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"La messa dell'uomo disarmato": romanzo sulla Resistenza e sulla Parola
Tullia Fabiani, L'Unità, 27.11.2003
L'Unità on line
C’è un libro, arrivato nelle librerie di recente, che non può davvero passare inosservato: per le dimensioni e l’immagine di copertina, splendida, ma soprattutto per ciò che vi si legge. Si tratta de “La Messa dell’uomo disarmato”, un ‘opera circolata in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995, e oggi proposta al grande pubblico dall’editore Sironi. Se si volesse riassumere e definire brevemente la storia raccontata, in circa novecento pagine, dall’autore Luisito Bianchi, nato nella provincia cremonese nel 1927, insegnante e traduttore, prete-operaio e inserviente d’ospedale, attualmente cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone, si potrebbe usare il sottotitolo del libro: “un romanzo sulla Resistenza”; ma, dopo una prima lettura sarebbe evidente l’insufficienza della definizione. Perché non si tratta semplicemente di una storia dell'accaduto; perché il respiro narrativo, il valore letterario e civile delle vicende narrate sono difficilmente circoscrivibili, tanto profondi e significanti.
E se lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’armistizio, la lotta partigiana sono il cuore temporale del romanzo, vera protagonista della storia è la Parola. Scoperta, proclamata, ascoltata; una parola che geme e si rivela tra la gente che abita quel mondo. In guerra. Una parola che è Parola di Dio e parola per gli uomini. È questa Parola ad essere evocata e testimoniata dai vissuti dei personaggi, dalla loro Resistenza armata o meno, dai gesti quotidiani della vita contadina, fatta di semine e raccolti. Di sudore e frumento. La parola, che regge il peso della Storia come espressione condivisa;che “viene a noi spezzata come tanti bocconi di pane”; che si moltiplica all’infinito pur rimanendo una, unendo così un uomo all’altro; tra gli spari che riecheggiano dalle colline, come nel silenzio. E già dall’incipit, l’ intensità, la forza e la grazia che segnano le voci dei personaggi, primo fra gli altri Franco, voce narrante, non possono che sorprendere e forse sconcertare il lettore.

È la primavera del 1940: Franco, novizio in un monastero benedettino, turbato dall’allontanamento del suo maestro, decisa dall’abate, lascia il monastero benedettino per tornare alla cascina dei genitori, “La Campanella”. Ha scelto di fare il contadino e cercare altrove risposte ai suoi interrogativi.
Qualche mese dopo l’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Bianchi ripercorre così, con una lingua elegante, a tratti lirica, la vita di Franco alla Campanella e attraverso le descrizioni dei luoghi bucolici, (campi, cascine, sentieri), dei ritmi e dei cicli di lavoro, dei rapporti famigliari, proietta l’immagine di una storia corale che finisce per rappresentare la vita dell’intero paese nella piana padana – il cui nome non è mai citato -, un concentrato dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.

Questa realtà conosce però una drammatica cesura. L’8 settembre 1943 segna una svolta nella vita del paese e dei suoi abitanti: l’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. È a questo punto che l’autore, sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, racconta la lotta di Resistenza, intrapresa sulle montagne da diverse bande partigiane: così si conoscono la storia di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. Uomini che vedono la Parola svelarsi nel sacrificio dei compagni, nella volontà a Resistere e combattere fino alla morte. Essi trovano sostegno pratico e spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Dom Benedetto segue in montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani che gli si sono affidati. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, fanno la loro parte. Sarà poi l’avvicendarsi delle stagioni della terra a scandire il racconto, seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi e drammatici sarà a loro chiaro.

Se dunque “La messa dell’uomo disarmato” è un romanzo sulla Resistenza, è anche, direi soprattutto, un romanzo sulla memoria come esperienza viva e intima; un romanzo sulla responsabilità dell’uomo, sulla sua libertà dinanzi a una Parola che, nei fatti, nel tempo, non smette mai di interrogarlo. Un romanzo per il quale a Luisito Bianchi e al suo editore c’è da essere grati.
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