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Trevisan, lo straniero
Tiziana Agostini, Il Giornale di Vicenza, 19.09.2002
Lo scrittore vicentino torna in libreria con "Standards vol. I"
Incontriamo Vitaliano Trevisan a Vicenza, nel grande Campo Marzo animato da giostre e volti diversi, di nostrani e nuovi arrivati. Ha appena ricevuto il premio "Lo straniero" in quel di Sant’Arcangelo di Romagna da Goffredo Fofi. Il tema dello straniero è così lo spunto d’avvio della nostra conversazione, gli ricordo che San Pietro, nella sua prima lettera, definisce il buon cristiano "straniero e pellegrino", nel suo caso per sottolineare il valore di non abbarbicarsi all’esistenza
«Da questo punto di vista sono un buon cristiano visto che mi sento straniero dappertutto».
- Ma allora perchè nelle tue storie c’è sempre Vicenza, anche nel tuo ultimo romanzo I quindicimila passi?
«Parlo di Vicenza perchè vivo a Vicenza, ma non solo per questo. Vicenza è interessante perché è un luogo di contraddizione, ma è anche un posto per lavorare. Sto a Venezia, ad esempio, per vedere Venezia, ma a Vicenza sto per lavorare. E poi si parla sempre della provincia veneta per parlare dei provinciali: i vicentini sono molto meno provinciali di quello che comunemente si pensa. Pensiamo agli industriali: mentre la politica è ferma, loro vanno in giro, provano. Sono stato di recente ad una cena con loro ed è stata molto più interessante di molte cene letterarie, dove magari si rimpiange il mondo contadino che non c’è più. La fine della cultura contadina non è solo un male. Penso a mia nonna, che ha avuto 12 figli vivi e 2 morti, non so se stava meglio di noi. E così rimanendo nel mondo contadino, in letteratura abbiamo perso gli ultimi trent’anni».
- Ma allora cosa pensi dei grandi narratori di quel mondo, anche vicentini?
«Noi abbiamo scrittori straordinari, penso a Meneghello, a Mario Rigoni Stern, a Bandini, che hanno saputo raffigurare un certo mondo che non c’è più. Io però appartengo alla generazione successiva, che dovrebbe provare a battere nuove piste, esplorare il cambiamento che è avvenuto, rappresentarlo proprio nel suo divenire. Non vedo ancora chi lo stia rappresentando, d’altra parte gli scrittori non nascono dalla volontà, ma dalla casualità. Intanto il nuovo attende ancora di essere rappresentato».
- C’è continuità tra la grande tradizione letteraria vicentina e i tuoi libri? Per esempio, si potrebbe fare un parallelo tra la tua "passeggiata" raccontata nei Quindicimila passi e quella di Piovene nelle Furie?
«Il mio libro è nato da altri spunti e casualmente mi sono trovato ad attraversare luoghi attraversati da Piovene. Tra i due romanzi ci sono sguardo e tecnica completamente diversi: i suoi sono quadri, cioè descrizioni statiche di luoghi, le mie sono invece immagini in movimento. Ma il mio legame con Piovene c’è e, come sai, è dichiarato nel mio libro. Io dichiaro sempre i miei legami».
- E adesso che cosa stai facendo?
«Mi sto prendendo una pausa dal lavoro, anche perché nella vita ho fatto molti lavori. Il problema è che dopo I quindicimila passi io non sono cambiato, ma è cambiato l’atteggiamento della gente nei miei confronti. Adesso mi riconoscono, mi sento osservato. Ora sto leggendo e pensando. Sto leggendo i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio di Machiavelli, perchè mi piace la sua scrittura, mi interessa meno il contenuto. Quando leggo è la qualità della scrittura che mi interessa».
- Da come ti rappresenti sembra che per te la scrittura sia essenzialmente un fatto personale.
«Non frequento circoli o club letterari, non mi interessano i gruppi e le mode».
- Ma la verità anche spietata che emerge dai tuoi libri non ti fa sentire vicino ai nuovi narratori del filone Trash?
«Trash significa spazzatura, certo non si deve buttare via niente, perché anche la spazzatura produce concime, ma sempre spazzatura è. La mia è una attività solitaria, voglio essere giudicato non per quello che sono, ma per quello che scrivo. Mi piace sperimentare, per esempio gli Standards sono degli esperimenti, che coprono l’arco degli ultimi quattro anni. Più che spiegarli posso rappresentarli graficamente, come sugli assi cartesiani: una linea spezzata discendente il primo, una retta leggermente inclinata verso il basso il secondo, una sinusoide il terzo, dei cerchi concentrici leggermente mossi il quarto, una linea spezzata orizzontale il quinto. Esperimenti, appunto, narrati in prima persona, perché dentro ci sono anche cose vere che mi sono in qualche modo successe, ma che, una volta raccontate, reali non sono più».
t.a. di Tiziana Agostini

«Innumerevoli ricordi occupano tutto il nostro essere. Essi non si succedono né in ordine cronologico, né in ordine di importanza, ma ci vengono bensì incontro da ogni direzione, alla rinfusa, anch’essi con velocità sempre maggiore, episodi importanti , futili, futilissimi e importantissimi». È que sto il magma incandescente che attraversa i cinque racconti del nuovo libro di Vitaliano Trevisan - Standards vol. I, Sironi Editore -, la cui matura consapevolezza di scrittura lo porta a provare storie solo apparentemente diverse, in realtà accomunate dall’inconfondibile stile unitario della voce narrante di ognuna. E sulle pagine che scorrono come il mondo di Eraclito lo scrittore trasferisce il flusso inesorabile dei pensieri.
Anche la sintassi continua non lascia spazio a respiri, a diversioni, ma obbliga a seguire le spire angosciose della narrazione, che comincia ogni volta con un tono apparentemente dimesso subito interrotto da un "ma" che scombina i giochi, come gli eventi inattesi scombinano la nostra esistenza.
Non c’è eroismo apparente nei gesti e nei comportamenti dei personaggi di Trevisan, l’eroismo emerge pian piano, come capacità di non soccombere alla morte che ti viene addosso, come il respiro che non è più respiro perché tuo padre è già morto anche se è ancora vivo, perché l’amico più caro si è sfracellato proprio nel gioco più bello che avevi immaginato con lui («L’improvvisa, completa, assoluta sparizione di tutto il proprio peso... Ma non c’è tempo di speculare su questo», Quando cado; «... uscire di casa, è questo lo sbaglio che uno fa: si incontrano sempre delle persone, il mondo ne è pieno. Ma mi sentivo al sicuro...», A Xmas Carol; «Avevo con me un libro, ho sempre con me un libro, è un’abitudine a cui devo molto. Ma non mi servì, quella notte», Il Calmante; «C’era un cimitero, mi ci portò mia madre quando ero bambino. Mi mostrò una tomba... Lì giaceva un giovane che mia madre aveva conosciuto molto tempo prima. Non era bello, disse, ma tutte le ragazze del paese erano innamorate di lui», Accanto a una tomba).
Come ci travolge la vita, così ci travolgono i pensieri, perché non ci arrivano secondo un ordine precostituito, ma ci portano disordinatamente nel tempo, scombinando i nostri percorsi. E la caduta, tema centrale del primo racconto, diventa anche metafora della vita, perché mentre agiamo ci sentiamo leggeri, ma quando arriviamo o ci fermiamo, il peso ci viene tutto restituito e ci annienta.
Chi sono le persone che parlano e soprattutto pensano nei racconti di Trevisan? Sono quelle che ci stanno accanto nelle nostre anonime esistenze: lo studente capace che dà una svolta radicale alla propria vita per fare il lattoniere e provare il piacere dell’altezza; l’uomo ancor giovane messo alla porta dalla propria donna; il figlio che si inventa una storia per farsi compagnia lungo l’agonia del padre e ancora un figlio che ripercorre i luoghi lontani dell’infanzia materna; infine uno scrittore che teme di scrivere e si confronta con la giovane nigeriana che ospita e poi con un amico professore, che crede ancora nel teatro e nella possibilità di fare teatro a Vicenza.
Già, Vicenza, archetipo letterario e artistico, luogo mitico e ossessione esistenziale. Trevisan consapevolmente si lascia andare alla seduzione della città berica, sirena e sfinge, in ogni caso divoratrice, ma anche straordinaria musa. E la presenza della città apre e chiude in modo circolare il libro, raccolta di fantasie e incubi diversi.
Ma se sogni e incubi sfuggono al controllo razionale, la loro fissazione sulla pagina è frutto dell’attività selettiva dello scrittore, che spesso attraverso gli elementi definiti "paratestuali", come le citazioni poste all’inizio di un libro, ci offre chiavi di lettura del proprio lavoro. Come fa Trevisan, che colloca in apertura dei suoi Standards una citazione di Chester Himes, che invita il combattente a combattere e lo scrittore a scrivere. Il senso della citazione è ripreso in un dialogo delle pagine conclusive
«Che mondo meraviglioso sarebbe...
se gli attori facessero gli attori
e gli scrittori facessero gli scrittori»
che in fondo riprende la massima latina Age quod agis (fai bene quello che fai, cioè fai quello che sai fare e non altro).
Non si pensi ad una indiretta dichiarazione di modestia o di limitatezza di Trevisan, perché nel suo farci intendere che in fondo le sue sono solo storie, sottolinea in modo radicale il valore della parola quale strumento di riscatto dal mondo. Un mondo non certo meraviglioso, per parafrasare il titolo del suo romanzo d’esordio, non a caso gli elementi che si ripetono nei racconti sono il coltello e il bosco, simboli di ferite e smarrimenti.
Libro angoscioso, provocatorio, mai banale o scontato il suo, che merita di non passare inosservato.

Standards vol. I (128 pagine, euro 11,80), il nuovo libro che Vitaliano Trevisan pubblica con Sironi Editore nella collana indicativo presente diretta da Giulio Mozzi, sarà nelle librerie da domani.
Quando cado - L’improvvisa, completa, assoluta sparizione di tutto il proprio peso, accompagnata, anzi, com’è logico, immediatamente seguita, dalla esatta coscienza di quello stesso peso così subitamente perduto. L’allontanarsi veloce e sempre più veloce da una sospensione infinitesima. Ma non c’è tempo di speculare su questo: innumerevoli ricordi occupano tutto il nostro essere. Essi non si succedono né in ordine cronologico, né in ordine di importanza, ma ci vengono bensì incontro da ogni direzione, alla rinfusa, anch’essi con velocità sempre maggiore, episodi importanti, futili, futilissimi e...
A Xmas Carol - Uscire di casa, è questo lo sbaglio che uno fa. Si incontrano sempre delle persone, il mondo ne è pieno. Ma mi sentivo al sicuro, quel giorno, mi sentivo di vestirmi, mutande, pantaloni, calze, scarpe, maglietta, maglione, ma leggero, non era così freddo, non è mai così freddo in realtà, ma non so niente sulla realtà, e comunque, dopo il maglione, il cappotto blu, che era di mio padre. Ed eccomi vestito. Della mia faccia non saprei cosa dire. Non c’erano specchi in quella casa. Posso dire che mi radevo, ogni due giorni, usando come specchio la parte interna del coperchio di...
Il Calmante - Avevo con me un libro, ho sempre con me un libro, è un’abitudine a cui devo molto. Ma non mi servì, quella notte. A un certo punto le luci si spensero, no, esse furono spente, è più esatto. Non tutte per la verità, una restò accesa, ma debole, gialla, di servizio, credo che si dica così, e comunque non era abbastanza per leggere, a meno di cavarsi gli occhi, una cosa questa che non avevo nessuna intenzione di fare. Mi caverei il cuore piuttosto, gli occhi mi servono. Il cuore invece, non credo mi sarà più così utile, in futuro, ammesso di averlo. Ma all’età di quarant’anni, di futuro si può ancora...
Accanto a una tomba - C’era un cimitero, mi ci portò mia madre quando ero bambino. Mi mostrò una tomba, una lapide con inciso un nome, una data, no: due date, naturalmente due, ci sono sempre due date su questo tipo di lapidi, per quanto possano essere vicine, intendo le date, ma certo anche le lapidi. Lì giaceva un giovane che mia madre aveva conosciuto molto tempo prima. Non era bello, disse, ma tutte le ragazze del paese erano innamorate di lui. Anche mia madre lo era, è chiaro, ma questo lo capii solo molto tempo dopo. Era morto per amore, mi raccontò, ma non si era ucciso, no...
Fulvio Falzarano non compra nulla, ma viene a prendere un caffè con me. Una commedia? - Non è il mondo che dobbiamo adattare a noi, ma noi che dobbiamo adattarci al mondo. Un pensiero davvero squisito, non c’è che dire. È grazie a simili pensieri che riesco ad alzarmi la mattina. Adattarsi al mondo, camminare piegati, abbassare lo sguardo, passare inosservati, il più possibile inosservati. Era questa la mia tecnica in quel periodo. Avrei voluto essere trasparente, chiaro e trasparente come acqua. A volte avevo l’impressione di esserci, di essere diventato davvero chiaro e trasparente, di esistere senza essere notato, o solo di tanto in tanto, giusto lo stretto...
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