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Il romanzo di Luisito Bianchi sulla Resistenza e sulla Parola
Tullia Fabiani, Railibro, 01.02.2004
www.railibro.rai.it
"La messa dell'uomo disarmato" è un lungo e intenso romanzo sulla Resistenza, come recita il sottotitolo, scritto da Luisito Bianchi prete-operaio, attualmente cappellano del monastero benedettino di Viboldone. Circolato dal 1989 al 1995 in edizione autoprodotta e autofinanziata, oggi il libro, grazie all'editore Sironi, è disponibile al grande pubblico
Per anni la storia raccontata in questo libro è stata “lettura privilegiata” di pochi; per anni, come precisa nella postfazione Marzio Pieri, il volume è stato “un singolare best seller” sulla scia di un passaparola che alimentava l’interesse e la curiosità per il romanzo. Dal 1989 al 1995, l’opera è circolata in edizione autoprodotta e autofinanziata ma ora, da qualche mese, il libro in questione, dal titolo La messa dell’uomo disarmato, scritto da Lusito Bianchi, può essere cercato e trovato in libreria e, soprattutto, può essere letto da molti. Ciò è stato possibile grazie a un incontro casuale, (o perché doveva accadere, direbbe probabilmente l’autore) tra l’editore Sironi e l’opera di Luisito Bianchi (nato nella provincia cremonese nel 1927, insegnante e traduttore, prete-operaio e inserviente d’ospedale, attualmente cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone), e grazie a quella che lo stesso editore ha definito una “reciproca elezione”. Ma veniamo al volume, nella sua veste editoriale e in quella narrativa: se da un lato colpisce la bella immagine di copertina, con una distesa di spighe dorate, e un caldo color arancio, dall’altro le dimensioni del libro, con le sue ottocentosessanta pagine, possono intimidire il lettore; così anche l’incipit, denso di parole intense e sorprendenti e di interrogativi che spingono subito nel cuore del racconto. L’invito è di non cedere alle tentazioni demotivanti e scoprire, invece, lo stile fine e sobrio con cui l’autore, pagina dopo pagina, intesse la trama e l’arricchisce di accenti lirici, descrizioni e ritratti di singolare bellezza.

Come indicato dal sottotitolo La messa dell’uomo disarmato è un romanzo sulla Resistenza e questa definizione, limitatamente ai fatti narrati, sarebbe esauriente se la narrazione di Luisito Bianchi e la sua lettura degli avvenimenti non si rivelasse tanto articolata e polisemica da essere difficilmente contenibile in una semplice, pur se giustissima, definizione. Gli avvenimenti, la Parola (che è Parola di Dio e parola degli uomini), l’ascolto e il mistero che li lega, sono la forza e il motore del romanzo: sono il suo cuore. E ne fanno un romanzo edificante, un romanzo in cui la memoria richiama la responsabilità e la libertà di ogni uomo di fronte a una Parola che lo interroga. Lo scenario è quello tragico della seconda guerra mondiale, fatto di morti, dolore e non-senso; il luogo è un paese della piana padana dove la vita della gente è sintonizzata con quella della terra che dà lavoro e pane quotidiano, e i personaggi sono uomini, che danno corpo e voce a una Storia di lotta e sangue versato per la libertà; ma tuttociò non avrebbe alcuna originale e peculiare caratterizzazione se non fosse letto alla luce dell’ascolto di una Parola che in questi fatti si incarna e si svela. È “la parola che copre tutto, che è in tutto e che viene a noi spezzata come tanti bocconi di pane”: e uno di questi bocconi è il grande Avvenimento.

Finita la guerra Franco, voce narrante, è rientrato nel monastero benedettino che aveva abbandonato per tornare alla cascina dei genitori, “La Campanella”, e lavorare la terra. Al monastero Franco ritrova Don Placido, il maestro che, prima di essere allontanato dal vecchio abate, lo aveva introdotto all’antica regola Obsculta fili… e con il quale aveva intrattenuto un lungo rapporto epistolare; a lui, divenuto abate del monastero, chiede un periodo di eremitaggio per ritrovare il senso della sua vita, perdonarsi la mancata partecipazione alla Resistenza, il ripiegamento (la lontananza dalle colline in cui si combatteva e dal monastero in cui si dava rifugio ai partigiani), e la sua condizione di sopravvissuto. Proprio partendo dalla riflessione sull’invito all’ascolto, rivoltogli, tempo prima, da Don Placido (che in quegli anni aveva incontrato una donna, Maddalena, e per lei era entrato in crisi), Franco comincia a ricostruire, scrivendo, il corso dei tragici avvenimenti e ne fa testimonianza e memoria viva.
Così gli eventi si incastrano, temporalmente, nell’espressioni con cui la Parola si manifesta e nei vissuti degli uomini che la scoprono, la proclamano, o non la comprendono: nel gemito, nel silenzio, nello svelamento.
Quando Franco lascia il monastero per cercare altrove risposte ai suoi interrogativi è il 1940. Qualche mese dopo l’Italia entra in guerra; Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. In quel periodo Franco si dedica, con la sua famiglia, alle attività della Campanella, e quel luogo, fatto di campi, cascine, sentieri, e i personaggi che vi ruotano intorno, appaiono come un concentrato sociale dell’Italia rurale di allora: contadini, ambulanti, operaie della filanda, reduci, un professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete. L’8 settembre 1943 però questa realtà muta radicalmente. L’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni estreme. E il racconto si incentra, a questo punto, sulla lotta di Resistenza, intrapresa da diverse bande partigiane: emergono così le storie di Lupo e di Balilla, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz, dei partigiani con i fazzoletti rossi, di quelli con i fazzoletti azzurri e anche di quelli, come Piero, Miriam e Rondine, senza “colore” se non quello dell’amore per la libertà. Uomini (e donne) che assistono all’inaudito, al silenzio della Parola e la vedono poi svelarsi nella morte dei compagni, e nella volontà a Resistere e combattere fino alla fine. A sostenere la loro battaglia ci saranno anche i monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Don Luca, che da partigiano si farà chiamare don Benedetto, e seguirà in montagna le bande: disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate che mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, fanno la loro parte. Sarà poi l’avvicendarsi delle stagioni della terra a scandire il racconto, seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi e drammatici sarà a loro chiaro. Solo a quel punto per Franco, novizio per la seconda volta, sarà possibile “identificare l’assurdo con la vita, credere che non ci sia contrasto fra loro e credere che a dare senso a tutto, anche alla morte, sia la “Parola annichilita e risorta”.
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