe potuta diventare scrittura. Ed è quello che ho cercato poi di fare nei mesi successivi.

L’elemento autobiografico è presente?
Presente nel senso che delle volte lo scrittore dei racconti si permette la libertà di intervenire personalmente dentro le storie, addirittura arrivando pure a firmare una sua lettera. Oppure, ancora, immaginando di essere l’ascoltatore silenzioso che alla fine si allontana ubriaco all’interno della seconda storia. In questo senso sì, mi sono reso spesso presente e il gioco mi ha divertito parecchio. Nel senso di una mia effettiva presenza caratteriale e comportamentale all’interno delle psicologie dei personaggi, non credo che essi abbiano molto di me. Credo siano invece dotati di una loro vita autonoma che interagisce col me personaggio, le volte in cui mi affaccio per un attimo nel loro mondo narrativo.

C’è già un nuovo romanzo nel cassetto?
Io credo che qualsiasi scrittore, nel momento in cui consegna un libro all’editore, ne sta già preparando uno nuovo. In questo senso, sto lavorando già ad altre cose e all’idea di un prossimo libro. Ma ritengo sia ancora troppo presto parlarne: preferisco aspettare ancora un poco e vedere come sarà recepito quello attuale.

Luigi La Rosa
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