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Romanzo paesano
Antonio Turi, La Nuova Ecologia, 31.01.2004
«Paesologo», così si definisce Franco Arminio, coniando un neologismo che potrebbe anche dar vita ad una nuova professione. Il termine, che grazie al successo di Viaggio nel cratere (Sironi Editore) è ormai diventato di uso comune: sta a designare un “esperto in paese”.
Da qualche tempo Franco Arminio ha ulteriormente precisato il suo impegno sociale, scendendo nell’agone politico accanto ad organizzazioni ambientaliste che se l’avevano sempre visto “compagno di strada”, da qualche mese se lo sono ritrovato a fianco in importanti battaglie civili e possibile candidato nelle prossime tornate elettorali. Il salto di impegno è cominciato con Viaggio nel cratere, resoconto di un viaggio compiuto fra i vari paese coinvolti nel terremoto irpino del 1980. Il tempo di raggiungere le librerie e Viaggio nel cratere è diventato un caso mentre il “paesologo” una possibile professione emergente. Con Viaggio nel cratere Franco Arminio si inserisce in un filone quanto mai vivo della nostra narrativa, un filone che rende conto dello stato di disagio delle nostre città e dei nostri paesi, un filone che, a volte, movendosi a metà strada fra romanzo e giornalismo, racconta episodi di resistenza civile. Pensiamo, in particolare, a Pascale (con il suo libro su Caserta, pubblicato da Einaudi), allo stesso Livio Romano (del quale proprio su queste pagine è stato recensito Porto di mare). Ad onore di Franco Arminio, va detto che, in questo panorama sempre più affollato, è riuscito a trovare una sua strada molto personale. E non solo per l’intuizione di quel neologismo alla base di Viaggio nel cratere, quanto per la grande esperienza maturata come poeta e per il lavoro quotidiano svolto come insegnante di scuola elementare. In Viaggio nel cratere Arminio ha riversato anche la sua esperienza di impegno civile, maturata in anni di difficile opposizione al regno di De Mita, nelle battaglie sociali e politiche per impedire che nel cratere venisse costruita una discarica che avrebbe avuto un impatto ambientale devastante.

D: Paesologo. Non hai paura che questa parola crei confusione nell’ascoltatore meno attento. Che, chissà, si confonda con paesaggista?
R: No. E il consenso che Viaggio nel cratere ha avuto mi dà ragione. Il pubblico lo sta apprezzando e le recensioni sono state molte e tutte positive.

D: Ma come ti è venuto in mente questo neologismo?
R: Ho pensato che la nostra letteratura manca di una tradizione di autori capaci di descrivere la vita dei paesi. Perlomeno dei paesi come si è sviluppata dopo il grande boom e la conseguente fuga nelle città. Prima ce ne sono stati tanti, e il primo nome che viene in mente non può che essere quello di Levi con il suo Cristo si è fermato a Eboli. Però dal boom in poi i nostri autori si sono concentrati sulla vita delle città, sui fenomeni legati alla urbanizzazione. Hanno dimenticato di raccontare quello che nello stesso tempo stava accadendo nei paesi.

D: E che cosa stava accadendo, esattamente?
R: Stava succedendo che i paesi perdevano ogni possibile aurea bucolica. Ovviamente non parlo per il turista che, di passaggio, può essere anche sedotto dalle antiche costruzioni, dalla bellezza di qualche veduta che sembra aver attraversato i secoli. Oggi i paesi sono diventati luogo di noia, il simbolo per eccellenza dell’alienazione urbana. Prima l’intimità, la consuetudine quotidiana fra gli abitanti creava un clima particolare, di simpatia. Oggi non è più così. Oggi i pochi abitanti rimasti possono passare intere giornate senza parlare.

D: Addirittura?
R: Guarda, nei miei viaggi io mi sono spesso imbattuto in persone che non volevano lasciarmi andare via. Perché, si sentiva, io ero l’occasione per comunicare. Per dire tutto quello che passava per la testa e che era condannato a rimanere lì. Questa difficoltà di comunicare nasce da due cause specifiche: i paesi ormai sono abitati quasi sempre da vecchi. I pochi adulti lavorano molto lontano. Si alzano presto la mattina e prendono la macchina per andarsene al lavoro. Quando tornano la sera, sono stanchi. Non ci pensano a fare conversazione in cortile. Poi c’è l’abbandono dei centri storici, il fatto che la gente abita in case lontane fra di loro. Questo aspetto proprio nei paese del cratere è ancora più evidente. I centri storici dei paesi terremotati sono stati per forza di cosa abbandonati. Certo, adesso quasi tutti hanno la casa nuova, magari grande, ma soffrono di una cosa tremenda come la solitudine.

D: C’è qualche altro aspetto evidente nel cambiamento dello stile di vita dei paesi.
R: Direi che un altro aspetto fondamentale è il silenzio. Una volta i paesi fervevano di attività. Erano caratterizzati da dei rumori molto specifici, da un brusio. Adesso nei centri c’è solo silenzio. Un silenzio irreale. Che aumenta il senso di solitudine dei pochi rimasti.

D: Non starai enfatizzando troppo una età dell’oro forse ormai troppo distante nel tempo?
R: Nei paesi del cratere questa età dell’oro non risale così indietro. Basterebbe tornare agli anni immediatamente precedenti al terremoto per ritrovare le cose che sto dicendo. Questi ricordi fanno parte della mia infanzia, io sono nato nel 1960, non sono poi così vecchio.

D: La desolazione di cui parli non sarà un effetto tipico dei paesi del “cratere”?
R: No, non credo. La stessa situazione l’ho ritrovata anche in alcuni dei miei viaggi in altre zone d’Italia. Certo, il terremoto da noi ha fatto da perno per attivare una dinamica che forse sarebbe stata più lenta. Forse.

D: Colpisce nel tuo libro la rassegnazione che sembra essere diventata una malattia degli abitanti del tuo paesaggio.
R: Tutti ricordiamo che cosa terribile è stato il terremoto dell’Irpinia. Intorno a quel terremoto sono cambiate molte cose. Intanto vale la pena ricordare quel famoso telegiornale serale che, alle 20, poche ore dopo la prima scossa, la più violenta, segnalava che non c’erano danni mentre interi paesi erano sotto le macerie. Eppure nei giorni seguenti il terremoto l’Irpinia fu illusa che quel terribile disastro poteva portare del bene. Che la ricostruzione avrebbe segnato anche un momento importante di crescita economica per l’intero territorio. Oggi sappiamo come è andata.

D: Come è andata?
R: Una cosa positiva c’è stata. La protezione civile nasce proprio con il terremoto dell’Irpinia del 1980. Zamberletti fu nominato commissario speciale e da allora la protezione civile cominciò ad essere organizzata in modo adeguato. Perlomeno per la dotazione di mezzi.

D: Dunque una cosa positiva. E quelle negative?
R: De Mita. Basta la parola. De Mita comincia ad instaurare il suo regno proprio in quegli anni. È stato il fiume di soldi che ha raggiunto l’Irpinia dopo il terremoto che ha permesso l’instaurazione di una egemonia politica fortissima ancora oggi. Dopo il terremoto alla gente fu detto che quella era l’occasione per mettere in moto la regione. Furono promesse case, ma anche lavoro. Lavoro sotto casa. Fu promessa la creazione di industrie.

D: Mi sembra di capire che di tutte quelle promesse non è stato realizzato nulla.
R: Non proprio. Certo, magari ci hanno messo più anni del previsto, però oggi una casa nuova ce l’hanno tutti. Tutte le vittime del terremoto, intendo. Anche se con gli effetti negativi di cui parlavo all’inizio, però le case ci sono.

D: E la crescita industriale?
R: Per quella basta andare a vedere la composizione dei paesi del cratere. Non ci sono più giovani. Quei pochi che ci sono non vedono l’ora di andarsene. Non ci vogliono stare. E non è solo una questione di stile di vita. Ma di possibilità. Una persona che vuole avere dei figli, non lo farà mai fin quando si troverà a dover vivere in un luogo dove non ce ne sono nemmeno per lui. Intendiamoci, qualche industria è stata creata. Ma quasi tutte hanno chiuso in poco tempo. Tanto da indurre a credere che fossero state create per utilizzare i soldi stanziati per lo sviluppo, ma senza mai pensare a dargli una solidità capace di durare nel tempo.

D: Si può diventare paesologi di paesi in cui non si vive?
R: Non lo so. Non credo. Io sono riuscito a descrivere così bene questa zona perché ci vivo. Perché io sono legato a questi luoghi. Certo, la mia esperienza di poeta mi ha aiutato a dare un ulteriore tocco al testo.

D: Veniamo ad una importante battaglia civile che ti ha visto protagonista. E in questo percorrere una strada molto simile a quella di Livio Romano. Se Livio si è schierato contro un tentativo di cementificazione della costa salentina, tu contro la creazione di una discarica.
R: E’ stata durissima. Con dei momenti di scontro molto elevati. Però alla fine siamo riusciti ad impedire uno scempio che avrebbe avuto conseguenze negative terribili. Inoltre quello scontro ci ha permesso di vedere che le forze che hanno voglia di lottare ci sono, che si può costruire qualcosa di diverso.

D: Non deve essere facile. Anche per te personalmente.
R: Non lo è. Ma non me ne pento. Certo, sarebbe stato più facile arrendersi. Lasciarsi risucchiare. Perché questa gente è anche molto attenta a cogliere le possibilità di assumere nel proprio giro chi ha voglia di lasciarsi andare. A mostrare acquiscienza ci si guadagna in sicurezza economica. Se ne hai voglia, basta mandare il segnale giusto.

D: E tu?
R: A me il mio lavoro piace. Mi piace fare l’insegnante. Mi piace girare per i paesi e renderne conto. E raccontare la verità di quello che vedo. E delle ragioni che hanno ridotto i paesi così. In Viaggio nel cratere ho raccolto molti articoli scritti per diversi giornali locali. Naturalmente ho anche aggiunto delle parti nuove. Soprattutto mi sono sforzato di trovare per ogni paese un elemento capace di caratterizzarlo. Una sensazione. Altrimenti che razza di paesologo sarei stato?

.D: Stai lavorando a qualcos’altro?
R: Sì, ma è ancora presto per parlarne.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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