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Un sacerdote da bestseller
Francesca Amé, Il Cittadino, 22.11.2003
Ti aggiri per il borgo antico di Viboldone e davvero la città sembra lontana chilometri. Qui, nell'antica abbazia, a settimane alterne, presta il suo servizio don Luisito Bianchi. Descriverlo non é facile: nato in provincia di Cremona, é uomo di cultura, conosce le scritture, il francese e lo spagnolo, ma é anche "uomo del fare", uno che crede nelle dignità del lavoro e che per tutta la vita (oggi ha 76 anni) ha saputo impegnarsi nei compiti più disparati tra cui operaio, infermiere, persino benzinaio. Don Luisito non ha mai accettato un soldo per il suo operato di sacerdote: non uno stipendio per le ore di religione, non un'offerta per le messe. È uno che ha sempre dato “gratis" trovando poi, con la fatica del sudore, il modo di far quadrare il suo personale bilancio. Ma don Luisito é soprattutto un'anima che sente l’incanto (la sfida) della pagina bianca. Ha appena edito un romanzo, La messa dell'uomo disarmato (Sironi editore, pp. 860, 19 euro) che ha del miracoloso. Si tratta di un testo che é girato di mano in mano tra amici e conoscenti sin dall"89 e che adesso grazie a Sironi puó godere dell'aspetto di un romanzo vero e proprio. L’autore se ne schernisce quasi: lui abituato a lunghe veglie e alla passione della lettura, si stupisce quasi dei successo dei volume. “Il mio libro é una riflessione sulla vita, é la raccolta di tutto quanto ho ricevuto nel corso degli anni: un dono che ho deciso di fare a chiunque voglia leggerlo”. Il romanzo narra la storia di Franco, un novizio che durante la guerra lascia il monastero e vive l’esperienza della Resistenza: la morte degli amici, il. terrore, la paura.

La grande storia passa sopra la sua vita, in un piccolo paese di campagna: quanto c'è di autobiografico nel libro?

“Sebbene mi riveda in molti dei personaggi narrati non si tratta di una vicenda autobiografica bensì di fatti vissuti interiormente: le mie radici di uomo affondano nella Resistenza. Quando diventai prete, mio padre non era molto contento ed ebbe a dirmi: "Se proprio lo devi fare, fallo giusto". Per me quella frase fu un monito per sempre”.

Per questo decise di non trarre vantaggi economici dalla sua posizione di sacerdote?

“La fede non é in vendita: solo Dio può darla. Nelle mie esperienze di lavoro, in fabbrica come negli ospedali, ero uomo tra gli uomini a contatto con gli ultimi. La Chiesa deve sempre stare dalla loro parte”.

Lei però non ama definirsi un prete-operaio.

“Certo che no: io avevo studiato e ho potuto scegliere. Sono andato in fabbrica perché ho voluto, i miei compagni no”.

Il tema della gratuità é molto presente nel romanzo.

“All’inizio pensavo di intitolare il romanzo semplicemente Grazie perché racchiude tutti gli insegnamenti e le esperienze che ho ricevuto nel corso della mia vita. Non sono conquiste mie ma un dono, quello del ricordo e della memoria della storia passata,che è giusto che passi ad altri”.

La chiacchierata con don Luisito non si ferma qui: parliamo del ritmo lento delle sue frasi, dell’incedere cadenzato e solenne dl suo romanzo scandito dalle stagioni della terra, del coro di personaggi che lo affollano. E poi di religione, di fede, della vita. Intelligente, abile oratore, minuto, don Luisito non è uno che la manda a dire e non risparmia critiche a nessuno: “Ma è all’interno della Chiesa che ho deciso di restare, come prete e come uomo”. Per questo ama ripetere che il suo scritto “non è un’apologia della Resistenza, ma un’apologia dell’uomo”.

Mentre ci allontaniamo, l’abbazia di Viboldone si confonde già tra i campi e il nostro cuore è più leggero.
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