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I giorni senza pietà
Giuseppe Marchetti, La Gazzetta di Parma, 23.12.2003
Signori lettori, ho trovato un vero romanzo. Quasi per caso l'ho trovato. Rovistando tra le novità in libreria, mi sono imbattuto in uno sconosciuto librone, La messa dell'uomo disarmato di Luisito Bianchi, pubblicato da Sironi.
Ho cominciato a sfogliare le prime pagine, ho capito (l'esperienza di quarant'anni di critica militante conterà pur qualcosa!) e ho proseguito. Mi si dispiegava sotto gli occhi - ma anche negli orecchi, e persino in bocca e nel naso, per via dei gusti e dei sapori qui descritti - una struttura di romanzo autentico, naturale, meglio, spontaneo come la sorgente di un fiume, come il colore di un lago, come il giallo dorato dei campi di grano. Un romanzo, tuttavia, pieno di nubi perché anche un grande romanzo ha i suoi lati oscuri, i suoi precipizi, le sue grotte senza luce.

La messa dell'uomo disarmato è stato scritto da un prete. Sappiamo che è nato a Vescovato in provincia di Cremona molti anni fa, se nel '50 era già sacerdote, e che ha scritto il suo libro più di dieci anni or sono fuori dal consueto mercato librario, cioè in autoedizione diffusa pian piano di mano in mano e solo di consiglio in consiglio. Sironi oggi lancia il libro verso un più vasto pubblico e lo colloca nella propria collana "Indicativo presente" gestita da Giulio Mozzi, una collana che ha già accolto libri di una certa non improvvisata consistenza come Dopoguerra di Barbujani, Racconti felici di Bregola, Il suicidio di Angela B. di Casadei.
Dunque, Bianchi è un prete che oggi è cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone, dopo aver fatto l'insegnante e il traduttore, il prete-operaio e l'inserviente d'ospedale, un prete che ci consegna un romanzo sulla guerra e la Resistenza adesso che siamo ormai così lontani da quei tempi ma ancora non sappiamo bene come andarono le cose davvero, anche se i libri di scuola, le discussioni, i convegni, le memorie, e gli istituti storici son carichi di testimonianze, cronache, filmati, lettere e foto. Ebbene, con intrepido coraggio, don Luisito scavalca d'un colpo tutto questo armamentario da Altare della Patria e con infinita pazienza, costanza e luminosità di ricordo compone il proprio "romanzo sulla Resistenza" facendoci venire in mente quell'altro straordinario romanzo di pari impegno e valore che fu, nel '46, Il migliore e l'ultimo di Carlo Coccioli. Sta in questo distacco il motore che fa muovere le più di ottocento pagine de La messa dell'uomo disarmato, il quale uomo nella primavera del 1940 è quel Franco che abbandona il monastero benedettino dove era novizio per tornare alla "Campanella" che è la cascina dei genitori. Mentre Franco lascia il convento, la guerra comincia ad avvolgere nelle proprie spire di distruzione e di morte l'Italia e suo fratello Piero è tra le prime vittime. Su questo tronco solido e ricco, s'innestano le vicende che seguono la data fatidica dell'8 settembre '43, e da questo momento in poi tutto il grumo del racconto di sposta sul "Silenzio della Parola" che introduce il lettore - dopo il racconto della morte della moglie del professore già mandato al confino - nel mezzo degli avvenimenti che porteranno tutti i protagonisti alla visione finale del libro. E qui, nell'alternanza di paure, speranze, commozioni, rabbie, atrocità e spasimanti dolcezze, si situano le figure emblematiche del lungo racconto, Piero e la Rondine, il Capitano e Stalino, Lupo e Balilla e Sbrinz, che riprendono ad uno ad uno i termini della più nota storia della Resistenza senza celebrarne tuttavia i riti più vieti ma inserendola nella vita del paese secondo una realtà di bene e di male che è l'esistenza medesima delle persone, il loro ritmo vitale. Franco, l'arciprete, le filandaie, i loro mariti, le necessità di tutte le giornate qualsiasi, i campi, le bestie, la polenta da cucinare, il "giorno prima" e il "giorno dopo" alla Campanella, l'armistizio e Badoglio, Giuliano e la Cecina, Pietro, la Maria e Benedetta compongono la folla - una piccola folla, in verità - che cresce come un microcosmo, attribuendo a ciascun personaggio una parte, un ruolo, una memoria, un calore di vita. Qui Bianchi ha sentito certamente, e ha capito, quale distanza era necessario sistemare tra le ragioni della narrativa e quelle della memoria così come aveva fatto Fenoglio nel suo Partigiano Johnny e ancora di più ne La malora . In realtà, i segni dei tempi si dipanano molto lentamente, e lungo il perimetro di questa avventura possiamo cogliere sia gli improvvisi turbamenti che diedero materia ai primi racconti sulla Resistenza, sia gli echi dei più meditati resoconti che entrarono poi in molti romanzi, ad esempio nella Quarantasettesima di Ubaldo Bertoli, negli Anni Sessanta e Settanta. Tutti gli sviluppi di quest'ampia lettura drammatica della guerra e della Resistenza sono calcolati per scene in un crescendo di emozioni e di azioni parallele che danno, alla fine, il senso alto e persino sublime di un ritorno religioso di tutti i personaggi, vivi o defunti che siano, al seno di una grande Madre (Cristo, la coscienza, la fede) per la quale e nella quale vita e morte si compensano. Alla fine del romanzo, inoltre, e quasi improvvisamente, c'imbattiamo in alcune trepide pagine di Marzio Pieri "Fuori di catacombe". E' il segno che avevamo, senza averle lette prima, visto giusto. La messa dell'uomo disarmato è davvero un bel romanzo che troverà certamente "altri cuori" e una più certificata e autentica dimensione letteraria nel secondo cammino della propria avventura.
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