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2010, il ritorno di Otello
Sergio Pent, TTL La Stampa, 29.11.2003
"Mare di Bering", il nuovo fluviale romanzo di Avoledo, già autore di "L’elenco telefonico di Atlantide", il perfetto gioco di ruolo di un prestigiatore della fabula: un venticinquenne procacciatore di lauree, un’amante sensuale, il dramma della gelosia

Per Tullio Avoledo: una nuova guerra mondiale e un'Italia governata - meglio, dominata - da un Lider Maximo
ACCOSTARSI a un romanzo di Tullio Avoledo - ormai ci pare di capire – significa arrendersi benevolmente all'irruenza euforica di uno che ti inchioda al muro per raccontarti ogni volta la migliore delle storie possibili, che è poi la sua. Almeno dal suo punto di vista. Ammirati dalla velocità narrativa del fortunato esordio - L'elenco telefonico di Atlantide, ora riproposto nei tascabili Einaudi- perplessi per l'eccesso di zelo che rendeva il testo un miscuglio non sempre amalgamato di fantasia reale – o realtà fantastica - abbiamo aperto Mare di Bering sicuri di ritrovarci in qualche nuovo universo parallelo, istigati in questo da un risvolto di copertina degno delle migliori campagne pubblicitarie "acquista e godi": la promessa di un Avoledo a caccia di Pynchon e Vonnegut, con qualche spruzzata di Dick e Ballard e molta quotidianità di provincia pettegola e sfacciatamente nazional-popolare. Abbiamo preventivato, comunque, una bella avventura.
I presupposti per un romanzo che risulti esemplare della contaminazione dei generi ci sarebbero tutti: un futuro prossimo ma non troppo - intorno al 2010 – una nuova guerra mondiale, quantomeno un'ecatombe spaventosa; un'Unione Europea che sembra il risultato finale delle peggiori ipotesi secessioniste; un'Italia governata - dominata - da un "Lider Maximo" a tutto sorriso; un mondo governato - dominato – da femmine rampanti divenute presidenti di stato, relegando i loro maschietti al ruolo di first ladies.
Lo scenario, dunque, sarebbe questo, ma - astuzia del giocatore Avoledo, lettore totale prima ancora che scrittore totale - ci è a malapena dato di coglierlo qua e là per cenni e battute quasi casuali, spruzzate nei fatti in fondo minimi e nei frenetici dialoghi di una narrazione lunga 445 pagine che, ancora una volta, ci lascia tentennanti a chiedere dove vuole andare a parare l'autore. Affabulatore istintivo, narratore incalzante in grado di padroneggiare personaggi, ambienti, stili e citazioni onni-comprensive, signore dei dialoghi sempre effervescenti e credibili, Tullio Avoledo ha scritto - forse –un romanzo post-generazionale in cui la fantasia cerca di vincere sulla banalità delle circostanze quotidiane che non hanno storia.
Non ha storia, infatti, la vita sbilenca del venticinquenne Mika Ganz, che divide le sue giornate di procacciatore di lauree a pagamento tra l'ufficio deserto di Pordenone e un'eremitica dimora di montagna. Mika divide le giornate, a dirla tutta, anche con la sensuale fidanzata Amanda, malvisto dai suoi ricchi genitori e incerto su un futuro di coppia ancora da definire. Il sospetto di un tradimento della ragazza con un assistente universitario scatena la furia otelliana di Mika, che scende a Urbino con l'amico barbiere - in realtà piccolo boss mafioso - Zi' Marino, per malmenare il povero prof. Aurelio Scarfatti, del tutto incolpevole. Un intreccio di casualità da manuale porta Scarfatti a diventare ostaggio di due ridicoli delinquenti - il Gatto e il Volpe – che devono procurare una laurea honoris causa alla seducente Anna Comaschi, amante di un potente industriale. Il compito è stato in realtà commissionato a Mika da un avvocatucolo ruffiano, ma il nostro eroe, perso nei guai personali - compreso un padre nostalgico che vorrebbe vivere con lui nell'eremo - delega il compito ai due mascalzoni, ritrovandosi invischiato in un gioco di equivoci da commedia.
Se ci aggiungiamo una coppia di handicappati - di cui lei incinta – protetti dalle cure anche violente di Amanda, un ex leader della beat generation diventato donna e prossimo ad attuare un attentato alla riunione dei Grandi di Reykjavik e un sottomarino ucraino affondato nel mare di Bering, ci ritroviamo con una storia scoppiettante e scorrevole, ma assolutamente scontata se non per l'ambientazione "casualmente" futuribile.
Ma questo, chissà perché, non ci sorprende, poiché forse abbiamo già imparato che Avoledo vuole sviluppare le sue trame seguendo lo schema di una fantasia irriverente e poco avvezza alla disciplina delle regole narrative. Non ci sono regole, nei romanzi tutto sommato nuovi di Avoledo, né ci pare di avvertirne la necessità. Tutt'al più possiamo domandarci qualcosa sul valore e l'utilità di un romanzo come Mare di Bering, dove la località del titolo risulta, come già nel precedente romanzo, la sorpresina finale - catastrofica –di una vicenda altrimenti genuina, goliardica, ironica, ma – questo occorre dirlo - priva di spessore, di segnali, di suggerimenti. E Avoledo, ripetiamo, avrebbe le armi giuste per darci un romanzo aperto, totale, che non sia solo il perfetto gioco di ruolo di un prestigiatore della fabula.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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