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La Resistenza del prete ribelle. In quel sangue le mie radici
Armando Besio, Repubblica Milano, 26.11.2003
Repubblica.it
Ha 76 anni, vive tra Vescovato, nel cremonese, e l'Abbazia di Viboldone dov'è il cappellano di una comunità di benedettine.
"Tutto ciò che sono lo devo a quegli anni, al sacrificio dei partigiani per un mondo più libero e più giusto. Ho raccontato la mia storia."
Un romanzo di 850 pagine consacrato alla memoria della Resistenza. Minaccioso, vista la mole. E inattuale, in questi tempi di revisionismo. Un libro scomodo e anacronistico come l´autore, un anziano sacerdote cremonese, ex prete operaio, in odore, più che d´incenso, di cattocomunismo. Eppure, o forse per questo, La messa dell´uomo disarmato (sottotitolo: un romanzo sulla Resistenza) di Luisito Bianchi - epico affresco autobiografico che racconta gli anni della guerra partigiana e della Liberazione attraverso lo sguardo e le emozioni di un ragazzo, figlio di contadini e futuro prete - a poche settimane dall´uscita (lo ha pubblicato un piccolo editore milanese, Sironi) è già diventato un caso letterario.
«Correte in libreria, non fatevi spaventare dalla massa della Messa, acquistatelo e perdetevi in questo straordinario sogno che è pura tragedia, e poesia, e attualità politica» raccomanda via Internet il giovane scrittore Giuseppe Genna. Un critico laureato, Paolo Di Stefano, parla di «capolavoro». Piace anche al recensore del "Giornale", che pure riesce nell´acrobatica impresa di non citare mai la parola Resistenza (sostituita con guerra civile).

Don Luisito, 76 anni, famiglia contadina, nome spagnolo in ricordo di un nonno emigrato in Argentina, una vita intensa e serenamente ribelle sempre ai confini (mai scavalcati, però) dell´ortodossia, è stato vicepresidente nazionale delle Acli, prete operaio, inserviente d´ospedale, infermiere, benzinaio, traduttore. Laureato in Scienze politiche, ha scritto saggi e poesie. La Messa è il suo primo romanzo. Oggi vive tra una cascina di Vescovato, il paese dov´è nato e cresciuto, nel Cremonese, e l´abbazia di Viboldone, dov´è l´amatissimo cappellano di una sorridente comunità di monache benedettine. È qui che lo abbiamo incontrato.

Don Luisito, perché un romanzo sulla Resistenza?
«Perché le radici di quello che sono, di quello che ho fatto, affondano in quegli anni. In quel sangue versato gratuitamente dai partigiani per un mondo nuovo, più libero e giusto. In quell´utopia che ho assorbito da ragazzo, e che dopo la guerra mi spinse a tornare in seminario - dov´ero entrato bambino, per uscirne nel ´40 - e a farmi prete».

Un prete molto inquieto.
«I miei modelli erano don Mazzolari e Bernanos. Non sopportavo la chiesa borghese. Sentivo il mio sacerdozio come dono ai poveri. Sull´immagine regalata agli amici, il giorno dell´ordinazione, 1950, scrissi un verso del Salmo XI: Propter afflictionem umilium et gemitum pauperum. Sognavo di partire missionario, ma non fu possibile. Andai a fare il parroco, a Pizzighettone, dove fui contestato. Dicevano che ero un compagno, un comunista. Perché parlavo di ingiustizia, e rifiutavo di diffondere i manifesti reazionari dei Comitati Civici. Fui mandato a Roma, assistente dei lavoratori cattolici delle Acli, ma dopo tre anni rinunciai alla riconferma e chiesi di tornare. L´ambiente ecclesiale romano non mi piaceva: troppo formalistico, troppo legato al potere».

Così divenne prete operaio.
«Ho parlato per anni di problemi del lavoro - dissi al mio vescovo - ma la verità è che io del lavoro vero non so niente. Mi faccia andare in fabbrica. Ero pronto a subire una grandinata di rifiuti. Invece, a sorpresa, accettò. Nel febbraio del ´68 entravo alla Montecatini di Spinetta Marengo, provincia di Alessandria: manovale turnista».

È vero che da allora non ha mai più voluto ricevere neanche una lira dalla Chiesa?

«È vero. Cristo è follia, amore, gratuità assoluta. L´annuncio cristiano dev´essere gratuito. I preti dovrebbero lavorare per mantenersi, come San Paolo e i primi cristiani. L´idea dello stipendio fisso a fine mese l´ho sempre trovata scandalosa. Per questo ho rifiutato di iscrivermi all´Istituto di Sostentamento del clero. Come vivo? Con la pensione da lavoratore: 670 euro al mese, per me più che sufficienti».

Torniamo al libro. Quando lo ha scritto?
«Nel ´75 mia mamma si era rotta il femore, aveva bisogno di assistenza. Mi licenziai dall´ospedale Galeazzi, dov´ero infermiere, e tornai da lei. Lavoravo come traduttore, ma avevo molto tempo libero. Fu l´occasione per riflettere sugli eventi che avevano dato senso alla mia vita. Iniziai ad ascoltarmi, quindi a scrivere. Più di mille pagine, con un titolo provvisorio: Una Resistenza».

A chi le fece leggere?
«A un amico della casa editrice Morcelliana. Poi, ad altri amici. Tutti dicevano che era bello ma troppo lungo e complesso. Chi lo voleva accorciare, chi smontare e rimontare. Io preferii tenerlo in un cassetto. Ci rimase fino al 1989. La prima edizione, autoprodotta, uscì grazie all´associazione Amici di Viboldone. Ne stamparono 1500 copie, vendute specialmente nel Cremonese: il ricavato fu devoluto a favore degli Indios del Brasile. Ne ristamparono altre 1500 copie, e anche queste furono presto vendute. Intanto, di mano in mano, di amicizia in amicizia, il romanzo aveva raggiunto lettori come il cardinal Martini, Nilde Jotti, Pertini. Fino all´editore Sironi, che lo ha pubblicato adesso».

A Massimo Onofri la sua Messa ricorda Bacchelli, «per il giro largo della pagina, e per ciò che, lentamente, vi mulina». Anche Geno Pampaloni la paragonò a Bacchelli.
«Io per la verità non mi sono mai sentito uno scrittore, e tanto meno un romanziere. Ho solo cercato di raccontare una storia, la mia storia, con buon gusto. Amo Leopardi dai tempi del liceo, grazie a un professore che leggeva l´Infinito in modo incantevole. E amo il Manzoni dei Promessi Sposi per la sua capacità di ridimensionare anche i momenti più solenni. Quanto alla mia scrittura, molte cose le penso in dialetto, la lingua dell´intimità. E solo in un secondo momento le traduco in italiano, la lingua della comunicazione».

Il suo libro ha subito appassionato critici e lettori. Come spiega questo successo?
«Nel 1991 il mio vescovo, Enrico Assi, dopo aver letto la Messa mi scrisse: "Comunica gioia e serenità, è un dono salutare all´Italia del veleni". Forse quel dono è ancora attuale, in questa Italia di oggi. Io l´ho scritto per ringraziare chi dette la sua vita per la libertà, e per ritrovare il senso della mia vita. Forse, qualcuno ci ha trovato anche qualcosa di se stesso».
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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