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TINA La storia di una timida santità nascosta
Il Gazzettino Online, 12.11.2002
www.ilgazzettino.it
Il nuovo romanzo di Alberto Garlini
La pubblicità mostra sempre più spesso individui luridi e ributtanti, che fanno qualcosa di screanzato e sgradevole. Segno che l'estetica patinata dell'esclusività di massa (belle immagini di belle donne in bei posti e belle case) diventa sempre più invisibile. Segno che il progetto di estetizzazione totale della vita si è mediamente realizzato: un qualsiasi utensile, quello più a buon prezzo del supermercato, scimmiotta il "design", oppure il finto antico; anche il pane è sempre più bello e importa sempre meno se è buono (infatti lo è sempre meno).

Qualcosa del genere succede anche in letteratura: le storie restano piuttosto banali, ma vengono spinte al limite: sangue, sesso, delirio, persecuzione, condiscono le vicende dei soliti due o tre personaggi, che per il resto offrirebbero ben poco da raccontare. E anche lo stile concitato e surriscaldato non fa che sottolineare questa spinta all'eccesso. E non si tratta forse, in fondo, di sfiducia? Non si tratta di una forma di resa? Non equivale forse a dire che il quadro del narrabile è oramai esaurito e non resta, per attirare l'attenzione, che una consapevole "estetica del brutto"? E poi c'è l'esatto contrario di quanto appena descritto: il cool, la consapevolezza di un gusto così raffinato che funziona tutto per sottintesi, bastano poche pagine, grandi spazi bianchi, tanto ci si capisce per allusioni, togliendo tutto ciò che potrebbe risultare identificabile con la medietà della vita. A costo di scoprire, come accade a uno dei protagonisti di "Le correzioni" di Jonathan Franzen, che il cool è la forma ultima della massificazione: nell'occasione mondana dove lui si era presentato senza cravatta (ma con un completo studiato per non portare cravatta), si rende conto che sono quasi tutti senza cravatta o con giacche sportive; in definitiva si accorge che non è certo meno elegante degli altri, ma sicuramente noncool, perché il cool dipende dalla convenzionalità altrui.

Quindi, se è vero che i più dotati scrittori lavorano principalmente nelle due direzioni sopra indicate, ha vinto in ogni caso la convenzionalità estetica sulle storie da raccontare. E questo vuol dire che c'è sfiducia nelle storie, nelle vicende delle persone, nel loro modo di affrontare la vita quotidiana, e dentro la vita quotidiana i sentimenti, il lavoro, la politica. In decisa controtendenza, lo scrittore Giulio Mozzi ha varato per l'editore Sironi una collana di testi in cui dare spazio a quelle narrazioni che scommettono sulla dicibilità della vita, sul significato dell'esperienza, e l'ha intitolataIndicativo presente. In questa collana è appena apparso un libro di Alberto Garlini dal titolo "Una timida santità" (Sironi, 2002, 160 pagine, 11,80 euro), che sorprende per la libertà e la commovente vicinanza con cui affronta una delle esperienze letteralmente rimosse dal nostro presente: la morte di un familiare.

Garlini scrive dall'interno del vissuto, senza paura d'inquinare la propria intimità o mancare le aspettative estetiche del suo lettore. Anzi, la nonna Tina, la persona di cui si racconta la morte e di cui si ricostruisce la vita rimasta nella memoria del nipote, è il vero paradigma di questa scelta narrativa: è una vita che non si esibisce, che è vera per intensità propria, che ha fiducia nell'umanità degli altri. L'unicità di Tina è nel suo mettere in secondo piano la presunzione di unicità. Tina sa giocare con i propri desideri, sa accogliere quello che per altri sarebbe poco. E la narrazione del nipote, che assiste la nonna improvvisamente malata e dopo la sua morte rimane nella casa vuota a dialogare con il mondo della donna scomparsa, la narrazione di Alberto Garlini, dicevo, è in sintonia con il personaggio, capace di recepire un mondo vasto, intenso, e così poco raccontato. Un mondo quotidiano, ripetitivo, ma non per questo banale. È così la scrittura di Garlini: accogliente, emozionata, non presuntuosa, intensa. Una voce che ci parla da vicino, senza filtri, e che, nascondendo la "funzione" autoriale, pare procedere sulla spinta dell'affettività.

Ma poi ci rendiamo conto che è una storia intera e vera che ne vien fuori, capace di affrontare qualche cosa di difficile da dire: l'agonia in ospedale, i preparativi per il funerale, la solitudine di tutti rispetto a un evento che ha solo luoghi estranei e gesti senza più contenuto. Questo libro di Garlini parla del lutto necessario per la morte di un familiare, dell'estraneità del presente a questa necessità, dell'assurdità della burocrazia, delle pratiche ospedaliere che vi si sovrappongono. Ne parla però in un modo che non ha nulla della denuncia e dell'esibizione; segue invece l'onda della commozione, accetta la forza della persona di cui parla, eletta a personaggio del suo raccontare, una disarmata sincerità. Ottiene così di colpire ancora più a fondo e, superate le nostre barriere intellettuali come anche la nostra adesione intellettuale, ci fa male e ci lega profondamente.

Tina è la persona anziana che sta da sola, lontana dai parenti più giovani, che qualche volta la vanno a trovare. Quando inizia a non stare tanto bene, Alberto si trova lì. Resterà per assistere all'aggravarsi del male e alla morte. Dopo la morte Alberto scrive, ed è lo strumento principale per elaborare il lutto, non solo perché attraverso la scrittura impara a conoscere Tina, ma perché scopre come era ricca la loro unione, quanta vita li teneva insieme senza che lui se ne accorgesse. Nell'atmosfera di queste scoperte a poco a poco si delinea una scoperta ancora più grande: la vita di Tina, con la sua modestia, con il suo bene fragile, con la bontà vergognosa di esibizione, si trasforma, dal ruolo di affezionata curiosità del primo momento, in un modello di vita.

La vita che sa perdersi contrapposta a quella che vuole a tutti i costi autoaffermarsi. La vita che si espone agli altri e nei loro affetti si compone, contrapposta alla vita che vuole soltanto imporsi.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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