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Commedia umana al ritmo del rock
Giovanni Choukhadarian, Stilos, 25.11.2003
A farla molto breve, c’è chi crede che si possa raccontare e chi no. Tullio Avoledo ha una fiducia totale nelle possibilità del racconto. Nelle sue storie, Avoledo non inventa niente, nel senso che, alla lettera, non trova niente. E’ invece un creatore e non sarà un caso che sia stato Avoledo a introdurre nel gergo letterario corrente il concetto di ‘continuum spazio-temporale’, altrimenti estraneo alla lingua critica in uso.
Questo Mare di Bering, appena più corto del fortunato Elenco telefonico di Atlantide, sfugge senza nessuna difficoltà alla facile tentazione del sequel. Peccato, perché tanti personaggi e tante vicende di quel libro avrebbero tollerato una ripresa. Sarà forse per un’altra volta o, più probabilmente, non sarà affatto.
In Bering, l’ambientazione è un futuro non troppo remoto, ma nemmeno tanto prossimo. Certe consuetudini sono identiche al mondo di oggi, come le mostre d’arte in occasione dei vertici internazionali, si ascoltano gli Smiths e Billy Bragg, si leggono i libri di Michael Chabon.
Tutto il resto, o gran parte, è del tutto inverosimile, e in questo risiede la suprema abilità di Avoledo. Incrociando fatti e personaggi ai quali nessun lettore ragionevole concederebbe più di 5 minuti, ingegna le trame più avvincenti che sia dato reperire su piazza – dove la piazza include la letteratura deliberatamente intrattenitoria e quella cosiddetta alta. Nessun italiano ha la facilità di scrittura di Tullio Avoledo e pochi al mondo condividono tanta naturalezza nella costruzione dei dialoghi: anche quando, e succede sovente, sono costellati di battute, doppi sensi, giochi di parole, paradossi.
Lo spunto narrativo, alla fine, ha un rilievo non decisivo. Qui si tratta delle vicende di un Mika Ganz, rampollo un po’ dissennato di buona famiglia, che sbarca il lunario commissionando tesi di laurea a suoi sodali alquanto più dissennati di lui (Rabo Mishkin – tanto nomine – è il più memorabile). Come già in Atlantide, l’intreccio include qualche donna, che tuttavia, e per ragioni diverse, non fa mai una gran figura; e, ancora come nel primo romanzo, non ha nessun senso riassumere i fatti. Nei libri di Avoledo sorprende la capacità tecnica, l’abilità nella concezione di viluppi drammaturgici sempre più contorti, eppure alla fine tutti spiegabili per via di ordinarie inferenze. Si capisce che la logica di Avoledo non è quella di Aristotele e da qui comincia il divertimento.
Tullio Avoledo è comunque capace anche di regalare personaggi da romanzo, nell’accezione più classica dei termini ‘personaggio’ e ‘romanzo’. Figure a tutto tondo, con le loro brave implicazioni psicologiche e ai quali è facile affezionarsi. In Bering ce ne sono per lo meno tre. Il primo è Mika Ganz, la voce narrante, sorpreso lui stesso di trovarsi in tanti e tali guai quali sono i suoi e intanto capace di venirne fuori quasi con eleganza: non per niente, presentandosi dice: “Amanda (la sua eterna fidanzata, n.d.r.) dice talmente tante cose di me che trovo difficile seguirla, a volte non mi riconosco nella persona che descrive e che secondo lei dovrei essere io). Mika Ganz è parente stretto del Jimmy Porter di Ricorda con rabbia, ma la parentela è per forza di genere postmoderno: un Jimmy Porter, insomma, che sa di essere Jimmy Porter.
Il secondo personaggio memorabile (ma primo in ordine apparizione) è Rabo Mishkin, bislacco sopravvissuto di una belle époque situata forse tra i primi anni Sessanta e i primi Settanta. A casa sua, che è enorme perché l’ha ereditata dai suoi, non c’è niente, dal momento che ‘la proprietà è una prigione’ e ‘gli oggetti sono solo illusioni’ (ci manca Claudio Rocchi a cantare ‘La realtà non esiste’ e poi il quadro è completo).
Il terzo grande personaggio è, nella storia, in realtà minuscolo. Un ricercatore di diritto penale nelle facoltà di giurisprudenza di Bologna e Urbino, che ha una specie di storia con Amanda e ne paga tutte le conseguenze possibili e immaginabili. Aurelio Scarfatti, così si chiama, è in realtà un ritratto di universitario non tanto inverosimile. Magari non a diritto penale, ma presso altre cattedre esistono ricercatori del genere.
Mare di Bering è un libro che reclama di essere letto e riletto, zeppo di eventi, di facce, anche di corpi (i grandi assenti di molta narrativa italiana). Conferma nel suo autore una fra le voci più originali della narrativa italiana e nel suo editore, Giulio Mozzi, un ricercatore di talenti come non se ne vedevano da tempo.

Com'è stato scrivere quello che un critico rock definirebbe “the difficult second book”?

In due parole: puro divertimento. Il romanzo si è scritto praticamente da sé: entrava in scena un personaggio, agiva, succedeva qualcosa e io lo registravo sulla carta. E’ stato un po’ come trascrivere i nastri di Mika, che ogni tanto appaiono nel romanzo. Una specie di scrittura automatica, uno strano stato di grazia durato dalla prima all’ultima parola, che non a caso è “Amen”...
Poi è stato davvero divertente lavorare sulle bozze, quest’estate. Quando rileggo qualche pagina mi ricordo di averla corretta sotto l’ombrellone a Lignano, o di avere aggiunto una certa frase sulle rive di un laghetto di montagna. Ricordi piacevoli, solari. Diciamo che non ho assolutamente provato il rovello interiore e la fatica che dicono di provare molti scrittori professionisti, o l’angoscia del secondo libro, e spero che questo si senta, sulla pagina.

Che riflessi ha avuto, se pure ne ha avuti, il successo di “Atlantide” sulla stesura di “Bering”?

Direi nessuno. E’ un romanzo così diverso dal primo. Forse ho provato un maggiore senso di responsabilità verso i miei lettori, ma non mi sembra che abbia inciso sulla mia scrittura se non nella cura prestata alla revisione del testo. Sono rimasto uno scrittore “dilettante” nel senso etimologico della parola: uno che scrive non per lucro ma per divertimento o per passione. Non che abbia niente contro il lucro, intendiamoci. Ma scrivere per passione dà decisamente una maggiore libertà.

Perché la musica rock ha tanto spazio nella narrazione? E non della più conosciuta, peraltro. E' puro namedropping o risponde a funzioni narrative?

No, no: il namedropping lo lascio usare a chi è più bravo di me in queste cose. Come Bret Easton Ellis, tanto per non fare nomi. Il fatto è che scrivo di notte, con la cuffia calcata sulle orecchie. Ascolto musica d’ogni genere, e alcuni passaggi del libro si sono in qualche modo imbevuti della musica che ascoltavo mentre li scrivevo. Questo vale soprattutto per Gavin Bryars. Il rock invece caratterizza i personaggi, vedi il “mitico” Silver, le cui passioni musicali fotografano anche il suo passato. Billy Bragg è un discorso a parte: è un cantautore inglese che trovo abbia molte cose interessanti da dire su temi che mi stanno a cuore, tipo il lavoro, la globalizzazione, la fine delle speranze della nostra gioventù. Forse dipende dal fatto che siamo coetanei, comunque mi sento incredibilmente in sintonia con lui, e ho prestato a Mika alcune delle sue idee. Eva Cassidy, infine, un’altra presenza musicale del libro, l’ho fatta comparire nel finale perché aveva una voce straordinaria, e non riesco proprio ad accettare che sia morta così giovane da non averci lasciato una sola incisione davvero professionale. Tutto quello che ci è rimasto della sua voce sono registrazioni fatte in studi di seconda categoria, o dal vivo in piccoli locali. E’ un vero peccato. Ho cercato di rimediare facendola guarire, nella realtà parallela descritta nel libro. Far resuscitare i morti è un privilegio concesso a noi romanzieri. Peccato che funzioni solo sulla carta.

In quale dei personaggi c’è più Tullio Avoledo? E chi ne è più lontano?

Mi è molto simpatico il papà di Mika, con tutte le sue incertezze. E adoro Rabo Mishkin, che infatti apparirà anche nel mio prossimo romanzo. Personaggi da cui mi sento lontano? Forse Marino, anche se in fondo non è davvero cattivo. E’ che non mi piacciono i manager. Quindi immagino che Marino non mi piaccia per questo, perché a modo suo è anche lui un “manager”: del crimine, come Brollo lo è della finanza. In generale i manager mi stanno qui. Quindi se devo buttare giù qualcuno dalla torre del romanzo, butto giù Brollo o Marino.
Anche in Mika, secondo chi mi conosce, c’è parecchio di me. Ma non il mio io di adesso. Semmai quello di vent’anni fa, il ragazzo dell’età di Mika che s’identificava col Jimmy Porter del dramma “Ricorda con rabbia”, o col Marlon Brando di “Fronte del porto”. Un ribelle, insomma. Non necessariamente con una causa...

Lei ha più volte dichiarato che questo libro è influenzato dalle strip di Garry Trudeau, che viene menzionato nel testo. In che senso intende l'influenza e dove la si avvertirebbe?

Nel ritmo delle scene, credo, per il quale avevo in mente anche i Keystone Cops - ha presente? - quei poliziotti che facevano degli spassosi inseguimenti col randello alzato nelle comiche mute. Volevo che il romanzo avesse proprio il ritmo e il senso dei tempi di una comica. E che il dramma fosse praticamente assente. Che nessuno dei personaggi si facesse male davvero, insomma. Nelle comiche uno prende un sacco di botte ma poi si rialza senza fare una piega. Come nei cartoni animati. E come nel mio libro. Quanto alla striscia “Doonesbury” di Trudeau, per me è un punto di riferimento costante da quasi 30 anni. Se voglio capire grandi eventi come la guerra in Iraq o le reazioni americane al crollo delle Twin Towers leggo le vignette di Trudeau. Sono meglio di tanti editoriali. Trudeau ci mostra la Grande America attraverso le storie dei suoi piccoli personaggi di carta. Così io attraverso le storie di Mika, di Amanda, di Rabo e degli altri, ho voluto far intravedere la realtà oppressiva e tenebrosa che li sovrasta. E poi in “Doonesbury” ci sono fra i personaggi dei collegamenti vorticosi, e che io trovo assolutamente affascinanti: non so, ad esempio Kim, un’orfanella vietnamita adottata negli anni ’70, vent’anni dopo diventa la compagna di Mike, il protagonista. I nipoti dei protagonisti “storici” si trovano a dividere la stessa camera al college. I personaggi della strip divorziano e si risposano fra loro. Cose così. Collegamenti che secondo me ricordano quelli fra i personaggi di “Mare di Bering”. Diciamo che credo di aver scritto un RGM. Un Romanzo Geneticamente Modificato. Con innesti del fumetto, delle comiche e della musica. Forse avrei potuto infilarci anche dei geni di lucciola per rendere le pagine leggibili al buio, ma sarebbe venuto a costare troppo.

Di recente, Giulio Mozzi ha pubblicato un suo racconto che si chiama “Pennies from heaven”, come un celebre musical con Bing Crosby. Ciò significa che lei è a suo agio anche con forme diverse dal romanzo. Perché non si è ancora cimentato in una raccolta di racconti?

Perché il racconto breve non è nelle mie corde. E’ una lunghezza con cui faccio fatica a misurarmi. In letteratura, come in atletica, ci sono i centometristi e i maratoneti. Non so bene cosa sono io, ma sicuramente non sono un centometrista. Fra parentesi, il musical americano degli anni ’30 è un’altra delle mie grandi passioni musicali. Della canzone “Pennies from Heaven” avrò almeno quindici versioni. Di qui l’idea di un omaggio. Per inciso, credo che avrei meno difficoltà a comporre i testi di un musical che a scrivere una raccolta di racconti.

Non ha mai pensato di scrivere per il cinema? Tanto il suo primo come il suo secondo libro contengono materiale già pronto per una sceneggiatura e al loro interno ci sono diecine di soggetti appena da elaborare.

In passato ho già lavorato ad alcune sceneggiature. E proprio in questi giorni sto scrivendo un trattamento preliminare de “L’elenco telefonico di Atlantide”. C’è da dire che con la mia scrittura cerco già di dare al lettore un’esperienza vicina a quella che proverebbe guardando un film. Sono film scritti sulla carta, invece che impressi su una pellicola. O almeno io li vedo così.
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