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Riscrivere la mente
John Skoyles, Resonline, 12.12.2003
www.resonline.it
Il nostro cervello è una tabula rasa? Due visioni a confronto.
Con questo articolo John Skoyles inizia la collaborazione con la nostra rivista. Skoyles è ricercatore alla London School of Economics.
NIENTE può demolire una teoria scientifica quanto un fatto scientifico: uno scontro spettacolare, Davide contro Golia. Teorie magnifiche vengono cancellate dalle cose più imprevedibili. Difficilmente si poteva immaginare che la configurazione dell'ammasso stellare delle Iadi messo in relazione con un'eclissi solare avrebbe potuto portare una rivoluzione scientifica. Ma lo ha fatto. Il 29 maggio del 1919 un leggero spostamento di quelle stelle osservato da Sir Arthur Eddington in Africa portò alla creazione di un libro intitolato Newton and opened one called Einstein. In modo analogo nelle ultime settimane un'altra teoria fondamentale - quella della psicologia evolutiva che con grande enfasi attribuiva alla mente basi genetiche - è stata messa in discussione. In questa circostanza i dubbi sorgono dalle osservazioni del cervello delle persone nate cieche.

All'incirca per gli ultimi 180 milioni di anni, i neuroni della parte posteriore della corteccia cerebrale hanno permesso ai mammiferi di vedere. Da allora questa capacità visiva si è dimostrata un vantaggio tanto importante da essere continuamente perfezionata attraverso la selezione naturale. Si sono così evoluti tanti diversi modi di vedere: a colori, notturno, binoculare. L'evoluzione ha anche dato forma alla corteccia visiva della nostra specie. Nella sopravvivenza la vista ha un ruolo critico. Talmente critico che la corteccia visiva è "confezionata" con il doppio delle sinapsi (le connessioni nervose) rispetto al resto della corteccia cerebrale. La vista, inoltre, ha un circuito unico: delle centinaia di neuroni di diverso tipo che abbiamo nel cervello, alcuni esistono unicamente nella parte "che vede". La psicologia evolutiva, la disciplina scientifica che usa la genetica e l'evoluzione per spiegare la mente, recentemente ha ricevuto una spinta da Blank Slate, best-seller di Steven Pinker, linguista del Mit. Lo scopo specifico del libro era quello di togliere al controllo umano la libertà della mente dimostrando che le sue radici affondano nel passato evolutivo della nostra specie.
Sulla carta va tutto bene. Ma osservazioni recenti del cervello mettono in dubbio il mantra che la specializzazione cerebrale sia predefinita dall'evoluzione. Quando non usavano una lavagna bianca gli antichi scrittori dovevano raschiare, ripulire le pergamene per poterci scrivere nuovamente. Queste pergamene riutilizzabili erano chiamate palinsesti. I neuroscienziati hanno una parola per gli equivalenti neurali di questi palinsesti: "plasticità neurale". E il migliore esempio si trova proprio nella parte posteriore del cervello delle persone nate senza la possibilità di vedere.

Già nella metà degli anni Novanta, grazie alla functional brain imaging si era scoperto che i neuroni visivi si attivavano durante la lettura del braille. Da principio questa scoperta suscitò scarso interesse. Si consideravano responsabili le sinapsi adatte a immagazzinare l'energia in eccesso e l'alternativa, quella cioè che i neuroni si fossero riconvertiti per assolvere funzioni non previste dall'evoluzione, era semplicemente troppo incredibile per essere presa in considerazione. Comunque nel 2000 ci fu il caso di una persona non vedente che in seguito a un ictus della corteccia visiva perse la capacità di leggere il braille. Ora, neanche i critici più scettici, incluso Pinker, mettono più in discussione che la corteccia visiva aiuti i ciechi a leggere il braille. Ma che tipo di aiuto?
Nel suo libro Pinker fornisce una risposta. «Le regioni del cervello che si suppone abbiano una certa plasticità», suggerisce, «stanno compiendo la medesima funzione che avrebbero avuto se non fossero state alterate». Osserva che per la computazione di linee e margini, che vengano percorse con la vista o con il tatto, si usano gli stessi processi. Nessuno dunque dovrebbe essere sorpreso se la corteccia visiva recupera queste capacità per assistere nella lettura del braille. La plasticità neurale quindi non è una lavagna bianca che interferisce con le storie evolutive della mente. «La lavagna bianca ha retto finora, ma, come abbiamo visto, le ultime dimostrazioni scientifiche sono illusorie», conclude Pinker.

Ma osservazioni più attente rivelano che il nostro cervello ha un potenziale maggiore di quanto supponga la psicologia evolutiva. Brigitte Röder della Philipps-University a Marburg ha sfruttato una peculiarità della lingua tedesca per capire cosa succede esattamente nei neuroni dei ciechi. La frase "Jetzt wird der Astronaut dem Forscher den Mond beschreilben" ha lo stesso significato di "Jetzt wird den Mond dem Forscher der Astronaut beschreilben", ma la sintassi della seconda è molto più complicata. Questa espressione permette alle telecamere della brain imaging di identificare le parti del cervello che si occupano della sintassi. Le persone vedenti, quando sentono queste frasi attivano "i soliti sospetti": si accende l'area di Broca così come altre parti note (a causa di ricerche precedenti) per decodificare la sintassi. Ma ascoltando queste frasi, dieci persone nate senza la vista a causa di difetti degli occhi hanno stupito i ricercatori: la loro corteccia visiva registrava la sintassi! E non solo la sintassi. Röder ha scoperto che la corteccia visiva si attivava a seconda che la frase avesse o meno un senso. L'esposizione al braille aveva potuto ciò che tanti anni di evoluzione non erano riusciti a fare: permettere ai neuroni di studiare la sintassi e il senso delle frasi. I ciechi, se anche non hanno una lavagna bianca, possono comunque sovrascrivere la loro corteccia visiva.

Naturalmente una rondine non fa primavera. Raramente la scienza dà una certezza immediata. I fatti singolari richiedono dati che permettano di replicarli e quindi bisogna confermarli con risultati indipendenti ottenuti attraverso metodi diversi. Harold Burton e i suoi colleghi della Washington University School of Medicine, St. Louis, hanno pronunciato dei nomi e chiesto di pensare a verbi con significati collegati (per esempio "martello" si accompagna a "battere"). Anche qui un obiettivo linguistico fa accendere la corteccia visiva dei ciechi. Ma può essere che questi ultimi associno semplicemente i significati delle parole a immagini visive? No: Burton ha scoperto che minore era l'età a cui le persone avevano perso la vista, maggiore era l'uso della parte visiva del cervello: esattamente l'opposto di quanto ci si aspetterebbe se fosse coinvolta la visualizzazione delle immagini (poiché quelli che erano diventati ciechi da più giovani avrebbero dovuto avere minori capacità visive). Né la corteccia visiva veniva attivata per registrare il tocco/contatto. La parte del cervello predisposta al senso del tatto nelle punte delle dita (la corteccia somatosensoriale) è enormemente espansa nei ciechi in confronto alle persone vedenti. Il cervello aveva già risolto questo aspetto sensoriale del braille. No, il cervello nell'imparare il braille aveva completamente riconvertito i neuroni dalla vista al linguaggio.
Pinker con la sua idea che «in questo caso compiono la stessa funzione che avrebbero comunque assolto», potrebbe comunque essere sulla strada giusta. La psicologia di Pinker permane sull'assunzione meccanica che così come cuore e reni sono stati conformati dalla selezione naturale per pompare e filtrare, il cervello è stato modellato come un insieme di sintassi, matematica e altri strumenti mentali. Ora noi possiamo abbandonare questa ipotesi. Dopo tutto gli strumenti informatici non sono governati nel modo in cui quelli fisici vengono guidati dalle leggi fisiche. La tua Chevrolet Silverado non può fare il bucato della domenica, eppure il tuo word processor può trasformarsi in un foglio di calcolo elettronico o in una console per una nave spaziale. Niente impedisce a un chip di assolvere tante funzioni diverse. E così sembra essere per i neuroni. E quello della visione sovrascritta per il linguaggio non è l'unico esempio: Stefan Koelsch e il suo gruppo al Max Planck Institute of Cognitive Neuroscience a Leipzig l'anno scorso hanno dimostrato che ciascuna area del cervello specializzata nel linguaggio è anche coinvolta nella registrazione delle sequenze di accordi. Se non altro il cervello neonato è come un palinsesto, non come una lavagna bianca. Qui la scienza va aldilà del proprio ego, delle guerre culturali, o dei dibattiti artificiosi: un cervello pieno di strumenti mentali evoluti è un cervello che non può essere riparato quando viene ferito o colpito dal Parkinson, dall'Alzheimer, o dalle ingiurie dell'età. Ma uno fornito di plasticità neurale è un cervello che può ripararsi, sulla cui natura di palinsesto dovremmo investigare e investire per l'ulteriore sviluppo della scienza medica e del potenziale umano. Forse una disdetta per Pinker, ma per tutti gli altri una bella fortuna.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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