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Tullio Avoledo: un caso letterario, una conferma
Grazia Casagrande, libriAlice.it, 19.11.2003
libriAlice.it
Dall'ufficio legale di una banca ai vertici della classifica dei libri più venduti come romanziere. La seconda opera di questo scrittore (Mare di Bering, edizioni Sironi) è in libreria e già si annuncia un successo. Lo abbiamo intervistato per capire come nasce un "caso letterario".
Uno scrittore come lei che arriva alla scrittura da una professione diversa, estremamente concreta, come si adatta ai meccanismi dell'ambiente letterario? E come giudica questo mondo, forse un po'astratto?

Prima sarei curioso di sapere come il mondo letterario giudica me. Mi sento un po'come quando guardi i pesci nell'acquario e dopo un po'ti accorgi che anche loro guardano te. L'acquario della letteratura italiana lo conosco poco. Immagino di essermi mosso piuttosto goffamente in un mondo di cui ignoro le regole, il bon ton e i rapporti di forza. Comunque non ho sentito questa grande astrattezza, nei miei contatti con editori e autori. Si finisce per parlare anche di numeri, di tirature, cose a cui sono abituato sul lavoro. E'difficile che capiti di parlare di arte allo stato puro. O almeno a me non capita. Può darsi che ci voglia del tempo. Magari devo ambientarmi. O forse la cosa richiede ancora qualche annusata reciproca.

L'utilizzo del "genere" (il giallo, la fantascienza) perché è funzionale al suo discorso?

In realtà non mi rendo conto di utilizzare "generi". Scrivo in modo istintivo. Sono più un passero che costruisce il nido con materiali diversi, presi qui e là, che un cuculo che si insedia in un nido già pronto. Poi devo dire che il nido del giallo o della fantascienza mi starebbero un po'stretti. In realtà credo che, adattando l'adagio di Feuerbach, se è vero che "l'uomo è ciò che mangia", lo scrittore è ciò che legge. Sul mio comodino, al momento, c'è in effetti un libro di fantascienza, "Ruled Britannia" di Harry Turtledove, ma nessun giallo. Ci sono invece due libri di poesia, di Tony Harrison e di Seamus Heaney, due saggi di Neil Postman - "Come sopravvivere al futuro" e "Divertirsi da morire" - e il romanzo "Voyage at the End of the Room" di Tibor Fischer. Ero un lettore vorace di fantascienza negli anni '80, e sono un più che moderato lettore di libri gialli. I miei interessi al momento vanno in altre direzioni. Questa lunga premessa non perché non voglia rispondere alla domanda, ma semplicemente per dire che se elementi di giallo o di fantascientifico entrano nella mia narrazione lo fanno per conto loro, senza che io possa controllare la cosa. Non sono materiali che scelgo. Sono mattoni che volano nel mio cantiere senza che riesca a capire da dove vengono.
Comunque, per dire, il maggiore influsso sulla composizione di "Mare di Bering" l'ha avuto un film del regista serbo Dusan Makavejev, "Coca Cola Kid". L'ho visto nel 1985, ed è riemerso dalle nebbie del mio inconscio quasi vent'anni dopo. Il finale del romanzo nasce dalla didascalia finale di quel film, che sull'apparente lieto fine diceva, se ricordo bene: "E mentre in Giappone il ciliegio fioriva / in Europa la Terza Guerra Mondiale cominciava".

Il Nordest (e la sua improvvisa ricchezza) quali spunti narrativi le ha dato?

La ricchezza in realtà c'è sempre stata. Solo che era nelle mani di pochi. E le differenze sociali erano tali che i ceti dominanti non avevano in realtà alcun vero contatto con gli "inferiori". O viceversa. C'era la città borghese e più o meno colta, e poi c'era la campagna povera e analfabeta. Qualsiasi tentativo di narrare l'"altro" non poteva quindi che diventare una favola. Oggi la ricchezza si è "spalmata", per usare un termine da tecnocrati che odio, sia sul territorio che sugli strati sociali, per cui ci sono persone che vivono nelle case popolari ma che hanno il televisore al plasma da 42 pollici e il computer con Internet. Ricchi industriali che vivono alla Trimalcione, ma quasi di nascosto, per paura di ladri e rapitori. Maghi televisivi. Immigrati dai luoghi più remoti della terra, con alle spalle storie incredibili, venuti a fare i lavori che noi autoctoni non vogliamo più fare. Materia viva, che entra nelle mie storie perché la società è la loro vera protagonista.
Ovviamente le differenze di ceto ci sono ancora, ma all'esterno sono meno evidenti. Le aree di interscambio si sono allargate, ed è quindi finalmente possibile essere "trasversali" nella descrizione della società. Se vuole un buon ritratto del Friuli di oggi, impensabile sino a pochi anni fa, legga "Friulani brava gente" di Alberto Garlini. E'come un mosaico di Polaroid e di fototessere che ricostruiscono nell'unico modo possibile - frammentato, nervoso, notturno - il ritratto di quella che era un tempo un'entità stabile, solida e apparentemente destinata a durare. Il mondo contadino è morto, così come il mondo industriale. E'rimasto un tessuto molle, lacerato, peraltro capace a volte di imprevedibili sussulti di dignità. "Mare di Bering" mostra quella che è la mia personale interpretazione - che magari molti metteranno in discussione - di questo Nordest che fa tanto parlare di sé ma che forse neppure noi che vi abitiamo riusciamo a capire fino in fondo.

I suoi personaggi sono ben integrati nei meccanismi socio-economici attuali e nelle contraddizioni di questa società, eppure c'è sempre uno "scarto", un pizzico di follia a complicare le vicende: la vita è davvero così?

Assolutamente sì. La mia, perlomeno, lo è. Consideri le possibilità che un legale di banca ultraquarantenne e di provincia pubblichi un romanzo dalla trama pazzesca, con una casa editrice sconosciuta, e finisca nelle classifiche dei bestseller. Quante sono? E poi comunque c'è in giro una quantità di follia molto superiore a quella che c'era vent'anni fa, questo è fuori discussione. Io ogni tanto faccio un esercizio mentale: provo a leggere un quotidiano fingendo di essere un uomo degli anni '50. Leggo di bambini clonati, cambi di sesso, miliardari russi, grattacieli buttati giù con gli aerei, sette orientali che fanno attentati col gas nervino... Visto così è un mondo pazzesco, no? Ecco, "Mare di Bering" parla di questo scarto fra normalità e presunta anormalità. Mi piace pensare che un po'delle mie letture giovanili dei "Viaggi di Gulliver" sia passata nei miei libri.

Nel gioco ironico dei suoi romanzi è sotteso un certo pessimismo. Le sembra corretta questa lettura?

Secondo i miei amici sono "un pessimista che ci prova". Il fatto è che ho due figli piccoli, e non posso proprio permettermi di essere pessimista. Né per me né per loro. Poi va detta una cosa: che non viviamo nel migliore dei mondi possibili è fuori discussione. Ma se guardo indietro anche soltanto ai tempi di mio padre vedo un'Italia in cui la mortalità infantile era altissima, si faceva la fame, ed era normale perdere un quarto della propria classe in guerra e vederne un altro quarto emigrare. Io ho avuto un'infanzia felice, una buona istruzione, e la possibilità di trovarmi un lavoro che mi piace. Sarei un ingrato se mi permettessi di essere insoddisfatto dei tempi in cui vivo. Ovviamente questo non mi esonera dal cercare di migliorarli, o dal guardare a chi sta peggio di me. Diciamo che sono nelle condizioni di uno che vede il bicchiere mezzo pieno ma si sforza di pensare anche alla parte vuota. In "Mare di Bering" c'è comunque decisamente meno pessimismo che in "Atlantide". Se non altro perché Mika, Amanda e gli altri cercano di fare qualcosa di buono. Di prendere posizione, come si diceva una volta.

Senza pretendere una risposta esaustiva, potrebbe dirmi secondo lei che funzione può avere la letteratura in questo mondo dominato dai processi economici?

La stessa che ha sempre avuto da quando esistono i moderni contratti di edizione. Qualunque cosa pubblichiamo, se funziona, produce reddito. Per noi stessi e per gli altri. Questa è la realtà: inutile nasconderla. Un tempo era diverso. Shakespeare, per citare un collega di qualche tempo fa, non incassò un penny per "Amleto", o per i suoi altri lavori teatrali. Gli editori mandavano a teatro delle persone che trascrivevano - spesso molto male - le battute, che poi venivano stampate e vendute senza che all'autore spettasse alcuna royalty. Ecco, in questo caso possiamo dire che la letteratura era abbastanza fuori dal processo economico. O quantomeno lo era l'autore...
Ai giorni nostri la letteratura che non sia un samizdat o un tazebao (termini che spero siano ancora comprensibili nel 2003...) è inevitabilmente dentro il processo economico. Ciò non toglie che un'opera rivoluzionaria possa produrre il suo effetto anche se guadagna miliardi di diritti d'autore. E'che se devo citare un'opera rivoluzionaria apparsa negli ultimi tempi non me ne viene in mente nessuna. Tom Paine, Voltaire, Rousseau, Karl Marx sono cenere da tanto di quel tempo. Comunque mentre citavo questi autori ho realizzato che secondo me la letteratura dovrebbe tendere ad essere rivoluzionaria. A scuotere la gente dal sonno. A stimolare la coscienza, e non a tranquillizzarla. Per questo leggo i saggi di Postman piuttosto che i romanzi di... Beh, ci metta lei i nomi che crede.
La letteratura dovrebbe essere eccitante, e non sedativa o puramente d'intrattenimento. Gli aspetti formali, la riuscita stilistica, per me passano in secondo piano rispetto all'impatto emotivo, per esempio. E'un'idea mia, comunque; non pretendo né ho il diritto di esportarla. Ognuno faccia con la letteratura quello che meglio crede. Anzi, ci sono tanti esempi di libri usati per fini terribili - penso al "Mein Kampf", ai "Protocolli degli Anziani di Sion", ai manuali di direct marketing - che forse tutto sommato, mentre ne parlo con lei, quasi quasi rivaluto la letteratura sedativa. E poi in fondo sto leggendo anche Turtledove, no?

Il rapporto diretto con i lettori la stimola o la spaventa?

Gli incontri con i lettori sono l'esperienza più bella che mi sia capitata dopo la pubblicazione di "Atlantide". Mi piace, il contatto diretto. Anche se più che del mio libro amo parlare di altre cose, magari di un articolo che ho letto sul giornale o di una cosa che mi è capitata poco prima per strada. Diciamo che vedo nei miei libri un aggancio per poter parlare con altre persone di altre cose. Se poi vogliono parlare di quello che scrivo, okay, non mi tiro indietro.

A quale altro genere pensa di approdare nel prossimo romanzo?

Il prossimo romanzo sarà una satira politica con tracce di fantascienza e di giallo. E una - anzi, mi voglio rovinare - due storie d'amore. Il cocktail dovrebbe riuscire più o meno così: 100% satira, 50% giallo, 50% amore e 20% fantascienza. Mi faccia un po'contare: fa il 220%. Perfetto. Bene così.
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