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Il caso Avoledo
WuMing1 e WuMing2, Giap, 03.12.2003
wumingfoundation
Il bookcrossing è un fenomeno in piena espansione, su Giap ce ne siamo occupati diverse volte. I media ci sono arrivati un po' in ritardo ma comunque hanno segnalato la cosa; ogni pomeriggio su Radio 3 la trasmissione Fahreneit dà voce alla "comunità aleatoria" che si passa i libri come messaggi in bottiglia; esistono persino dei "bookcrossing cittadini" patrocinati dagli enti locali, come a Ferrara. Insomma, se ne parla un bel po'. Tuttavia, nessuno - a quanto mi consta - si è mai prodotto in una sacrosanta invettiva contro gli stronzi che, trovato il libro in una sala d'aspetto o su una panchina, vanno subito a venderlo a una libreria dell'usato, che è un po' come trovare un uccellino ferito e precipitarsi dall'impagliatore.
Un libraio coscienzioso dovrebbe rifiutarsi di comprare libri con l'etichetta del Bookcrossing o del Passalibro: sono stati "liberati" nella sociosfera a condizione che il loro trasmigrare da un lettore all'altro rimanesse gratuito e non rientrasse nel ciclo della merce. Io, se trovo un libro siffatto su una bancarella o da un libraio, lo compro immantinente e - dopo averlo letto, se già non lo conosco - gli dò nuova libertà.
Che c'entra tutto questo col collega Tullio Avoledo? C'entra, perché un pomeriggio di settembre, dopo averne sentito tanto parlare (benissimo e malissimo), ho trovato su una bancarella L'elenco telefonico di Atlantide. Era a metà prezzo, benché la copia sembrasse nuova di pacca. Lo apro e paf!, ecco l'etichetta Bookcrossing. Ne traggo le seguenti informazioni: lo ha "liberato" un certo Kinkazzo, di Bologna, l'11 marzo del 2003. Sette mesi prima. Decido di ridare la libertà al libro, non prima di averlo letto. A casa visito bookcrossing.com e scopro che Kinkazzo lo ha liberato alla Sala Borsa (la mega-biblioteca comunale). Il sito non registra ritrovamenti.
Probabilmente chi lo ha trovato in Sala Borsa avrà pensato fosse un libro della biblioteca. Scoperto che non era così, avrà pensato: "tutto grasso che cola", e si sarà diretto a venderlo. [Se Kinkazzo sta leggendo queste righe, sappia che il libro lo stanno leggendo altri Wu Ming, e che quando avrà finito il giro lo libereremo con tutti i crismi.]
Dicevo che di questo romanzo ne avevo sentito parlare benissimo e malissimo. In effetti, era dai tempi di Q che non m'imbattevo in una simile polarizzazione di giudizi. Su internetbookshop.it le recensioni negative dei lettori sono carriole piene di melma e insulti all'autore: "un disastro,stile inesistente, lessico da carestia"... "l'autore ce l'ha con gli omosessuali e i meridionali"... "pagine coprologiche veramente sgradevoli"... "un cocktail shakerato male e scritto peggio"... "senza la pubblicità questo mattone sarebbe passato inosservato per il bene degli occhi di chi, come me, lo ha letto solo perché se n'è parlato"... "meglio che Avoledo faccia solo il banchiere" [casomai il bancario, N.d.R.]... "è un miracolo che Avoledo, sponsorizzato solo da cordate personali ed editoriali faccia tanto parlare di sé"... "sembra sempre sul punto di diventare un grande libro, e poi finisce"... Ma allora tutte quelle copie chi le ha comprate? E il passaparola tra i lettori chi lo ha alimentato? Scandagliando la rete, vedo che c'è molta gente sinceramente entusiasta, come del resto era entusiasta Kinkazzo. Poi vengo a sapere che Atlantide verrà ripubblicato da Einaudi, e in contemporanea Sironi darà alle stampe il secondo romanzo, Mare di Bering. Mi metto a leggere.
A tre quarti di libro, butto giù qualche appunto di lettura: "Non sono d'accordo con tutti gli interventi di revisione di Giulio Mozzi (almeno credo siano suoi interventi: alla vista e al tatto sembra tessuto cicatriziale), e in certi punti il linguaggio andava sporcato di piu' (troppi congiuntivi, poche ellissi). Rovedo e Libonati sono due bei personaggi, una coppia mitologica, archetipale. Buona l'idea di un protagonista meschino e gretto nella tradizione della commedia all'italiana: un travet un po' razzista, che per diffamare il dirimpettaio malato tira merde contro le porte. Avrei tolto in testa ai primi capitoli i giochi di parole e cambi di lettere: l'effetto e' stucchevole".
Nel frattempo, uno che ha già letto il romanzo mi dice: "NON LEGGERE L'EPILOGO! Strappa via le ultime tre pagine, rovinano tutto. Mozzi ha fatto un grave errore lasciandole lì, gettano cattiva luce su tutto quello che uno ha appena letto!". Ma io arrivo alla fine e leggo anche l'epilogo, e finisce che bestemmio per una trentina di secondi. Una cazzata grave. Una roba del tutto posticcia, senza la quale il romanzo sarebbe stato un eccellente divertissement comico/fantastico/cospirazionista, con tanto di satira della società nordestina. Anch'io dirò ad altri di non leggere l'epilogo, ma temo che anche loro faranno come me, se ne infischieranno dell'ammonimento. Scrivo a Giulio Mozzi, il quale coinvolge nella discussione lo stesso Avoledo. Lascio perdere l'argomento-Epilogo e mi concentro sul "tessuto cicatriziale" di cui sopra. Mozzi scommette una cena che non riesco a indovinare dov'è intervenuto come editor. Io azzardo tre ipotesi. La terza è giusta: l'intervento di revisione è stato principalmente sui dialoghi. Secondo me sono "un po' troppo sit-com, con le battute 'telefonate' e le risate registrate, ogni frase che fa da assist a quella successiva.". Da qui parte una lunga discussione a tre WM1-Mozzi-Avoledo, loro difendono le loro posizioni, io attacco alla baionetta. A parte alcune perplessità strutturali (sulla suddivisione e titolatura dei capitoli) "rimprovero" (si fa per dire) ad Avoledo l'uso nei dialoghi di un registro linguistico medio, senza picchi né sprofondamenti, senza prestiti dialettali. Lui mi risponde che dalle sue parti (Nord-est) il dialetto è diventato un'arma ideologica pericolosa, e comunque gli sembrerebbe assurdo scrivere in dialetto. Io rispondo: "[...] mi riferivo a prestiti, adattamenti sintattici e grammaticali dal dialetto all'italiano, quel tipo di operazioni che nell'italiano parlato si fanno istintivamente, come il fatto che a Bologna non si dice 'lui' ma 'lui lì' (dove 'lì' ha valore intensivo), o si usa l'avverbio 'ben' per rafforzare un concetto, ad esempio "Se lo stereo non funziona, daglielo ben indietro!", o l'uso di 'dietro' per indicare la continuità dell'azione nel presente (es. 'sono dietro a riparare il computer' significa 'sto riparando il computer') [...] Che riconoscere la diversità dei modi in cui si parla l'italiano (e usarli per 'arrangiare' meglio i dialoghi) possa portare alla balcanizzazione e costituisca una minaccia per i nostri figli mi sembra una forzatura. Io invece voglio che la 'biodiversità' non sia schiacciata e omologata dal 'registro medio' con cui si scrive e si fa cinema in Italia."
Alla fine, ognuno rimane della propria idea, e Mozzi mi deve una pizza. Nel frattempo, Mozzi, Wu Ming 2 e Wu Ming 5 si incontrano a Trento al concerto/reading de "La ballata del Corazza", e Mozzi allunga due copie di Mare di Bering. Attaccano la lettura, e com'era immaginabile fanno le mie stesse osservazioni critiche sui dialoghi.
A conti fatti, con chi mi schiero? Con Kinkazzo (a cui il libro è piaciuto tanto da "liberarlo") o con l'anonimo che ha scritto da qualche parte in rete: "pagine scarabocchiate con merda secca"?
Beh, io mi schiero comunque con Kinkazzo. Il libro merita, è affascinante a dispetto dei (o forse proprio grazie ai) suoi difetti, contiene scene esilaranti (l'assemblea condominiale, l'assessore Mondonico in diretta sulla TV locale...), il capitolo sugli universi paralleli è un capolavoro (con un singolo particolare disturbante che torna in mente a lettura finita e uno fa: "Ma... ma allora non era...") e c'è spazio anche per un'impeccabile lettura del Libro di Giobbe (ultimamente parecchio in voga, vedasi il saggio di Marco Revelli La politica perduta).
Non ci fosse stato quell'epilogo, cazzo... Beh, rimediare è semplice: strappate le pagine, e buona lettura. (WM1)

***

Quando leggendo un libro, mi accorgo di aver di fronte un autore che vuole raccontare a più non posso, infilando aneddoti ovunque, tirando fuori dal cappello personaggi con mestieri assurdi e desideri improbabili, sfruttando qualunque appiglio utile per divagare, avviluppare storie, travolgere il lettore, quando questo mi succede, nutro buone speranze sul futuro della letteratura. Mare di Bering è uno di questi libri. Un libro da festeggiare. E allo stesso tempo, un libro che ti lascia con un sacco di interrogativi, domande, piccole incazzature. Qua e là, per esempio, la voglia di raccontare di Avoledo si trasforma in pura e semplice voglia di scrivere, di mettere qualcosa sulla pagina vuota, qualsiasi cosa, col rischio di indugiare un po' troppo, di scordarsi la trama, di arrivare a pagina 120 a suon di godibilissime chiacchiere, ma con l'azione narrativa ancora lungi dal decollare. A uno così ci vorrebbero ottocento pagine, tipo La Vita: Istruzioni per l'uso. A uno così, forse, non ci vorrebbe una trama con mafiosi, terroristi giapponesi, amanti in perenne litigio, reduci degli anni Settanta: una trama che se non ci stai attento finisce per aggrovigliartisi addosso, e arrivato alla fine devi usare il machete per liberarti dalle liane, devi fare qualche salto, qualche colpo di teatro, tirare fuori il deus ex machina e salvarti in corner. Lasciando il lettore appassionato di avventura e di storie col dubbio che, forse, un po' meno storie e un'avventura più serrata avrebbero reso il libro davvero perfetto. (WM2)
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