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Contesa biotech: i semi della discordia
Margherita Fronte, Argomenti FGB, 10.11.2003
Fondazione Giannino Bassetti
La vicenda del pomodoro Flavr Savr, narrata ne Il primo frutto (Sironi editore, 2003, 283 pagine, 18 euro), è paradigmatica per molti degli aspetti che caratterizzano il dibattito odierno attorno alle biotecnologie, e in particolare attorno agli alimenti prodotti a partire da organismi geneticamente modificati (OGM). La storia è la seguente: nel 1994 una piccola e aggressiva azienda biotech, la Calgene Inc., batte sul tempo la concorrenza e lancia sul mercato statunitense il primo OGM, un pomodoro modificato geneticamente in modo che il suo processo di maturazione risulti rallentato (in pratica, non marcisce). Il successo nelle vendite è immediato e supera le aspettative, tanto che l’azienda fatica a star dietro agli ordinativi. Un paio d’anni dopo però Flavr Savr è ritirato dal commercio. E la Calgene, sull’orlo della bancarotta, viene acquisita dalla Monsanto. Nel frattempo però, avendo approvato il pomodoro Flavr Savr, la Food and Drug Administration (l’organo che negli Stati Uniti disciplina la messa in commercio di alimenti e farmaci) ha aperto il mercato statunitense agli OGM. La vicenda è ben nota a chi segue il dibattito sul biotech, ma il fatto che a narrarla sia una ricercatrice che ne fu protagonista, Belinda Martineau, aggiunge alla cronaca lo sguardo dell’insider. Martineau, infatti, iniziò a lavorare alla Calgene quando la ricerca sul pomodoro geneticamente modificato era ancora agli inizi, e ha continuato anche in seguito, quando quasi tutti i laboratori dell’azienda dovettero dedicarsi a dimostrare la sicurezza del prodotto per ottenere l’approvazione della Food and Drug Administration (FDA). Considerata persona di fiducia, Martineau aveva accesso a tutte le informazioni. Conosceva i dettagli scientifici e i criteri seguiti per la valutazione dei possibili rischi derivanti dalla nuova tecnologia. Era al corrente delle strategie finanziarie e di quelle di marketing. Due ordini di motivi, secondo l’autrice del libro, portarono al fallimento un progetto che sembrava ormai avviato sulla strada del successo. Il primo è la gestione disastrosa della parte finanziaria e commerciale di tutta l’impresa. Per reggere i costi della ricerca e del lancio del prodotto (un lancio accompagnato da una campagna pubblicitaria massiccia), la Calgene dovette infatti ricorrere in più occasioni a finanziatori esterni, promettendo proventi che però tardavano ad arrivare. Né gli altri prodotti dell’azienda erano in grado di coprire i costi di avvio del progetto più importante: quello del pomodoro. C’è da dire che difficilmente i giganti del biotech di oggi incorrerebbero in una serie di errori così grossolani. Più difficile sarebbe però, anche per loro, venire a capo dei problemi del secondo tipo, causati dall’imprevedibilità degli effetti della modifica genetica. Non a caso, anche oggi, l’incertezza dei risultati delle manipolazioni genetiche è proprio uno dei principali terreni di scontro fra chi sostiene gli OGM e chi, invece, li contrasta. Per il pomodoro Flavr Savr, la vicenda andò così: il gene introdotto artificialmente avrebbe dovuto bloccare l’espressione di una proteina responsabile del processo di maturazione. In teoria, questo avrebbe permesso di ottenere un frutto con due caratteristiche: quella di marcire in tempi molto più lunghi, e quella di rimanere sodo una volta diventato rosso, invece di rammollirsi. Grazie a queste due caratteristiche, la Calgene avrebbe potuto raccogliere i frutti maturi dalla pianta e trasportarli senza troppe cautele ai punti di distribuzione, avendo a disposizione ancora parecchio tempo per venderli. Su questi presupposti si basava tutta la campagna contro la concorrenza, che era invece costretta a raccogliere i frutti ancora verdi per non dover spendere fior di quattrini negli imballaggi e nel trasporto. La realtà però non coincise perfettamente con le previsioni. La prima promessa fu mantenuta: i pomodori OGM in effetti non marcivano. Ma la seconda, proprio quella su cui si sarebbero basati i proventi della Calgene, si dimostrò fallace. “L’ipotesi su cui il capitale aziendale aveva investito il proprio futuro non sembrava mantenere la sua promessa” scrive Belinda Martineau. I pomodori Flavr Savr si rammollivano esattamente come gli altri. E raccoglierli maturi significava dover spendere molti soldi per trasportarli fino ai punti di distribuzione in condizioni accettabili. In queste circostanze, il vantaggio economico della modifica genetica spariva. Ma forse, più che sulle cause del fallimento, occorre soffermarsi sugli elementi che secondo Martineau non costituirono un ostacolo per la Calgene. “Ci sono molte ragioni per cui il pomodoro Flavr Savr non ebbe successo. Il clamore suscitato dal fatto che fosse geneticamente modificato non è una di queste. Quasi senza eccezioni, nel corso della sua breve vita commerciale, la domanda del pomodoro Flavr Savr fu di gran lunga più alta dell’offerta” si legge nel libro. Quindi, non rappresentarono impedimenti l’etichettatura esplicita del prodotto, né il fatto di averlo sottoposto a un’attenta valutazione dei rischi prima della messa in commercio (e di aver cercato l’approvazione delle istituzioni), e neppure la posizione dei gruppi ambientalisti. Si legge nella prefazione: “Ricorderò ai sostenitori [degli OGM] che le vendite del primo prodotto alimentare geneticamente modificato al mondo, nonostante un’esplicita etichetta, furono brillanti”. E ancora, nel dibattito in corso proprio sull’etichettatura, Martineau interviene per dire non solo che le indicazioni al consumatore devono esserci, ma che devono anche essere precise, e segnalare esattamente il tipo di modifica genetica fatta sul prodotto in vendita (“un’etichetta generica non fornisce abbastanza informazioni per operare una scelta”). Per quanto riguarda i test sulla sicurezza, l’autrice si sofferma a lungo nelle descrizioni, anche tecniche, degli esperimenti condotti. E dal racconto emerge che la valutazione dei rischi fu puntuale e rigorosa (tuttavia, non va dimenticato che Belinda Martineau se ne occupò personalmente). In più punti, inoltre, si sottolinea che la Calgene decise di sottoporre il prodotto all’approvazione della FDA anche se non era obbligata a farlo. E che proprio questa decisione le valse l’appoggio di alcuni gruppi ambientalisti. “Jeremy Rifkin della Pure Food Campaign e i membri di altri gruppi ambientalisti non ce l’avevano particolarmente con il prodotto della Calgene. In gran parte credevano che l’azienda avesse compiuto un buon lavoro nel dimostrarne la sicurezza, essendo particolarmente soddisfatti del fatto che fosse stato volontario e pubblico. Anche in assenza di obblighi, la Calgene aveva etichettato il suo prodotto. Sotto molti punti di vista, la compagnia aveva esemplificato quello che gli oppositori dell’ingegneria genetica potrebbero definire un comportamento politicamente corretto”. Più problematico è invece ciò che accadde in seguito, quando la FDA decise che i risultati dei test eseguiti su Flavr Savr potevano essere estesi automaticamente ad altri OGM. Secondo l’autrice (le cui posizioni, anche su questo punto, coincidono curiosamente con quelle espresse da molti gruppi considerati anti-biotech), ciascun prodotto va invece valutato singolarmente. Scrive Martineau: “La FDA ha concluso che, in seguito, gli altri prodotti geneticamente modificati non avrebbero richiesto revisioni così dettagliate. Non sarebbe stata necessaria un’approvazione formale da parte della FDA per quei prodotti. Al contrario, l’Agenzia decise di mettere a punto un sistema di consultazione volontaria. Il caso esemplare del Flavr Savr, secondo me, non poteva essere usato a sostegno di questa conclusione. Il pomodoro della Calgene non poteva essere considerato come lo standard di sicurezza per la nuova industria. Nessun prodotto geneticamente modificato dovrebbe avere questo ruolo”.
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