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Un mondo a sorpresa
Loredana Lipperini, Repubblica, 22.01.2004
Dopo l'esordio con "L'elenco telefonico di Atlantide", una nuova prova narrativa.
Tullio Avoledo è sconcertante. Certo non perché ha esordito tardi nella narrativa (ha quarantasei anni) o perché si dichiara totalmente estraneo al mondo della letteratura italiana (lavora in banca) e al suo bon ton: capita a parecchi altri. E nemmeno perché il suo primo libro, L´elenco telefonico di Atlantide, ora ripubblicato da Einaudi, è divenuto un cult in poche settimane pur facendo a meno di ogni ingrediente classico del best seller (vicenda tutt´altro che sentimentale e lacrimevole, nessuna tribuna televisiva di provenienza, nessun successo di scandalo, notorietà dell´autore inesistente, casa editrice - la Sironi di Giulio Mozzi - essa stessa agli esordi). Qual è l´anomalia, dunque? Non sta neppure nel suo essere inclassificabile: Avoledo sembra un autore di genere ed è uno che i generi li attraversa. Teoricamente dovrebbe posizionarsi sullo scaffale della fantascienza, ma le sue storie vanno preferibilmente dalle parti dell´ucronia, e descrivono il what if di un mondo possibilissimo. Ma anche questo, a ben vedere, non ne fa automaticamente un caso.
La stranezza di Avoledo è che, semplicemente, non si riesce a smettere di leggerlo. E, a detta dei suoi fan non soltanto telematici, una volta aperta la prima pagina di uno dei suoi ingombranti volumi, la lettura prosegue ininterrottamente e implacabilmente fino alla fine. Per il primo libro l´effetto fu contagioso e lo portò, a sorpresa, nella classifica dei romanzi più venduti: cosa che potrebbe facilmente ripetersi per il secondo, Mare di Bering (stesso editore, Sironi, pagg. 447, euro 17,00), che su Internet sta suscitando entusiasmi quasi imbarazzanti. Gli ingredienti? In apparenza, meno esplosivi rispetto al romanzo precedente: se ne L´elenco lo scialbo protagonista scopriva di essere implicato in un complotto interplanetario, qui le cose sembrano svolgersi su un unico piano. C´è una voce narrante di scarso appeal etico che si chiama Mika, ha 25 anni, tira a campare vendendo tesi di laurea e litigando con la fidanzata e con un padre che fu un moderato ribelle ed oggi è un bancario ipocondriaco. Ci sono mafiosi da soap opera, barbieri insospettabili, infelici assistenti universitari, sognanti mantenute, artiste nevrotiche.
Messa così, sembra la narrazione di un inesorabile passaggio del testimone fra una generazione di scellerati sognatori e una di cinici affaristi, condotta con la gustosa malinconia dei tempi belli che non può non sedurre gli ultraquarantenni dal cuore tenero. Però. Pian piano, con discrezione, il lettore comincia ad accorgersi che il mondo narrato non è esattamente il nostro, anche se gli somiglia molto: il potere, per cominciare, è delle signore, il presidente degli Stati Uniti si chiama Rodham e le first ladies che si riuniscono a Reykjavik per il loro congresso mondiale sono in realtà first men, maritini. La moneta è il «nuovo euro», ma il paese leader dell´Europa è l´Ucraina. I cassonetti dei rifiuti parlano. Ci sono leggi sulla selezione della razza. La televisione ha un numero inquietante di optional. La cantante Eva Cassidy è viva. Un film su François Villon ha vinto un numero spropositato di Oscar, ma la visione di Schindler´s list è proibita, e si ristampa con notevole successo editoriale l´opera omnia di Goebbels. Ma questo resta sullo sfondo per quasi tutto il romanzo, mentre il protagonista salva il bambino di due disabili e il suo amico beat viene trascinato in un attacco al cuore del potere mondiale (che si salverà anch´esso). Incongruenze, nessuna: perché il vero gioco del narratore, quello che ribalta tutto come nel finale del film The Sixth Sense, si scopre solo nell´ultima pagina.
E probabilmente Avoledo deve moltissimo al cinema: perché i suoi personaggi non sono psicologicamente ineccepibili (e spesso, anzi, conquistano a fatica la credibilità) ma esibiscono dialoghi strepitosi. Perché la critica del mondo reale (che somiglia moltissimo al nordest reale, con la sua ansia di misurare in moneta l´esistente) viene condotta con una rabbia ironica che da un lato ricorda un altro visionario come Chuck Palahniuk, e dall´altro ha la sapienza popolare di un film o di una canzone. Perché l´autore sa fare fiction, sa creare mondi e non ha alcun complesso letterario nell´usare per le metafore Ildegarda von Bingen insieme ai Pokémon, o nell´alludere alla città di Petra come a «quella antica. Quella dei canyon di roccia rosa, che si vede in quel film di Indiana Jones, il secondo o il terzo. Il terzo, mi pare». Significa, insomma, che Avoledo non omaggia la cultura pop, ma la maneggia con un piacere carnale pari a quello dei suoi lettori. Che lo ricambiano con una quasi dimenticata e incosciente voracità.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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