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Avoledo show: Mare di Bering
Giuseppe Genna, I Miserabili, 21.11.2003
www.miserabili.com
Sono reduce da una serata feltrinelliana, dove ho presentato il nuovo romanzo di Tullio Avoledo, peraltro qui già discusso, Mare di Bering, edito da Sironi. Va meditato - e, garantisco, lo si sta meditando - il ruolo di Sironi e della direzione editoriale di Giulio Mozzi in quella che intravvedo quale svolta della cultura italiana in questi ultimi anni. Non che sia merito esclusivo di Sironi e Mozzi: diciamo che essi sono un sintomo di guarigione - un sintomo che si dà da fare.
Tullio Avoledo è un uomo tranquillo che dietro la maschera di pacioso padre di famiglia nasconde abissi cantoriani, frattalità inquiete, se non inquietanti, una fantasia scatenata e portentosa, una lucidità intellettuale invidiabile, un'esperienza del politico e della letteratura spessa e penetrante. Nel corso della serata, egli non ha risposto a una che sia una delle mie domande en privé, inquinate da esoterica curiosità. In libreria, ha sfondato il muro della disattenzione: era tanto che non vedevo uno scrittore firmare autografi in così alto numero. Lo merita: Mare di Bering va letto.

Ero già intervenuto, su i Miserabili, per segnalare, sino dalle prime pagine della lettura dell'ultimo romanzo di Avoledo, che una qualità imprescindibile in questo scrittore era intatta, custodita e fatta esplodere con dovizia, cura e passione: e si tratta del piacere epidermico del trascinamento. Uno inizia un romanzo di Avoledo e non smette più. Questo non è semplicemente uno scrittore di fantastico: è uno scrittore fantastico. Avoledo ti prende letteralmente per i lobi del cervello e ti strattona come un quadratino cartaceo imbevuto di lsd: entri in un universo parallelo.
Mare di Bering è un universo parallelo (anzi, più di uno) in cui, citando casualmente un centesimo delle svolte di suspence, si legge di: un biscottino cinese della fortuna da cui spunta un diavolo; un attentato pazzesco a un G8 composto da First Ladies che sono il contrario delle Amazzoni; una mostra di performance artistiche da fare impallidire i più devastanti processi di corrosione estetica al MOMA; un'artista che, chiamandosi Viola, si chiama Vaiòla; una laurea honoris causa che mira diretta a Charles Manson; tutto il settantasette patavino; raccoglitori di immondizia diversificata a mo' di bancomat; almeno due non-scopate memorabili; l'evoluzione dei Digimon in qualcosa d'altro; improbabili goodfellas autoreclusisi in borgate orfiche in pieno Friuli; la presidente Usa Rodham col marito Bill Beau Clinton, noto per avere praticato sesso orale su un boy-scout; omaggi nascosti a Philip Dick, occultati con sapienza che solo un fan psicotico può esercitare; manifesti 4mx4m del nostro attuale lìder maximo, di fronte a caserme militarizzate; una tv non al plasma, ma olografica, che risale agli anni Cinquanta; automobili che parlano; automobili battezzate; automobili che vengono incendiate; automobili che conducono mormoni giapponesi al cuore del potere, in Islanda; figli non degeneri di trisomiache xy; un intero universo di plausibile futuro, ma al tempo stesso (?) contemporaneo al nostro; almeno un altro universo nascosto davanti agli occhi di tutti, tra le righe; la raccolta completa dei discorsi di Goebbels, in edizione economica; i discorsi dei dirigenti massimi di un'importante banca modulati su sintassi cripticamente naziste; lesbiche feroci e transessuali altrettanto; rapporti amorosi intensissimi messi in crisi; una tartaruga simbolo della lotta eterna tra male e bene; un'epididimite; Berija e l'Enciclopedia del Popolo edita in Unione Sovietica; una speculazione edilizia che più situazionista non si può; un palazzo abitato detto 'Macondominio'; luddismo e religione; Dio.
Questo è un thriller no global fatto di amore.
Questo è un romanzo che fa sganasciare dalle risate.
Questo è un attacco politico non allo Stato, ma sicuramente a 'questo' Stato.
Questa è un'ucronia spalancata nel nostro presente.
Questo è un libro che fa sognare e commuovere e divorare le sue pagine.
Questa è un'opera al bianco.

Se dovessi dire chi e cosa sta vicino vicino, non in senso stilistico, ma quanto a uso delle allegorie, al Mare di Bering di Avoledo, direi che è Soffocare di Chuck Palahniuk, in osmosi con Invisible Monster. Tutto, in MdB, è un parco tematico storico, e a tre quarti appare proprio una rievocazione storica in costume, che ricorda la leggendaria parata carnacialesca del Re dei Folli nell'incipit di Notre Dame di Hugo, almeno tanto quanto la ricostruzione secessionista di Tishoming Blues di Elmore Leonard. E' interessante notare come la tradizione del tempo antico calato in un nonluogo, che ha appunto nel capolavoro hugoliano la sua vetta letteraria, venga interpretata dagli scrittori contemporanei quale devastante strumentazione di critica politica al presente. Certo, anche in Hugo è così, e più di così, ma risulta interessante osservare che il Rabelais di Bachtin, oggi, offre una figliolanza tanto illegittima quanto agguerrita.
Che il transessuale parademoniaco si ponga quale alternativa politica, per nulla costruttiva, ma nemmeno nichilista, al regime di spettacolarizzazione della dittatura politica, dopotutto, appare coerente con la logica di manifestazione letteraria della figura androgina. Là dove il bene, nella sua incomprensibile ambiguità, viene fatto istanza di una coppia non poi così tanto borghese, il fallimento del bene, che non è propriamente il male, ha il suo teodoforo in una figura sessualmente ambigua, mitologica soltanto per accumulazione memoriale, incapace di trascendere se stessa e il tempo, sia quello che ha vissuto sia quello che sta vivendo.
Tullio Avoledo riesce a comporre un manuale di critica fantastica all'esistente. I saperi, qualunque sapere, entrano in relazione con ogni forma di vita e sopravvivenza, mentre le macchine vivono, non certamente secondo i canoni del cyberpunk o della 'letteratura acida' dei nostri giorni e nemmeno di Matrix. E' impressionante la capacità che Avoledo irradia di proiettare in un'infanzia della fantasia, per pulire ciò che si pensa, ma non è, male: pulirlo, intendo, di ogni inquietudine.
Tullio Avoledo demistifica il male. Lo umanizza. Punta alla terra. Non è laicismo: è fede nell'invenzione.
La sua trascinante forza benefica è una Sanagola per le tonsille che rutilano in sputacchi di mefitico catarro: quello che inoculano nelle coscienze quotidianamente, spacciandolo per l'ambrosia. Quello che soltanto i cretini e gli scrittori tenerelli si bevono per ambrosia.
Prima che qualche cinismo tenti di occupare questo cerchio magico, vorrei invitare chiunque ad appendersi al ramo d'oro che Avoledo ha fatto germogliare in questo ultimo biennio: credetemi, vale la pena.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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