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Avoledo, l'elenco telefonico del futuro
Giuliano Di Tanna, Il Centro, 10.12.2003
L'avvocato scrittore caso letterario dell'anno.
Due romanzi di culto in dodici mesi e un altro in arrivo sulla politica delle mitologie in Italia.
È stato il caso letterario italiano del 2003. Tullio Avoledo, avvocato, ha atteso di avere 43 anni per iniziare a scrivere e, quando l'ha fatto, ha sfornato, uno dopo l'altro, due romanzi straordinari, «L'elenco telefonico di Atlantide» e Mare di Bering», che hanno messo d'accordo critici e lettori.
Un caso letterario - quello che vede al centro Avoledo - nato in provincia, lontano dalle solite conventicole romane e milanesi che dettano l'agenda culturale ed editoriale italiana, ma alimentato solo dal passaparola dei lettori e dal fiuto di critici come Antonio D'Orrico del Corriere della Sera.
Avoledo è nato 47 anni fa a Valvasone, in Friuli. Ora vive con sua moglie Anny e i due figli, Francesco di sei anni ed Elisa, di un anno, a Pordenone dove lavora nell'ufficio legale di una banca. Friulano per tre quarti e tedesco per il resto. Due anni fa, a Pordenone, ha partecipato a un seminario di scrittura con Mauro Covacich e Gian Mario Villalta. La sua «carriera» di scrittore è iniziata così. «L'elenco telefonico di Atlantide» uscito all'inizio dell'anno e «Mare di Bering» pubblicato il mese scorso, sono editi da una piccola casa, Sironi. Il successo dei due romanzi - racconti fantasmagorici sull'Italia di oggi, sul blues del 2000, tra science fiction e realismo ambientati entrambi nel Friuli - ha spinto Einaudi a ripubblicare il primo (il secondo seguirà a ruota) nella sua collana dei Tascabili. Il film tratto da «L'elenco telefonico di Atlantide» sarà ambientato in Inghilterra e sarà prodotto da una società anglo-italiana.
Avoledo è attualmente al lavoro sul terzo romanzo che si intitolerà «Lo stato dell'unione» e che riguarderà «la politica delle mitologie».

Avoledo, che cosa sono «L'elenco telefonico di Atlantide» e «Mare di Bering»?
«Nei miei romanzi è più importante il marchingegno narrativo che l' argomento, la storia. Richiedono la sospensione dell'incredulità e un abbandono alla lettura. "L'elenco telefonico di Atlantide" era un tentativo di descrivere il 2000, un anno detestato perché un anno di promesse non mantenute. Quand'ero piccolo pensavo a un 2000 con le basi sulla Luna, con la sconfitta del cancro e invece mi ritrovo con una tecnologia evoluta ma orientata verso cose assolutamente futili come i cellulari sempre più piccoli per scambiarsi le foto. La chiave di tutto è qui. Nell'"Elenco telefonico di Atlantide" si cerca di allungare la vita umana e di salvare la coscienza dopo la morte. Ma per farne cosa? Quello che ci attende è un futuro di mentecatti, di persone che, per esempio, non sanno che cosa farsene della memoria conservata artificialmente».

Quando ha cominciato a scrivere?
«Ho lavorato come corrispondente locale per il Gazzettino Veneto. E' stato divertente ma non avevo mai scritto un racconto in vita mia. L'ho fatto solo a conclusione di un corso di scrittura che ho frequentato nel 2000 a Pordenone. Era un racconto in cui due persone si scambiavano delle e-mail. Lo scambio veniva scombussolato dall'intromissione di una e-mail mandata da Philip Dick, lo scrittore di fantascienza».

Quali sono i suoi autori preferiti?
«La letteratura italiana la conosco poco. Tondelli un po'. Adesso mi sto aggiornando con fatica sui nuovi autori. Ho, invece, una predilezione per la letteratura anglo-americana: Vonnegut; Irving, di cui trovo affascinante il modo rilassato di raccontare; Le Carrè che regala sempre due o tre capitoli che bucano la pagina, in ogni libro; Graham Greene per i suoi dialoghi; e, per lo stesso motivo, Elmore Leonard. Inoltre, ho amato moltissimo i primi Stephen King e Milan Kundera perché avevano qualcosa da scrivere».

Gadda?
«Sì, Gadda è un autore che ho amato moltissimo da ragazzino così come Hemingway e Bulgakov. Per me "Il maestro e Margherita" è stato un libro di riferimento molto importante».

Nei suoi romanzi c'è l'Italia di oggi. Perché il Paese non viene rappresentato normalmente nella narrativa e nei film?
«Forse perché mi colpiscono cose che gli altri autori non sembrano notare. Molti narratori sono convinti di comunicare la loro idea di vivere in un' epoca degradata descrivendo fenomeni estremi come, per esempio, quello della pedofilia. Io sono convinto, invece, di trasmettere un segnale più significativo del degrado parlando di un'assemblea condominiale. Mi capita di notare cose che ci stanno intorno tutti i giorni e che segnalano un cambiamento dell'Italia che, invece, vengono ignorate. Per esempio, le squadre di pulizia tutte composte da cinesi che arrivano in azienda a chiusura della giornata di lavoro e che parlano una lingua incomprensibile. Cose come questa, che apparirebbero assurde a una persona di vent'anni fa, nessuno le rappresenta».

La polemica contro il politicamente corretto è importante nei suoi romanzi?
«E' fondamentale. La mia tesi di laurea è sul processo ai medici nazisti a Norimberga. Quei medici non avvertivano alcuna violazione del loro Giuramento di Ippocrate nel loro comportamento criminale. Erano riusciti a scindere due piani, l'umano e il sub-umano, con una semplice finzione linguistica. Lo stesso facevano quei medici giapponesi che, durante la guerra, inoculavano il vaiolo nei prigionieri chiamandoli "pezzi di legno". O gli americani che in Vietnam chiamavano Coca-Cola il napalm che scaricavano sui Vietcong. Andiamo verso un mondo che si giova dei miti e si allontana dalla realtà».

Anche nella politica?
«Sì. Oggi tra destra e sinistra non c'è una vera lotta bensì un'alternanza di ruoli. Così si crea negli elettori l'idea che l'uno valga l'altro e che votare sia come scegliere un fustino in base allo sconto offerto. Allontaniamo i problemi anziché risolverli. Io preferisco chiamare morte la morte e cieco il cieco».

Di che cosa ha più bisogno l'Italia di oggi?
«Di aprire gli occhi su quello che stiamo diventando».

Che cosa la fa più ridere dell'Italia di oggi?
«Le jeep da città, i fuoristrada, queste cose enormi che usano per portare i bambini all'asilo. A Padova vendevano delle bombolette spray di fango da spruzzare sulla carrozzeria della jeep. Se l'avessi messa in un romanzo mi avrebbero accusato di inventarmi le cose».

C'è un surplus di moralismo e di indignazione in Italia in questo momento?
«Non lo so. Probabilmente stiamo sbagliando i bersagli. Forse sono anch'io un moralista. Trovo scandalosi, per esempio, che tutti i giornali siano appiattiti l'uno sull'altro. Non si fa più critica. La stroncatura è sconosciuta. Fanno eccezione, forse, i giornali locali. Ci servirebbe un Aristofane per raccontare questa storia, davvero epica, dell'individuazione del sito per lo smaltimento delle scorie nucleari. Purtroppo non c'è.»
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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