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(Ancora!) La messa dell'uomo disarmato
Giuseppe Iannozzi, King Lear Libri, 26.11.2003
King Lear.it
“Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”

Oggi, Mercoledì 26 a Milano, alle h. 18, si terrà l'incontro presso la Feltrinelli di via Manzoni con Luisito Bianchi, che sarà intervistato da Pietro Cheli, caposervizio cultura del settimanale Diario.
Oggi. Mai come ora. Si impone la necessità umana di parlare ancora, ancora de “La messa dell’uomo disarmato”, il romanzo di don Luisito Bianchi edito da Sironi. Ho già avuto modo di asserire che il lavoro-capolavoro di don Luisito Bianchi è Letteratura come non se ne vedeva da vent’anni. Non è una esagerazione. Il lavoro di ricostruzione della memoria operato da don Luisito Bianchi è non solo commovente partecipazione, non è solo Memoria, è anche Storia, quella che non si può insegnare se non attraverso il sentimento. E’ l’unico modo onesto per capire che l’insegnamento che si può trarre dalla storia è nella volontà degli uomini a migliorarsi. E’ quanto don Luisito Bianchi fa senza alcuna arroganza pedagogica, senza alcuna traccia di fanatismo religioso, spirituale, politico. Scrivere “La messa dell’uomo disarmato” avrà significato sicuramente per l’autore non farsi prigioniero di pregiudizi, ed infatti l’autore segue i suoi personaggi, li lascia liberi di vivere la loro vita e di andare incontro ad essa. E’ questa la vera Memoria Storica, una Memoria di cui dovremmo saper fare tesoro.

E’ fuor di dubbio che don Luisito Bianchi ha consegnato alla Letteratura, alla Storia di Noi, non un semplice romanzo, non un semplice archetipo narrativo, ha invece consegnato a Noi una parte umana di Storia epica che intorno alla Resistenza sino ad oggi mai nessuno aveva scritto. Se Beppe Fenoglio ha ritratto con abile maestria la Resistenza, il suo significato, il dolore, il sacrificio, il dubbio in parole come “Il parroco è... il parroco è... un cretino, […] E' un tipo che non si sa adattare... Possibile? […] in un prete cattolico? [...] Non gli brucia per il fascismo, gli brucia che il potere sia passato a noi”, don Luisito Bianchi gli risponde con forza espressiva paragonabile a quella di Giuseppe Ungaretti nel bosco di Courton, l’Ungaretti che nel luglio 1918 scriveva “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. Paolo Di Stefano, attraverso il Corriere della Sera, spiega: "Un romanzo della memoria "fiero" e commovente. Una rivelazione, davvero. Un capolavoro (sì, un capolavoro)." E Giuseppe Genna attraverso le colonne de “I Miserabili” spiega: “Cosa speravo che emergesse a salvare la mia integrità morale e intellettuale, in questo profluvio di parole immagini e assalti all'arma bianca sulla questione nodale della Resistenza? Speravo in questo: in una parola. La parola è Parola. E' Parola di dio? No: per me è parola dell'Uomo.
Aspettavo, cioè, quello che Pavese e Fenoglio e Soldati mi hanno concesso di avere in dono: la parola sacra della letteratura, vale a dire: la storia collettiva espressa in forma epica. A distanza di molti anni da quelle pagine scritte da Pavese e Fenoglio e Soldati, e quindi con un valore clamorosamente accresciuto, mi arriva la Parola di don Luisito Bianchi, benedettino dell'abbazia di Viboldone, dove andavo in bici da bambino. La messa dell'uomo disarmato è lo spiegamento di armi dell'Uomo che mette in comune: è la Parola.”
Don Luisito Bianchi par quasi che risponda al partigiano Johnny, così, idealmente, attraverso le parole del suo capolavoro: "Cominciavi, così, la tua opera di dissodamento per spalancarmi davanti quel mistero dell’uomo che tu non volevi fosse in contrapposizione e, tanto meno, in contraddizione con quello di Dio. Ero una pianticella assetata, le cui deboli radici s’aggrappavano alla tua voce per calare sempre più profondamente nella mia umanità, portando con esse, per quanto il peso fosse sproporzionato, le vicende di tutti gli uomini conosciuti e sconosciuti che popolavano i lunghi corridoi del monastero e mi seguivano mentre mi recavo in coro per il canto del divino ufficio. " Io ho già detto, attraverso le colonne di King Lear : “Siamo di fronte a un grande romanzo, a un capolavoro vero: questa volta indicare “La messa dell’uomo disarmato” come un capolavoro non è esagerazione critica. Il lavoro di Luisito Bianchi è romanzo come da vent’anni a questa parte l’editoria italiana non promuoveva. In Luisito c’è il dolore, la guerra, la Resistenza, ma c’è anche Amore, Pietà e un quasi sbigottimento davanti alla Morte che non sa concedere pietà agli uomini. Ma Luisito sa che è la pietà a far “essere” partigiani gli uomini, sa che la terra è la poetica che dà vita alla Resistenza, sa che il dolore è il Dolore e che non può essere negato con un colpo di spugna ma non dimentica che deve essere compreso affinché non sia eterna malattia dell’animo. E poi c’è la Memoria, sì, la Memoria che è sempre poca per alcuni, ma non per l’Autore che magistralmente la ripercorre anello dopo anello, filo intrecciato dopo filo, partigiano dopo partigiano, uomo dopo uomo, per disegnarla tutta con dolore, pietà, con Umanità. La Grande Storia si chiude nella piccola grande storia degli uomini che hanno combattuto per la libertà, che hanno fatto la Resistenza.” Ed aggiungo: provate, anche solo per un momento, ad immaginare la poesia di Ungaretti, la testardaggine passionale-dolorosa di Pavese, la grinta incondizionata di Fenoglio, la tragicità umana di Soldati, riunite in un capolavoro, in un romanzo, quel romanzo non potrà che essere “La messa dell’uomo disarmato” scritto da don Luisito Bianchi. Mai come ora, in questo particolare difficile tremendo momento storico, un romanzo è stato così importante, necessario alle coscienze di tutti noi, di Noi Tutti, indipendentemente dal nostro credo religioso, politico, sociale, perché “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.
Sino ad oggi non ho mai promosso un romanzo così fortemente, perché non ho incontrato in questi anni un Capolavoro che meritasse. Oggi, l’ho trovato. Spero anche Voi.
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