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Oh cappellano, portami via, bella ciao, bella ciao, bella ciao.
Roberto Carnero, L’Unità, 29.11.2003
“La Messa dell'uomo disarmato”, autobiografia romanzata e storiografica di Don Luisito Bianchi un prete che scelse la Resistenza dopo l'8 settembre 1943
Un romanzo sulla Resistenza, scritto da un sacerdote, Luisito Bianchi, che oggi ha settantasei anni. Difficile riassumere, incasellare, interpretare secondo le consuete categorie letterarie e le tendenze oggi dominanti nella nostra produzione narrativa un testo così "eccentrico": La messa dell’uomo disarmato (uscito in edizione autoprodotta nel 1989, ora viene pubblicato dal geniale Giulio Mozzi nella collana "Indicativo presente" di Sironi Editore) è davvero un'" opera-mondo", sorprendente nella struttura - vasta, complessa, articolata - e nei contenuti.

Siamo nel 1940, quando il giovane Franco decide di abbandonare il monastero benedettino dove è novizio per tornare a lavorare la terra alla Campanella, la cascina dei genitori. La vicenda privata si snoda sullo sfondo della storia collettiva, di un Paese in guerra, e man mano i fatti civili prendono quasi il sopravvento su quelli individuali. Piero - il fratello dell'io-narrante, protagonista e sguardo privilegiato sulla narrazione - va come ufficiale medico in Grecia, da dove rientrerà pochi mesi più tardi, mentre altri soldati partono per la Russia.

L’8 settembre del 1943, poi, determina l'inizio di una seconda parte del romanzo, quella centrale. E’ il racconto della Resistenza, con i partigiani quali attori in primo piano: Lupo, Balilla, Rondine, Tano, Stalino, Sbrinz, il Capitano. I benedettini del monastero non ci pensano due volte ad aiutare coloro che combattono l'occupazione nazista, fino a rischiare in prima persona la propria vita. Una testimonianza: fare del Vangelo una Parola che spinge all'azione.

Di quel fondamentale periodo della nostra storia - da cui sarebbe nata, finita la guerra, l'esperienza democratica - l'autore non offre soltanto una lettura storiografica. C'è una dimensione filosofica e religiosa (una religione civile, oltre che trascendente), che fa della Resistenza una categoria più ampia, dal valore semantico estensivo, valido anche per l'oggi: Resistenza significa "resistere", un dovere che non viene meno, perché la pace e la giustizia - sembra volerci dire don Luisito Bianchi - si costruiscono giorno per giorno, a partire dai gesti più piccoli e apparentemente banali. Come insegna quella civiltà contadina in cui è nato e cresciuto l'autore. Una cultura nella quale il rispetto della natura, della terra, l'avvicendarsi delle stagioni, l'ascolto attento dei ritmi biologici sono valori insostituibili. E - ci sia consentita una rapida notazione stilistica - sembra che lo scrittore, con la sua lingua attenta, precisa, pulita, tesa a definire ogni cosa con il termine giusto (quello e non un altro), non faccia altro che additarci un ulteriore valore, non di forma ma di sostanza: quello dell'attenzione al dettaglio, ai microcosmi (individuali e collettivi) che sono specchio di più ampi macrocosmi.

Resistere, si diceva. In tale direzione, il senso più autentico del libro si comprende meglio se si considera chi è l'autore. Don Luisito Bianchi è sempre stato ed è un prete "scomodo", di quelli pronti a mettersi in gioco per una radicalità di scelte che il tradizionale moderatismo delle gerarchie non sempre è disposto ad approvare. Prete operaio nel '68, poi benzinaio, inserviente e infermiere in ospedale, lui pensa che la gratuità sia un dovere del cristiano, soprattutto se sacerdote. Non ha mai accettato di farsi mantenere economicamente dai suoi parrocchiani, ma ha sempre tratto di che vivere dal proprio lavoro. Anche oggi che è cappellano all’Abbazia di Viboldone (un piccolo centro a pochi chilometri da Milano, ma sembra di essere in un altro mondo: una volta lì, non si riesce proprio a pensare che la metropoli è cosi vicina), continua a fare il contadino, durante la settimana, vicino a Cremona.

Leggendo il suo libro, che dalla Resistenza segue i fili delle esistenze dei suoi personaggi ben oltre il 25 aprile 1945, viene da pensare che questa sua identità umana, civile e religiosa sia strettamente legata al ricordo commosso di coloro che persero la vita combattendo per la libertà.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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