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L'uomo disarmato
Tullia Fabiani, Rai libro.it, 01.02.2004
www.railibro.it
Luisito Bianchi, prete-operaio, insegnante, traduttore, inserviente d'ospedale, e autore de "La messa dell'uomo disarmato", ci racconta come è nato il suo libro e che posto ha la scrittura nella sua vita.
Luisito Bianchi è attualmente cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone nei pressi di Milano e la sua vita è segnata da una dedizione, diaristica, costante alla scrittura. Delle sue esperienze di prete operaio e d'inserviente d'ospedale, ha raccontato in diverse occasioni; alcune pagine sono state pubblicate altre le conserva tra le sue cose personali. A lui abbiamo chiesto chiarimenti su La messa dell'uomo disarmato e una testimonianza sulla sua esperienza di scrittore.

D. Luisito, le chiederei, innanzitutto, di ricostruire la storia di questo libro. Perché e quando ha deciso di ambientare il romanzo negli anni della seconda guerra mondiale e di raccontare la Resistenza, che lei chiama “il grande Avvenimento”? E come è maturata in lei la volontà di narrare?

R. Iniziai a scrivere La messa dell’uomo disarmato nell’ottobre del 1975, il giorno dopo essermi licenziato definitivamente dalla clinica ortopedica dove lavoravo come inserviente e dal lavoro manuale, accanto al letto di mia madre inferma per una rottura inoperabile al femore, in una stanzetta del monastero di Viboldone. Perché mi accinsi a questa impresa? Avevo 49 anni e davanti a me un tempo indefinito per cercare il senso della mia vita che, non avevo dubbi, s’era formata negli anni ’43-’45. Sarebbe stato anche per me, come per Franco, (uno dei personaggi del romanzo) una specie d’anno sabbatico. Dovevo anch’io cercare un senso della mia vita che era stata tutta incentrata sul “grande Avvenimento”. Il narrare per me, come per Franco, il mezzo per andare alla ricerca di questo senso, l’unico modo che avessi a disposizione per dire grazie per quanto ero, per la vita intensissima ch’ebbi in sorte, perché costruita in quegli anni e rimasta ad essi fedele.

D. A chi era rivolto il ringraziamento?

R. Agli avvenimenti, agli uomini che mi costruirono, ai morti che versarono gratuitamente il loro sangue perché la libertà, apparsami folgorante con la caduta del fascismo, non fosse di nuovo conculcata. Lo chiamo “grande Avvenimento” perché è quello attorno al quale giostra la ricerca di Franco (e mia) in merito alla Parola che contiene. Se a Franco era risultato abbastanza comprensibile l’insegnamento dell’ascolto della Parola negli avvenimenti quotidiani, quella del grande Avvenimento gli risultava muta. Che senso aveva tutto quel sangue gratuitamente sparso, le speranze per un mondo più umano che davano senso al rischio della vita, che avevano dato senso alla mia decisione, sofferta e profonda, come quella di Franco, di non essere con loro sulle montagne per travasare ogni speranza nella scelta di essere prete, quando, a distanza ormai di trent’anni, tutto sembrava incanalato nei vecchi otri del potere, e la povera gente (il socialismo di Toni, di Giuliano, di Stalino…) era stata ancora una volta strumentalizzata dal potere ammantato, in una certa stagione che non si può dimenticare per capire anche l’oggi, da sedicenti doveri di buoni cristiani? E a me, prete per quel mondo migliore (sacerdote… propter afflictionem humilium et gemitum pauperum, scrissi sull’immaginetta della mia prima messa), che avevo vissuto momenti intensissimi, che poteva dire quel sangue gratuitamente sparso se, non solo non se ne vedevano gli effetti, ma tutto era ristabilito sulle stesse modulazioni di prima? Avevo dato anch’io la mia vita inutilmente? Dove potevo trovare la gratuità che fu del sangue sparso dai martiri di quell’Avvenimento?

D. E dove l’ha trovata?

R. Ho usato diverse volte l’avverbio, o l’aggettivo o il sostantivo di gratuità. Con la fabbrica mi ero deciso a esercitare il mio ministero di prete – quanto potevo con la celebrazione della Messa e la predicazione – gratuitamente. Fu una scelta radicale perché compresi come la credibilità dell’Annuncio fosse legata alla gratuità: un Annuncio insomma che non avesse nemmeno lontanamente la parvenza di un interesse, che normalmente si concretizza non solo nel danaro ma anche nel potere (i due termini possono essere analoghi o addirittura equivalenti). Ebbene, posso affermare, per lo studio che ne avevo fatto appassionatamente, che nella tradizione della chiesa esiste questo filone di gratuità, ossia dell’essere autarchici come Paolo, e risolvere il proprio problema economico al di fuori dell’Annuncio. Solo la chiesa che aveva mantenuto in sé, anche se spesso trascurato, questo filone di gratuità, poteva richiamare l’impegno affidatoci da quel sangue gratuitamente sparso. Parallelamente alla Messa cominciai a riordinare e a stendere lo studio, che avevo iniziato già dalla fabbrica, sulla gratuità del ministero nella chiesa. Man mano che procedevo nell’una e nell’altro intravedevo che la Parola contenuta nel grande Avvenimento era che il sangue gratuitamente sparso di Cristo si congiungeva con quello dei martiri e richiamavano l’uno e l’altro il mondo nuovo, la realizzazione delle speranze ch’esso aveva suscitato. Ma se questo era vero, perché sembrava non solo inefficace, ma anche ignorato? Fu tutta un’illusione? Il comportamento della società impostata ormai sulla ricerca dell’utile e del potere mi diceva di sì; il comportamento della mia chiesa (si pensi che nel 1984, con il nuovo concordato, che faceva passare i beni ecclesiastici da patrimonium pauperum a patrimonium cleri affermando così implicitamente – perché ogni prete avrebbe avuto, cominciando dall’1987, una busta paga mensile – che la gratuità non era mai esistita) mi diceva di sì. Era proprio questa la risposta che più mi svuotava, mi snervava, perché tutta la mia vita era stata giocata su questa posta.

D. Poi cosa è successo?

R. Fino all’ultimo, anche nel senso temporale della scrittura, Franco lottò per trovare la Parola dal profondo, che lo garantisse dal suo totale fallimento. Gli ultimi colpi di vanga di cui parla Franco allo scadere del suo anno sabbatico dicono l’autentica incertezza in cui mi trovavo. Sopraggiunse la proclamazione della Parola nel giorno delle Palme. La proclamazione sa far saltare in aria tutti gli orpelli di timori e di incertezze, mette a nudo ogni cosa. E così ritornai alle mie origini. In quei due anni vidi quel sangue che si univa a quello di Cristo, che aveva tanta forza da rendere possibile, nonostante tutto, il mondo nuovo, da un momento all’altro, nell’atto stesso della proclamazione; e assunsi la fatica d’uomo di continuare a vivere perdonando a me stesso di non essere morto in quei giorni, quando di questo mondo gli occhi erano pieni e l’animo esultante. Fu questa la risposta che Franco dette all’abate cui rimproverava di non aver realizzato nel monastero il mondo nuovo che Rondine, Balilla, don Benedetto avevano pagato in anticipo. Il perdonare a se stesso di non essere morto significava assumere davanti ai morti – al sangue gratuitamente sparso da uomini e da Dio – l’impegno di credere ogni giorno possibile il mondo nuovo. E finché ci sarebbe stato un uomo che l’avesse creduto possibile, quel sangue gratuitamente sparso non sarebbe stato sparso invano. La Messa, lo faccio notare, chiude su una selva di interrogativi, ma anche sul proposito di Giovannino di scegliere il modo di resistere di Franco. Ci sarà, allora, anche dopo Franco, un uomo che crederà possibile l’efficacia del sangue gratuitamente sparso, di nome Giovannino, figlio di Stalino. Dovevo narrare tutto questo per dire grazie ai morti di avere dato un senso alla mia vita di sconfitto dal potere, di avere fatto del non-luogo, dell’u-topia in cui mi trovavo (dal 1968 la mia vita respira di quest’aria) una caris-topia, il luogo della gratuità. Don Chisciotte ha inventato per sé il termine di donchisciottata, ma non ce la fece a sopravvivere all’ammissione che la sua vita fosse stata una donchisciottata e ne morì. Ma mille volte meglio il grande Caballero de la Triste Figura, della stessa razza di san Paolo, o più sommessamente, dei gelsi della Campanella, che capi di governo e cardinali sorridenti che non credono all’efficacia del sangue gratuitamente sparso e non hanno la gioia di pensare possibile il nuovo mondo.

D. Franco, prima novizio poi monaco benedettino, è voce narrante; colui che dipana le fila dei ricordi e li offre, li presenta al suo maestro, don Placido, per cercare e capire il senso dell’accaduto. Ma né Franco, né don Placido, né gli altri personaggi della storia sembrano essere protagonisti. Cuore della narrazione si direbbe la Parola… con la p maiuscola, ma non solo…

R. Anche per me il protagonista è la Parola (ora con la lettera maiuscola ora con la minuscola). Mi limito alla Parola con la maiuscola. Dovrei rifarmi alle prime righe del Vangelo secondo Giovanni: “In principio era la Parola e la Parola era Dio”. In principio: al di là dell’inizio, quindi, che è già di per sé un concetto temporale e di spazio. Se è vero che questa Parola si è fatta carne (è indimostrabile, il buio è assoluto, si tratta di fede), ciò significa che è passata attraverso tutte le fasi della vita imprimendo il suo suggello di assolutezza su tutto. Ogni elemento, quindi, ogni avvenimento racchiudono allora una parola (minuscola), hanno un senso, sono un filo che si intreccia con altri fili come in un arazzo, che è poi la storia di ciascuno nel tutto. Don Placido educa Franco a questo ascolto e concepisce, portato dagli avvenimenti che debbono contenere pertanto una parola, una sfida: trovare questa signoria anche nell’avvenimento “musica”. Una lotta che descrive nelle sue lettere al novizio. La sfida è esasperata. Don Placido brucia tutto quando capisce che gli avvenimenti lo avevano già portato ad ascoltare quella Parola (che pensava fosse racchiusa nella musica) nella morte di Maddalena. Don Placido è il controcanto di Franco: la Parola si trova nel sangue gratuitamente sparso di Maddalena. Nel farne memoria, ossia attualizzandolo (diversità tra ricordo che è passato e memoria che è attualizzazione dell’avvenimento), c’è la salvezza, il senso del continuare a vivere. Il solo modo per me di non disperare di fronte a ciò che Placido chiama anti-parola, ossia la strumentalizzazione dell’uomo, l’aspetto demoniaco del potere.

D. Ci sono parti nel libro (scritte in corsivo) in cui il narratore svela, esplicitamente, i suoi pensieri e le sue intenzioni. In una di queste, lei scrive: “Mi affiderò solo alla misericordia del raccontare, essendomi accorto che il raccontare è già di per sé un tentativo di liberare la parola dagli eventi quale condizione necessaria all’onesta interpretazione”. Ecco, cosa intende di preciso?

R. Il corsivo lo introdussi quando si trattò di rendere pubblica questa specie di autobiografia interiore. Rileggendola vi trovai pagine difficili e sentii quasi il rimorso di nasconderle nella scioltezza del raccontare. Il corsivo allora aveva lo scopo di orientare il lettore. Valga il primo esempio che si trova a pag. 9: si parla di perdono, quasi che, pur essendo appena iniziato lo scavo, si possa già intravedere in filigrana il motivo che porterà a perdonare non il maestro ma se stesso. Per quanto riguarda il raccontare come tentativo di liberare la Parola dagli eventi, eccetera (corsivo di pag. 149) darei questa spiegazione: da tre mesi Franco scrive e racconta. Si è accorto che anche solo a raccontare degli eventi è come liberare, fare emergere la Parola che essi racchiudono, in quanto il racconto precisa e amplifica gli eventi appena percepiti. Questa preoccupazione di liberare la Parola è una condizione necessaria per interpretare onestamente le pause e i silenzi che ci possono essere tra un fatto registrabile e un altro. Questo lungo corsivo riguarda la vicenda che rimarrà volutamente oscura di don Placido nel periodo del silenzio romano, con solo alcune indicazioni per orientarsi in un campo molto riservato e sconosciuto – volutamente! – da parte di Franco.

D. Quasi in contrasto con una scrittura semplice, fortemente descrittiva, e con un ritmo moderato, cadenzato, che sembra adeguarsi a quello della vita contadina nella piana padana, c’è invece una complessa e incalzante tensione emotiva, data dall’impossibilità, di credere alla Parola e di percepirla. Le azioni, le scelte, la lotta (armata e non) dei personaggi sembrano ovviare alla paralisi del pensiero. In questo scenario, chi è l’uomo disarmato? Qual è il suo ruolo?

R. Sì, è vero, è proprio così. Mi è capitato spesso, scrivendo, di pensarmi davanti a un organo a tre tastiere, di differenti registrazioni già preparate, ma anche con la possibilità di far entrare nella stessa su cui si sta suonando, di colpo, nuovi registri. Di qui la diversità del suono (la descrizione di don Placido all’organo nella chiesetta romana prima e dopo l’incontro con Maddalena ne potrebbe essere una raffigurazione). Ci sono dei crescendo, delle dissonanze; c’è musica descrittiva o a programma, come si trova ad esempio in Respighi. Le stagioni (le Quattro Stagioni?) hanno una registrazione; ma quando, in certe giornate, si fa più acuta la necessità di una risposta che non giunge, la lotta tra la delusione e la disperata negazione di essa contro ogni evidenza raggiunge tentativi di “inusitata fattura”, soprattutto se don Placido sa o intuisce che Maddalena è presente. Sono certamente i momenti che esprimono la fatica del credere, come nel buio si cammina sopra una corda tesa sull’ignoto, e dello sperare contra spem. Forse è questa la figura dell’uomo disarmato in una Messa sur l’homme armé (una decina di Messe del sec. XIV della polifonia fiamminga), nella lotta tra Parola e antiparola, ora don Placido, ora Franco; ma forse realisticamente soprattutto don Benedetto che come in una processione penitenziale, vaga col moschetto di Balilla scarico e penzolante dalla spalla sbagliata. Quando non si voglia riportare il tutto al Prototipo proclamato nelle ultime pagine del libro nel passio secondo Matteo. Non credo si possa parlare di abbandono alla volontà divina, che mi pare un tema assente totalmente da La Messa, giacché avvenimenti e fatti contengono una parola udibile dall’uomo, non una volontà che gli è esterna. La volontà di Dio è il rispetto, la non strumentalizzazione dell’uomo, perché si è fatto uomo egli stesso: il rispetto dell’uomo è il rispetto di Dio, e viceversa.

D. Nei ringraziamenti lei dedica il libro ai morti di quei giorni che “ancora aiutano a resistere e vivere”. Se dovesse spiegare a chi non ha conosciuto quegli uomini e quei giorni, cosa vuol dire, oggi, resistere, cosa direbbe?

R. Quei morti mi aiutano a vivere e a resistere oggi contro quanto si oppone al riconoscimento dell’uomo. Il momento storico che essi vissero (che anch’io vissi) ha un comune denominatore con ogni tempo, anche con l’oggi, quindi: l’opporsi a qualsiasi primato che non sia quello dell’uomo, ad ogni potere, da quello politico a quello religioso, che si servisse dell’uomo per consolidarsi, per identificarsi con l’autorità, mentre autorità è un servizio per il bene comune, il contrario di potere. Allora eventi eccezionali spinsero a ricorrere alla violenza in difesa di questi valori conculcati, a rischio anche della propria vita; oggi resistere è pensare, ogni giorno, alla possibilità reale di un mondo nuovo raggiunto con mezzi non violenti, ma non per questo meno duri ed efficaci, a rischio di quel tipo di vita racchiusa nel proprio bozzolo che dà sicurezza, che potremmo avere con qualche compromesso. L’importante è essere convinti che il mondo nuovo è possibile, come lo videro e lo vollero con la loro morte gli uomini della resistenza, ma anche tutti quanti hanno fissi gli occhi sull’uomo e ne esigono il rispetto. Il periodo storico detto della resistenza si mette a servizio dell’uomo di oggi con questa forza di umanità perché tutto il sangue gratuitamente sparso manifesti la Parola che contiene. Fantasie? Utopie? Romanticismo? Basterebbe provare, e poi si vedrà se il mondo nuovo è possibile.

D. Luisito, anzi… Don Luisito, lei è stato un prete operaio, un inserviente d’ospedale, un insegnante e quant’altro: che posto ha avuto (e ha tuttora) nella sua vita la scrittura?

R.Sì, ho avuto una vita molto intensa, ho ricevuto molto, gratuitamente; non so se ho dato altrettanto gratuitamente. Ho narrato questi momenti per comunicare la gioia di quanto ricevevo e spartirla. Ci fu un tempo – un paio d’anni – in cui, non so come, riuscii a unificare lavoro manuale e scrittura nel senso più materiale. Ero operaio turnista alla fabbricazione dell’ossido di titanio: su e giù per ripide scale, barilotti di reagenti, quintali d’acido da immettere in decine di tine da 50.000 litri, ma potevo fra una manovra e l’altra schizzare su un foglietto nel taschino antiacido qualche verso che m’inseguiva per fissare la parola che ascoltavo. È difficile crederci. Pubblicai quei versi in veste dignitosa tre anni fa, sotto il titolo che avevo scelto per la prima pubblicazione alla macchia: Sfilacciature di fabbrica. Nella nuova edizione vi aggiunsi, a spiegazione: preghiere all’ossido di titanio. Sono parole e sentimenti in presa diretta. Tanto per dire che la mia vita, ripeto molto intensa, non è stata mai disgiunta dal raccontare con lo scrivere. Non mi sono mai posto, lo confesso, l’interrogativo che importanza avesse in tutto questo la scrittura. Sento solo il bisogno di comunicare, se non altro con me stesso. M’è capitato, a volte (soprattutto quando si tratta di endecasillabi – non dico poesia) come alla roggia piena cui venga alzato il chiusino per l’irrigazione d’una piana di granoturco. E scrivo endecasillabi. In media ci vogliono due mesi e mezzo per irrigare la piana. A un certo momento non c’è più acqua. Buffo, vero?

D. Già… ma poi l’acqua torna… sta scrivendo un altro libro?

R. Tra qualche settimana da “Il Poligrafo” nella collana “Studi monastici” del monastero di Praglia, uscirà il libro parallelo a La messa dell’uomo disarmato dal titolo (già scelto nel 1981, anno in cui lo terminai) Monologo partigiano sulla gratuità nel ministero (venti secoli di chiesa). Sono alquanto monocorde nello scrivere, ma penso, senza presunzione, di provocare a ogni pizzico della stessa corda, svariati armonici, e la corda che faccio vibrare in ogni genere letterario è la gratuità e l’ascolto della Parola. Ricchezze queste che hanno avuto la loro incubazione e prima fioritura in quegli anni di sangue gratuitamente sparso e di difficili ascolti della Parola che vanno sotto il nome di Resistenza. Come si fa allora a non portarla nel sangue?

D. A queste parole Don Luisito aggiunge una precisazione circa l’espressione scelta per titolare la prima parte del libro (diviso in tre tempi: “Il gemito della Parola”; “Il silenzio della Parola”; “Lo svelamento della Parola”), e ci regala, infine, alcuni versi:

R. L’espressione “gemito della Parola” è ispirata a Rom. 8, 22-26: “La creazione geme… noi stessi gemiamo… anche lo Spirito geme…”.

Crebbi in voi e per voi, e mi donaste col vostro sangue grazia di memoria che ora abbonda a ingemmare la secchezza del tempo. Sorte non volle, o suprema signoria che pure il nuovo nome bramato dono da voi ricevessi. Ti basti la memoria, decretaste, resisti disarmato a venerare la follia di nostra resistenza: e grazia avrai d’insperato convegno con nostra morte rimasta fanciulla.
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